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Lo scorso 25 ottobre è stato reso pubblico l’accorato appello del mondo della cultura e dello spettacolo: si chiedeva a gran voce la possibilità di poter continuare a svolgere la propria attività; come in altri settori, anche qui sono state adottate le norme di sicurezza imposte dal Governo. In seguito all’impiego di numerose risorse per adeguarsi alla pandemia, una nuova chiusura pesa fortemente sul bilancio e sulla sopravvivenza di questo settore. Come reinventarsi e far fronte alla seconda ondata? Aspettando Godot, l’assurdo ai tempi della pandemia Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Alla fine della prima chiusura imposta, teatri e cinema hanno tentato una timida ma fiduciosa riapertura. In molti sono accorsi ad assistere agli spettacoli, anche quando l’offerta non era abbondante o non rispecchiava al massimo il proprio gusto personale. Ciò che si desiderava era tornare ai luoghi che si consideravano casa; quei luoghi che rappresentavano la quotidianità, fedeli ad essi come un felino alle proprie abitudini. Tuttavia, nuove misure preventive hanno fatto sì che il ritorno alla normalità avesse breve durata.

L’intervista

Abbiamo intervistato Stefano Marafante, Direttore del Teatro de’ Servi di Roma e del Teatro Cinema Martinitt di Milano in merito all’attuale situazione che vive il mondo della cultura.

 D: Il 25 ottobre è stato reso pubblico l’appello del mondo dello spettacolo e della cultura affinché non venissero chiusi teatri e cinema. Tuttavia, le nuove misure entrate in vigore dal novembre scorso dimostrano che tale appello non è stato ascoltato o non è stato possibile ascoltarlo; come si sta vivendo questa situazione?

R: La Bilancia che gestisce il Teatro de’ Servi a Roma e il Teatro Cinema Martinitt a Milano, due città distanti e più che mai vicine in questo frangente. Dopo un iniziale momento di sgomento e grande indignazione, è poi risultato chiaro che la chiusura di cinema e teatri facesse parte di un nuovo piano di urgenza per affrontare una situazione sanitaria nazionale che dopo l’estate era tornata ad essere emergenziale. Chiudere è stato un segnale inevitabile che equivaleva a dire agli italiani “è fortemente consigliato restare a casa’’. Considerando l’impegno come esercenti nel garantire la sicurezza dei lavoratori e del pubblico, le statistiche rassicuranti diffuse dall’AGIS e gli appelli lanciati sui social è stato impossibile non vivere questo momento come un sacrificio sia per il settore che per la popolazione. Chiudere, per noi, ha significato “fare la nostra parte”. Dopo più di un mese dal dpcm del 24 ottobre possiamo dire che limitare le attività del tempo libero è stata ed è una leva vincente per abbassare i contagi, sia nella prima che nella seconda ondata pandemica.

  D: I teatri, così come cinema, ristoranti e centri commerciali, hanno adottato misure di distanziamento: come interpreta la scelta di chiudere alcune attività e lasciare aperte altre? da cosa dipende tale scelta?

R: La seconda chiusura ha inferto un duro colpo per un settore già indebolito dal primo lockdown e da molti anni di politiche di tagli. Alla ripartenza a settembre, è risultato arduo il compito di riavvicinare il pubblico alla frequentazione teatrale: in un clima di paura e incertezza era impensabile prendere impegni a medio termine come l’abbonamento. Noi, ad esempio, lo abbiamo fatto telefonando uno ad uno gli spettatori abituali, rassicurandoli sulla messa in sicurezza della sala, l’igienizzazione e la limitazione dei posti. Ma comunque la partecipazione era mite. L’unico sold out di entrambi i teatri di Roma e Milano è stato registrato quella fatidica “ultima replica”, la domenica successiva al dpcm che decretava la chiusura: sicuramente una soddisfazione per gli attori in scena, ma anche un segnale forte di r-esistenza.

Da sempre crediamo nella funzione sociale che i teatri ricoprano in qualità di presidi culturali. In questo faticoso 2020 sapevamo di poter essere anche una cura, un antidepressivo e un antidolorifico. Pertanto, siamo stati fra i primi e fra i pochi a riaprire i nostri teatri a settembre, con un cartellone di spettacoli programmato come di consueto fino a maggio 2021. Abbiamo cercato di comunicare una “normalità” anche con il motto che contraddistingue la stagione in corso “Torniamo in compagnia”.

Il primo coprifuoco a Milano fissato alle ore 23, ci aveva spinto a fare il possibile per mantenere la programmazione anticipando gli orari di spettacoli e film per permettere al pubblico di tornare a casa senza incorrere in contravvenzioni. Una ulteriore riduzione dell’orario di apertura al pubblico, come avvenuto per i ristoranti,  sarebbe stato inconciliabile con l’attività del nostro settore. Meglio chiudere.

 D: In termini di incentivi, quali misure hanno favorito la sopravvivenza del settore? sono sufficienti? ci si aspettava di più?

