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Un ronzio metallico continuo ti colpisce le orecchie appena metti piede nello studio di tatuaggi e continua a vibrarti nel cervello tutto il tempo. Ci dice subito dove ci troviamo, in una fabbrica di disegni.  Avere vent’anni e fare il tatuatore a Napoli. Una mattina in uno studio di giovanissimi a Napoli Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Come i martelli degli operai battono all’unisono sul metallo, così gli aghi delle macchinette percuotono la pelle dei clienti. Insieme al rumore, ad accogliermi al mio ingresso c’è un viso giovane e sorridente che mi dà il benvenuto, è Camilla, una delle tatuatrici che lavora in questo studio. Mi offre un caffè, mi dice di aspettare e mi indica le sedioline in legno che sono ai lati dell’ingresso. La ringrazio e siedo. Dieci, venti, trenta, quaranta… centinaia di disegni se ne stanno sopra la mia testa, sono incorniciati e appesi su tutte le pareti dello studio. Mentre aspetto inizio a osservarli da vicino, sono dipinti, disegni a matita, stampe, targhe realizzate da tatuatori di tutto il mondo, molti dei quali hanno lasciato una dedica personale al lato.

La geisha giapponese se ne sta ritta e impettita a fianco al veliero old school che solca mari selvaggi, una pin up più in basso strizza l’occhio a una tigre infuriata, facce mostruose blu, verde e gialle fanno a gara con un drago rosso a chi faccia più spavento. Spesso si ripetono gli stessi soggetti, tanti serpenti, tanti visi di donna, tanti pugnali e così via, ma non ce n’è un solo che sia veramente uguale a un altro. E se ti capita di trovarne due incredibilmente somiglianti, subito poi ti accorgi che la firma al lato del foglio è la stessa. Ognuna di queste immagini racconta cioè di un posto, di una parte del mondo, della mano che ne ha tirato le linee, della mente che la ha immaginata. 

Sono persa in questi pensieri quando Camilla mi chiama, ha finito con il suo cliente ed è pronta a mostrarmi lo studio e presentarmi gli altri artisti che lavorano qui. Sono tutti giovanissimi, il più grande ha 28 anni ed è il proprietario di questo studio. Sono in quattro, ognuno ha la sua postazione con aghi e inchiostro e le varie zone sono separate da divisori in legno massiccio.

Lo stile ricorda quello degli studi che si trovano in America, ma le pareti sono dipinte di un azzurro accesso, il colore simbolo di Napoli. Mi spiega il proprietario di aver viaggiato molto, ha tatuato durante Convention che si sono tenute in tutte le parti del mondo e ha anche lavorato per lunghi periodi all’estero. L’influenza internazionale è innegabile e anzi è un punto di forza e di orgoglio della sua formazione come tatuatore. E cosa ti ha spinto allora a rimanere a Napoli? Gli chiedo. È solo la prima di tante domande che mi hanno permesso di immergermi nel racconto della sua storia di artista, giovane imprenditore e napoletano.

Giorgio Chirico lavora in questo ambiente da 12 anni, ha iniziato a 16 mentre ancora frequentava il liceo e da allora non ha più smesso. In questi anni ha lavorato in tanti studi, anche molto importanti, qui a Napoli e ha accumulato tanta esperienza e anche una notevole fidata clientela. Ecco il principale motivo per cui ha scelto di non andarsene, avrebbe perso quanto costruito con fatica in questi anni nell’ambiente napoletano. Ma poi, mi dice, a Napoli la cultura del tatuaggio è parecchio diffusa, i clienti non mancano e poi è la sua città e non rimpiange di essere rimasto. Sì perché il tema del “rimanere a casa” qui a Napoli è argomento quotidiano con cui tanti giovani si trovano costretti a fare i conti, perché ritagliarsi un proprio spazio lavorativo appagante spesso si rivela un’impresa titanica.  

Al Sud è emergenza occupazionale per i giovani, come fin troppo bene sappiamo. Negli ultimi anni la forbice tra Nord e Sud si è ampliata ancora di più e i giovani in cerca spasmodica di un primo impiego sono tantissimi. È innegabile che ci sia bisogno urgente di progetti validi per un rilancio del Mezzogiorno che giovi all’intero paese, ma la questione è certamente complessa e meriterebbe ben più di qualche riga per essere affrontata. Ci basti tenere presente questa difficile realtà per capire e apprezzare ancora meglio la storia di questi quattro ragazzi.  

