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Afghanistan: possibili scenari

Lo scorso 29 febbraio, a Doha, capitale del Qatar, è stato firmato uno storico accordo di pace tra Stati Uniti e Talebani. Dopo circa 18 anni gli Stati Uniti ritireranno, entro 14 mesi, le loro truppe, uscendo così da una guerra che li ha visti sconfitti. Il bilancio parla di 2400 soldati americani uccisi, 20000 feriti e troppe migliaia di vittime civili afghane. Una resa forse un po’ affrettata, che ricorda il Vietnam. In quell’occasione, la capitale Saigon fu occupata dopo appena due anni dai nemici che gli Stati Uniti avevano combattuto per quasi un decennio. Quanto potrà resistere il debole governo afghano alla pressione talebana senza l’apporto americano?

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L’Accordo

L’accordo consiste in particolare nella riduzione, entro 135 giorni, del contingente americano dalle attuali 14000 unità alle 8600. Di contro i talebani si impegneranno a troncare i rapporti con organizzazioni terroristiche come Al-Qaeda. L’accordo prevede inoltre l’instaurazione di un dialogo intra-afghano tra governo e talebani a cui fa da premessa lo scambio di prigionieri tra le due fazioni. Il dialogo è volto a costruire una riappacificazione del paese che però allo stato attuale sembra piuttosto difficile per diversi motivi.

Già i giorni precedenti la firma avevano fornito segnali poco incoraggianti a causa della violazione da parte dei talebani del “cessate il fuoco” che costituiva una sorta di condizione alla conclusione dell’accordo. Il riconoscimento dei talebani come interlocutori mette in imbarazzo il governo di Ashraf Ghani, definito dai successori del Mullah Omar come “governo fantoccio”. I talebani controllano attualmente circa la metà del territorio afghano e detengono quasi il monopolio del settore economico ad oggi più remunerativo del paese, la coltivazione e la vendita dei semi di papavero.

Il governo si trova oggi più che mai in una situazione critica, afflitto da cronici problemi economici, corruzione dilagante e instabilità politica. Il ritiro americano appare perciò alla luce di questi fatti piuttosto frettoloso ed inopportuno. Viene perciò da chiedersi, quali siano stati gli interessi e le motivazioni che hanno determinato la prosecuzione del conflitto dal 2001 ad oggi e quali, quelli che ne hanno determinato una fine così improvvisa.

La genesi del conflitto

La storia afghana è indissolubilmente legata alla sua geografia. Crocevia tra l’oriente, il mondo arabo e l’Europa, schiacciato durante i secoli dai più grandi imperi della storia eppure mai del tutto sottomesso. Territorio aspro e montuoso in cui convivono ormai da secoli diverse tribù ed etnie non di rado in lotta tra loro. L’Afghanistan a dire il vero, aveva imboccato negli anni 60’ e 70’ la strada della modernizzazione. Erano gli anni in cui migliaia di giovani occidentali partivano con i loro furgoncini Volkswagen alla scoperta dei tesori d’oriente.

Nel 1978, un colpo di stato consentì al Partito del Popolo Afghano (PDPA), di ispirazione marxista, di prendere il potere. Il nuovo regime, fortemente diviso al suo interno e inviso ai più per il suo tentativo di laicizzare il paese, trovò nei carrarmati sovietici un potente alleato. Emerse dal tessuto sociale un’opposizione al governo filosovietico di stampo integralista che riuscì, anche grazie al corposo, seppur indiretto, aiuto americano, a scacciare l’invasore sovietico nel 1989.

Di lì a poco le forze integraliste acquisirono sempre più rilevanza fino alla conquista della capitale Kabul da parte dei talebani guidati dal Mullah Omar nel 1996. Il regime talebano trovò nel miliardario Osama Bin Laden un alleato interessato e potente. Egli stabilì la propria base in Afghanistan ed iniziò il suo proselitismo e il suo addestramento di combattenti in vista della “guerra santa” contro gli infedeli occidentali. Era sempre più evidente la commistione tra regime talebano e Al-Qaeda.

Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 alle twin towers, gli americani inviarono un ultimatum al governo talebano intimandogli la consegna dei leader di Al-Qaeda e la chiusura dei campi di addestramento terroristici. Le trattative tra gli Stati Uniti ed i talebani fallirono, ed il 7 ottobre 2001 gli americani, insieme agli inglesi, bombardarono il paese.

Già a partire dal 1996, quando il Mullah Omar si era affermato al potere, si costituì un fronte composto da diverse fazioni avente lo scopo di combattere i talebani. Essi, con l’aiuto occidentale, riuscirono a conquistare Kabul nel novembre del 2001. Gli Stati uniti e la NATO continuarono la loro lotta ad Al-Qaeda con l’obiettivo dichiarato di eliminare Bin Laden. Il conflitto però non accennò a placarsi, nonostante l’instaurazione del governo Karzai e la morte di Bin Laden nel 2011.

Conclusioni

In Afghanistan si combatte una guerra dal 2001, il cui esito è impietoso, soprattutto per le più di 100.000 vittime civili. L’occidente non è riuscito per diversi motivi a imporre la pace nel paese, ed il costo è stato altissimo. Si è tentato di costruire uno Stato nonostante la mancanza dei presupposti soprattutto economici necessari allo sviluppo di esso. Il paese, falcidiato da conflitti, non ha mai potuto esprimere le proprie potenzialità economiche costituite dalla presenza nel territorio di interessanti riserve minerarie.

Oltre alle già citate cifre sulle morti, si aggiungono i migliaia di miliardi di soldi spesi per la prosecuzione di una guerra persa forse in partenza . Per quali motivi si è allora combattuto così a lungo? Inizialmente c’erano alla base soprattutto interessi geopolitici, legati alla paura di perdere il controllo in una zona come il medio oriente dove molti paesi avevano già manifestato una forte indipendenza se non un’ostilità nei confronti dell’occidente.

In secondo luogo ha influito molto il peso della propaganda che soprattutto negli Stati Uniti ha nascosto il reale andamento del conflitto diffondendo l’idea che si trattasse, specialmente dopo il 2011, di una missione di pace. Ma la realtà è che la pace non c’è mai stata e sembra inoltre difficile che possa nascere dopo un accordo che sembra più una resa americana che una dichiarazione di pace.

Il dialogo che si vorrebbe instaurare tra talebani e governo afghano rischia di delegittimare il secondo, che viene considerato alla stregua di una fazione in lotta invece di un governo eletto legittimamente che dovrebbe rappresentare l’unità del paese. L’accordo è certamente connesso all’esigenza di Trump di dar seguito alla sua politica estera dichiaratamente anti-interventista.

Trump manterrebbe così, in vista delle elezioni del 2020, la promessa fatta al suo popolo di ritirare le truppe dall’Afghanistan. Questa mossa, potrebbe però segnare il ritorno al potere dei talebani, con tutte le criticità che ne conseguirebbero. A trarre giovamento dal ritiro americano può essere la Cina che ha già ottenuto importanti accordi commerciali e potrebbe nel futuro acquisire un ruolo di primo piano nella questione afghana. Nonostante tutto, la partita sembra essere ancora lontana dalla fine.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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