Il cadavere squisito è il nome di un gioco inventato dai surrealisti, che indicherà, in seguito, una tecnica di composizione collettiva di piccole opere d’arte. Bisogna premettere che, all’epoca in cui Andrè Breton covava il manifesto surrealista, non esisteva il computer e nemmeno la play station; così, per ammazzare il tempo, pensò di coinvolgere la sua combriccola intellettuale e visionaria in un simpatico giochino che consisteva nel passarsi a turno un foglietto di carta, in cui ciascuno, all’insaputa dell’altro, annotava nell’ordine: un sostantivo, un aggettivo, un verbo; ne risultava sempre una frase stravagante, surreale, permeata dalle visioni inconsce cui era lecito dare  libero sfogo. La prima locuzione fu: “ il cadavere squisito berrà il vino nuovo”.

Ma siccome quei mattacchioni surrealisti si divertivano troppo, decisero di estendere il metodo utilizzato- in seguito definito del “cadavere squisito”- anche alla realizzazione di piccoli quadri.  Fu così che nacquero, nel corso  di quelle seratine ludiche, forse un tantino sbracate, stravaganti disegni, animati da sgorbietti multiformi e suggestivi, sgangherati assemblaggi infantili di figure evocative, in cui distinguiamo gambe, braccia, teste, che sembrano tracciate da un bambino delle elementari su un banco di scuola. Questi disegni, definiti non a caso “cadaveri squisiti”, aprono il percorso surrealista della mostra curata da Arturo Schwarz al Complesso del Vittoriano di Roma, intitolata “Dada e surrealismo”.

Se siete rimasti sul lastrico e vi sono avanzati soltanto undici euro, varrebbe la pena spenderne 10 per visitarla, e uno per tentare di rifarvi con il “win for life”. Cinquecento magnifiche opere che ripercorrono lo sviluppo, dagli anni venti fino ai sessanta circa, di entrambi i movimenti; antitetici nelle finalità, ma accomunati dalla forza espressiva dei rispettivi aderenti. Tre ore di irripetibile goduria visiva, alternati a momenti di estasi intellettuale, nonostante il caldo e i piedi squagliati nelle calzature.

Ce n’è per tutti i gusti. L’orinatoio- fontana di Duchamp, per esempio, è una di quelle opere che con la sua innegabile carica di ironia e di humour, inchioda palati differenti, al pari, tuttavia, di molte altre, che menzionerò in ordine sparso seguendo il filo immaginifico del mio godimento estetico.Agli amanti del mistero piacerà “L’enigma di Isidore Ducasse” di Man Ray, una figura incappucciata, misteriosa, imprigionata in un imballaggio di tela e corda che sembra in cattività o in cammino se la si immagina di spalle.  La sua celebre foto con la bocca immensa e solare, sospesa sullo sfondo di un cielo grigio, illanguidirà, invece, gli spiriti romantici, permeabili ai sussulti capricciosi dello struggimento amoroso. Per gli erotomani di moderata entità, lievemente solleticati dal lato b, si consiglia, sempre di Man Ray, la sensualità delicata e allusiva del “violino d’Ingres”, in cui l’incavo di una schiena nuda e seducente viene trasformato in violino con le sue anse ad effe dipinte proprio in posizione lombare.

Gli spioni, che guaderebbero tutto dal buco della serratura, si identificheranno con l’ombra di Francis Picabia, in cui un’ombra, in punta di piedi, sembra osservare furbesca qualcosa o qualcuno.  Chi ha il senso della misura apprezzerà, dello stesso autore, “i centimetri”, strambo collage in cui il tronco di un albero viene tracciato con i brandelli di tela cerata di un martoriato centimetro sartoriale. Per quelli che scalpitano dalla voglia di spiegare tutto in chiave Freudiana, “Loplop presenta. La bella stagione” di Max Ernst: divertitevi… Gli inquieti, in odore di psicanalista, proveranno invece orrore di fronte alle opere di Andrè Masson (“il pittore e i tempi”; Goethe e la metamorfosi delle piante”); ritrovando, nei dipinti, le ossessioni surreali e lancinanti della propria psiche scissa e bisognosa di ricovero in un C.I.M.; lo stesso autore ebbe qualche problemino di nervi, ma lui, almeno, era giustificato dalla partecipazione alla prima guerra mondiale.  Di Magritte, De chirico, Picasso, Dalì, Kandisky, Klee, e molti altri, ci sono assaggi, gustosi aperitivi che potranno ingolosire i neofiti, senza saziare del tutto i veterani.

Ed infine, come sempre, il quadro che mi porterò a spasso per un po’: “Il castello sui Pirenei di Magritte”. Un’immagine di assoluta bellezza, che prende alle viscere e si propaga al cervello, catturando il silenzio del mondo che pochi hanno il privilegio di ascoltare.  Si tratta di uno scoglio gigante a forma d’uovo, incoronato da un castello di pietra, che galleggia tra le nuvole, sovrastando le onde spumose e torve del mare d’inverno.  Mi ha fatto pensare alla teoria di Calvino sulla leggerezza pensosa, al suo tocco impalpabile, ma non evanescente, di parole che volteggiano come piume senza perdere il peso della loro valenza concettuale. Quella roccia sospesa evoca, secondo me, la dimensione interiore dell’uomo quando riesce a guardare la realtà attraverso il filtro dell’immaginazione e della poesia.  Forse è solo un fatto personale, di chi sente il richiamo delle proprie radici su una collina di fronte al mare, immaginata, sin dall’infanzia, in una bolla sospesa tra terra e cielo; dove il respiro della natura passa attraverso il soffio del vento, e, se ci si ferma, si ha la possibilità di catturare quello stesso silenzio del mondo che Magritte imprigiona nella tela.

La visione, pertanto, è consigliata a tutti, quale corroborante dell’anima esente da controindicazioni, in special modo agli spiriti dotati di terzo occhio, spudorata vocazione poetica, incorreggibile propensione surreale. In conclusione sarei tentata di azzardare che questa mostra antologica, di sicuro bellissima, sia la più interessante degli ultimi 150 anni, ma ci vorrebbe un EGO IPERTROFICO, il mio, rachitico, mi trattiene dalla boutade … Comunque non perdetela, sarà possibile visitarla sino al sette di Febbraio…

1 commento

  1. complimenti, un pezzo davvero interessante, intrigante, affascinante al punto che oggi sono andato a vedere la mostra….una pura e vera goduria.
    grazie per il suggerimento
    alla prossima.

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