Il caso Weinstein è solo uno dei tanti esempi di volenza sessuale legato ad un abuso di ruolo che hanno scosso in pochi mesi Hollywood e il mondo. Di violenza si sente parlare spesso ma certo non ci saremmo mai aspettati che avrebbero scosso il fantastico mondo dalle belle luci e dai riflettori abbaglianti.

La violenza di genere sta diventando una realtà sempre più concreta  i cui casi sono aumentati drasticamente soprattutto negli ultimi anni, in particolare nei confronti delle donne. Viene stimato che negli anni fra il 1992 e il 2015 la media degli uomini vittime di omicidio volontario sia diminuita mentre quella delle donne è rimasta invariata. Su 100 donne italiane con caratteristiche fisiche simili circa il 90,9% sono state schiaffeggiate, prese a calci, pugni o morse da un loro connazionale. La donna è sempre stata vista nei secoli passati come un’entità paragonabile ad un oggetto, costretta prima a sottostare all’entità paterna e successivamente, al marito. Un’educazione ancestrale e primordiale protratta così a lungo nel tempo da aver sviluppato radici tanto profonde che passano di generazione in generazione, in conflitto con la donna dei giorni nostri.

Una donna che prima doveva essere ubbidiente, zittita , costretta a badare alla casa e ai figli al solo scopo di soddisfare le esigenze del suo uomo e della società, ora si trova in conflitto con la sua nuova identità indipendente in grado di badare a più cose in contemporanea e abbastanza in gamba da ricoprire incarichi importanti. Una prigionia che ha portato ad un sempre più forte desiderio di indipendenza della donna, iniziato a partire dagli anni ’60, malvisto dagli uomini e dal resto della società .

Ma, com’è noto, ad una prigionia antica spesso ne succede un’altra più moderna dove viene stereotipato il modello di donna ideale. La donna da copertina, priva di ogni rispetto etico per se stessa, una donna di plastica, priva di personalità, magra quasi fino alla malattia, dalle grandi labbra, dagli occhi azzurri, dalla chioma sgargiante e dal seno prorompente. Un modello imposto cosicché fossero le donne stesse ad imprigionarsi. Un oggetto dunque, non un entità e per il loro desiderio di libertà sfigurate, umiliate, schiaffeggiate, stuprate, prese a calci, morse, maltrattate da ex-fidanzati, mariti, padri ed intere sfere familiari in alcuni casi.

Le donne per molti continuano ancora a non essere considerate al pari degli uomini nella sfera lavorativa come in quella privata. Non è certamente un mistero che per diversi anni (e in parte ancora oggi) la paga dell’uomo è stata superiore a quella della donna nonostante gli straordinari, o che non siano state assunte donne che volevano avere figli o che sono state licenziate ingiustamente donne perché incinte.

Solo negli ultimi decenni la legislazione è arrivata a tutelarle (anche se parzialmente). Nonostante si sia arrivati ad una tutela in ambito lavorativo tutt’altro si può dire della sfera personale. L’Istat stima che su 10 donne uccise per violenza di genere 5 vengono uccise dal partner o l’ex, 2 da un parente o da un familiare e 3 da estranei. Inoltre su 100 donne sono l’81,6% i casi di stupro commessi e di questi ne vengono denunciati solo fra il 2 e il 4% ogni anno. Perché una percentuale così alta di donne preferisce non denunciare?

Sembra più facile non denunciare, i tempi del processo sono sempre troppo lunghi e nel frattempo nessuno controlla quello che fanno o no gli accusati liberi di agire, si ha paura di ritorsioni. Ci vuole molta forza per ammettere quello che è successo, ci vuole risolutezza nel non colpevolizzarsi per qualcosa che ci è stato imposto da qualcun altro, ci vuole coraggio per rivendicare se stessi.

Ma è davvero solo una questione di genere? No, molte volte è questione di potere e di prevaricazione su un altro essere umano perché viene ricoperta una posizione di maggiore importanza. Non è cosa sconosciuta a molti che vi siano stati anche casi oltre oceano dove donne di grande successo hanno abusato di uomini a loro sottoposti prevaricandoli. Sono certamente casi più rari ma questo per un fatto più culturale . Infatti è molto più comune che siano gli uomini a ricoprire incarichi più importanti delle donne.

Antropologicamente parlando sono sempre stati gli uomini ad andare a caccia, a decidere strategie militari, a ricoprire ruoli importanti per lo sviluppo di società sempre più moderne. Bisogna dunque considerare l’impatto dell’opinione della società su questioni di prevaricazione femminile. Un esempio di atteggiamento condiviso della società è quello che tende a colpevolizzare la personalità caratterialmente più debole nel farla sentire complice in qualcosa che non dipende da lei. Proprio quest’attitudine era già comune all’epoca dell’antica Roma in cui l’unica certezza era che la giurisdizione cittadina, quando veniva investita del problema del malcostume femminile, applicava pene di volta in volta diverse a seconda di come l’opinione pubblica valutava la gravità del caso.

Le opinioni della società in cui viviamo, in parte ancora legate alle antiche tradizioni in parte affacciate ad una visione più moderna, influiscono ancora  parecchio su determinate vicende che la influenzano.

È mia opinione che il vero errore stia nell’ascoltare le tipiche frasi del “ma se si è vestita così allora se l’è cercata” o “ lo hai provocato tu”, e il lasciare che quello che pensa chi ci circonda abbia davvero importanza, sminuendo noi stessi, pensando di essere colpevoli dei misfatti altrui. Dare spago a chi giustifica comportamenti indegni di esserlo  anziché porli in essere e fare in modo che chi li ha compiuti se ne assuma colpa e responsabilità . Che il desiderio di controllo di un altro essere umano possa derivare dal temerne le capacità è un fatto certamente e storicamente accertato. Donne minacciate per dei capricci, tenute sotto controllo perché temute, atte a soddisfare ogni egoismo insito nell’essere umano, un desiderio di oggettivazione di un’entità (fino a pochi secoli fa’ considerata al pari delle bestie)  che ora ha assunto una maggiore consapevolezza di sé, delle proprie capacità e degli sconfinati obiettivi che può raggiungere. Come dei piccoli uccellini rossi solitari costretti a vivere in gabbia agognanti la libertà e che per la prima volta provano la brezza del vento sulle loro piccole ali osservando le infinite possibilità di uno sconfinato orizzonte. Un pettirosso coraggioso pronto, finalmente a volare via verso l’infinito.

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