Camilla Rinaldi non ha sempre lavorato nel mondo dei tatuaggi, è da una vita che disegna ma la sua grande passione è sempre stata l’illustrazione. Non che i tatuaggi non le interessino, ci tiene subito a precisare, semplicemente sono arrivati dopo. Camilla è quindi una tatuatrice ma anche una straordinaria illustratrice, mi ha fatto vedere dei suoi lavori e ne sono rimasta profondamente colpita. Colgo l’occasione per farmi raccontare la sua esperienza in queste due realtà così diverse della stessa “arte del disegno”. Inserirsi nel mondo dell’illustrazione, attraverso il contratto con qualche casa editrice, non è impossibile, mi spiega, ma il problema sono i compensi. A meno che tu non te ne esca con l’uscita del secolo, è difficile che riesca a mantenerti facendo solo l’illustratore. Anche quando si tratta degli illustratori più famosi, i ricavi dai libri sono modesti perché anche quando si tratta di volumi di un certo valore i prezzi vengono mantenuti piuttosto bassi e spesso il loro pubblico non va oltre gli “addetti ai lavori” e gli appassionati.  

Rimane però che il mondo dell’illustrazione conosce poca “cattiva” competizione, è un ambiente meno discriminatorio di tanti altri per le donne e che ti accresce culturalmente e personalmente moltissimo. Camilla insomma ne apprezza ancora molti lati, ma i guadagni erano un problema e il tipo di lavoro la portava spesso a starsene chiusa ore e ore da sola a disegnare. 

Con i tatuaggi è diverso, la clientela è più vasta e il rapporto con i clienti più immediato e diretto. Probabilmente questo è il motivo per il quale dei ragazzi così giovani sono riusciti già ad affermarsi nel mondo del lavoro. Sì perché da quanto mi dicono l’universo dei tatuaggi è stata un’occasione per molti giovani che altrimenti avrebbero avuto grosse difficoltà a guadagnarsi uno stipendio decoroso a Napoli. La moda dei tatuaggi è infatti esplosa negli ultimi anni e ha creato molti nuovi posti di lavoro. Non serve una laurea, ci sono gli attestati da prendere, quello sì, ma si tratta di ben altra cosa rispetto ad anni spesi sui libri. Soprattutto, nel campo dei tatuaggi è il tuo lavoro che parla per te, direttamente ai clienti, se è fatto bene si vede e la clientela tornerà, qualsiasi età tu abbia.  

A differenza di quanto avviene in altri ambiti, cioè, qui i giovani hanno una vetrina dove mostrare direttamente le proprie capacità. Ovviamente serve tanta esercitazione e manualità per riuscire a fare dei bei lavori, ma una volta che acquisisci le capacità, al di là dell’età, il tuo tatuaggio finisce dritto sulla pelle del cliente, senza filtri e gerarchie a oscurarlo.  

Bisogna precisare che non è tutto oro quel che luccica. È vero, il mondo dei tatuaggi è cresciuto molto negli ultimi anni, ma mi dicono che rispetto a qualche anno fa il mercato è già quasi saturo, che, giovane o meno che tu sia, adesso è diventato già molto più complesso trovare spazio come apprendista in uno studio. 

Giorgio mi racconta che la competizione è forte e tanta, che i primi anni sono tosti perché devi farti notare da qualcuno che già abbia uno studio e che ti prenda come apprendista e poi come tatuatore. Non è sempre facile, anche perché chi già lavora in questo campo da anni in molti casi fa davvero fatica a cedere il podio e riconoscere la bravura di giovani tatuatori nuovi al mestiere. “Bisogna farsi le ossa” viene ripetuto nell’ambiente.  

Un po’ di gavetta certo è più che normale, anzi auspicabile, ma l’immediatezza del prodotto offerto da uno studio di tatuaggi è tale da permettere anche ai più giovani di emergere. E la storia di Giorgio, proprietario di uno degli studi più importanti della città da quando ne aveva 27, ne è la conferma.  

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