R: Vista l’eccezionalità della situazione non potevamo avere grandi aspettative di ristoro per il periodo di chiusura da marzo a settembre. L’attivazione della cassa integrazione per i lavoratori dello spettacolo, il risarcimento percentuale delle spese di locazione e il contributo a fondo perduto sul differenziale di fatturato non sono stati sufficienti per compensare in parte i mancati incassi ma sono stati comunque utili a programmare una riapertura per la stagione 2020/2021, una ripartenza che di fatto non c’è stata. Questa seconda sospensione si innesta su una situazione che, in questi due mesi scarsi di riapertura, al contrario di altri settori, non aveva ancora lontanamente recuperato una normalità. Inoltre, la nuova interruzione ha di nuovo bloccato, fino a data da definirsi,  anche tutta l’attività di produzione artistica che stava appunto ripartendo per rispondere a una domanda di distribuzione degli spettacoli che si era, se pur limitatamente, riaccesa.

 D:  Il settore artistico-culturale, paragonato ad altri, come ad esempio quello della ristorazione, ha maggiore o minore possibilità di affrontare la crisi da Covid?

R: Minore, per diversi motivi: il settore era in sofferenza già prima dell’emergenza Covid-19, la programmazione segue un calendario stagionale, la ripresa non è così istantanea. A differenza di altri settori, riaprire un teatro non significa alzare la saracinesca ma programmare, produrre, organizzare e promuovere un cartellone di spettacoli realizzati da diverse società, tutte al momento ugualmente affaticate dai mancati introiti.

 D:  Da un punto di vista prettamente umano, la situazione imposta dalla pandemia sta limitando la libertà (e forse anche la necessità propria dell’individuo) di esprimersi. Quali sentimenti genera tale situazione?

R: Come accade sempre nei momenti di crisi, la limitatezza delle libertà e delle risorse stimola la creatività; così, c’è stata un’esplosione di solidarietà verso il settore teatrale e culturale e di sperimentazione di nuovi canali di comunicazione e promozione dello spettacolo dal vivo.

 D: D’altra parte, la chiusura di teatri e cinema significa privare i cittadini della possibilità di trovare un rifugio/evasione dalla situazione attuale, che indubbiamente ha conseguenze negative sulla psiche. Cosa ne pensa a tal proposito? non è stata percepita a dovere l’importanza che tale settore riveste per sostenere ed incoraggiare lo spirito dei cittadini?

R: Per la prima volta nella Storia contemporanea, la pandemia ha richiamato sulla fondamentale esistenza dei luoghi culturali quali beni essenziali alla persona e della cultura quale inalienabile diritto del cittadino al pari di salute, scuola e lavoro, guadagnandosi il meritato spazio perfino sulle copertine di quotidiani e periodici nazionali e altri media non di settore come il vostro, cosa che non accadeva da quanti anni?

La protesta alla chiusura dei teatri e dei cinema si è levata da più fronti al grido di “teatro e cinema luoghi sicuri” e “la cultura è cura non contagio”. Questo ritrovato spirito sarà il volano per il rilancio del settore culturale e degli spettacoli dal vivo: gli italiani dovranno riconfermare alla cultura il proprio valore di diritto inalienabile a tutela della salute non solo fisica, e i governi dovranno coltivare cultura per immaginare e garantire all’Italia un futuro migliore.

D: Esistono maniere di adeguare l’esperienza teatrale al nuovo contesto?

R: No. Il teatro esiste perché esiste un pubblico, anche se composto da un solo spettatore, ma per fare il teatro ci vuole un pubblico in presenza. L’empatia intesa come il sentire l’umano che il teatro suscita non può essere trasmesso a distanza o mediato da uno schermo, da un frame. Tutti i vari esperimenti di diffusione degli spettacoli in streaming fatti durante queste pause forzate dai teatri, noi compresi, non possono rappresentare la “nuova normalità” ma sono stati utili a scandagliare alternative innovative di divulgazione e promozione del prodotto/spettacolo dal vivo per la prima volta rivolgendosi a un nuovo pubblico senza confini geografici: penso ai piccoli comuni che non hanno un teatro nelle vicinanze ma anche agli italiani all’estero.

D: Si teme in merito alla possibilità di perdere clienti?

R: È possibile che ciò accada se si pensa ai clienti esclusivamente come “pubblico teatrale” ovvero spettatori già acquisiti e fidelizzati. Quando il mondo dello spettacolo si renderà conto che il nostro è un settore produttivo che pertanto produce e vende prodotti a un target generico, sarà di nuovo in grado di avvicinare un pubblico ben più ampio di quello strettamente teatrale.

Rispetto ad altri settori, il mondo della cultura ha meno possibilità di adattarsi al nuovo contesto imposto dalla pandemia perché qui la presenza effettiva dell’individuo è di fondamentale importanza. L’attuale atmosfera di stallo e speranza ricorda, con un sorriso amaro, una tipica situazione beckettiana. Contrariamente, pur non conoscendo il momento esatto, in questo caso si ha  però la certezza che non si tratta solamente di una vana speranza.

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