Big Sur e il miraggio di un’eternità dorata oltre il disagio esistenziale

Siamo nel 1960 e sono ormai passati tre anni dall’uscita del bestseller Sulla strada, il libro che ha introdotto un rivoluzionario stile di scrittura, annunciando una nuova generazione di letterati e modificando per sempre la prospettiva psicologica e spaziale della sacrosanta epopea americana.

Jack Kerouac, non ancora quarantenne, fatica a convivere con l’improvvisa popolarità, con il successo, ai limiti dell’idolatria, che gli viene riconosciuto in qualità di narratore di una novella travagliata contemporaneità; le interviste formali, le apparizioni televisive in studi ordinati e scintillanti non si addicono al suo spirito ribelle, frugale, forse fin troppo alieno ad una lineare quanto necessaria comunicazione umana.

Assediato da giornalisti invadenti e fanatici del suo messaggio letterario, decide di abbandonare la sua casa, dove abita con la madre e con il gatto Tyke, e, dopo aver attraversato l’America, si rifugia per tre settimane a Big Sur; un suo amico gli mette a disposizione una baita sperduta, a metà strada tra la foresta e l’oceano sconfinato, a pochi passi dal canyon, tutti zelanti nel comporre la cartolina del tipico paesaggio californiano: si tratta di un universo selvaggio, di una natura refrattaria allo sconsiderato inurbamento umano, nella quale Jack spera di trovare la quiete, un distacco netto dalla frenesia di matrice antropomorfa, dal divenire inarrestabile della vita stessa.

Big Sur è il racconto autodiegetico, fortemente personale, di questa fuga dal mondo e dalle sue spesso incomprensibili urgenze e complessità: esse costituiscono un fardello che comprende non solo la sua ormai soffocante carriera di scrittore, il cui andamento altalenante non gioca a favore di una serena stabilità, ma anche i sempre più complicati rapporti con l’esterno, dagli elementi naturali alle persone di sua conoscenza, comprese quelle più intime; i suoi legami con queste ultime risultano instabili, carichi di tensione, poiché il protagonista non riesce a mettere da parte le sue sofferenze interiori, a prima vista illogiche.

In questo viaggio introspettivo alla ricerca di un’armonia totalizzante, lontano dalle tribolazioni antropiche, Kerouac si confronta con l’ambiente naturale, tentando di capirne il linguaggio, di penetrare nel ritmo di quella che si configura palesemente come una realtà parallela: ogni elemento circostante attiva con facilità un processo immersivo, nel quale si trascende la funzione descrittiva delle cose, elevate a custodi di una simbologia ulteriore, non più statica ma fenomenologica; il canyon, lo sciabordio dell’oceano, il mulo Alf si fanno portatori di una storia precisa, in costante movimento, sono testimoni del vissuto del protagonista per mezzo soltanto del loro abitare la Terra.

Molto vicine al ruolo del correlativo oggettivo, le presenze appena sopraccitate trasmettono, con vivida concretezza, stati d’animo contrastanti: Jack vorrebbe possedere la potenza orgogliosa e distruttiva delle acque oceaniche ma, allo stesso tempo, invidia l’impassibilità del mulo, immune allo scorrere del tempo e a tutte le altre inevitabili mutazioni esteriori.

A livello stilistico, l’indole conflittuale dello scrittore, la quale si riversa dalla claustrofobica quotidianità cittadina alla natura genuina ma guastata dalle meditazioni dell’essere umano incontentabile, rendendo sempre più sfocata la dicotomia tra dimensione metropolitana e presunta amenità naturalistica, si estrinseca mediante un fluire ininterrotto di riflessioni, monologhi, ricordi; l’iniziale approccio descrittivo delle azioni e delle ambientazioni lentamente si sfalda, cedendo il posto agli inconsueti canoni della prosodia bop: la libera improvvisazione narrativa guida verso una modalità espressiva graffiante, materica, estremamente musicale, che enfatizza la concretezza delle suggestioni sensoriali, sempre più sensibili agli stimoli esterni.

L’incedere febbrile della storia si sposa alla perfezione con il linguaggio onomatopeico utilizzato, che non solo combacia con i moti e gli accadimenti provenienti dalla natura, ma dimostra anche il tormento esistenziale del protagonista, di portata universale: sullo sfondo pressoché onnipresente del mare, in un gioco destabilizzante di luci e ombre, tra l’accogliente spiaggia assolata e la notte umida e solinga, Jack, nonostante il proposito di affrancarsi dalle futili preoccupazioni, non può non meditare sulla mesta transitorietà della vita, la quale, tra l’altro, non fa che riproporsi in tutta la sua squallida monotonia.

Lo scrittore parla di una “mortale disperazione”, di una “angoscia mentale”, che impedisce di agire costruttivamente e di promuovere un cambiamento effettivo nel proprio Io e nella realtà, nella quale si viene inconsapevolmente gettati fin dalla nascita; aleggia nell’aria un perenne malessere di fondo che, alla fine, rende insopportabile e inutile l’isolamento di Kerouac a Big Sur.

Ad interrompere l’iniziale sviluppo da soliloquio del romanzo, che va poco oltre la prima decade di capitoli, si intromette la lettera della mamma che informa il figlio della morte dell’amato gatto Tyke: il triste evento spinge il protagonista a ritornare nella civiltà urbana e innesca l’ampliamento della narrazione a nuovi personaggi, a nuovi giochi relazionali, i quali, tuttavia, non fanno che confermare l’atmosfera di precarietà di cui ognuno, con modalità non molto differenti tra loro, si fa portavoce.

La vicenda, sia cronologicamente sia geograficamente, è collocata nel pieno della San Francisco Reinassance, la Beat Generation affascina la gioventù internazionale con il suo modello di vita trasgressivo e anticonvenzionale: intellettuali, artisti, letterati si radunano in case disordinate e anguste, le loro menti, più esplosive di bombe ad orologeria, vomitano valanghe di opinioni, condividono idee e progetti, talvolta confusi, sconclusionati; a questi ispirati brainstorming alternano grandi bevute, immersioni in droghe più o meno leggere, promiscuità sessuale, demolendo così principi morali ed erodendo vite già minate dalla dipendenza e dall’incertezza economica.

L’amico fraterno Cody, al secolo Neal Cassidy, l’eroe Dean Moriarty in Sulla strada, prova a rialzarsi dopo due anni di prigione, a tornare dalla famiglia, ma non fa che cadere in relazioni clandestine, mantenendosi con lavoretti saltuari, venendo meno alle sue basilari responsabilità nei confronti della sua stessa persona; la sua vita reale è di poco differente: morirà infatti a quarant’anni dopo aver ingerito un mix di alcol e barbiturici.

Billie, la ragazza malinconica e sottomessa, con cui, al momento, si intrattiene Jack, pensa continuamente al suicidio, nonostante le floride aspettative di una gioventù da difendere e un bimbo piccolo ancora da crescere.

L’energia incontenibile di tutti i personaggi che animano il romanzo, compreso il protagonista, possiede un potenziale che potrebbe dischiudere innumerevoli luminosi futuri, moltiplicati da un attivismo indefesso, se quest’ultimo venisse convogliato nella giusta direzione; ma essi si sentono travolti dagli eccessi di un’esistenza inafferrabile, impossibile da governare, sono incapaci di nobilitarla anche solo con la contemplazione delle piccole cose: ad ogni svolta, riaffiora la psiche impotente, disagiata, che, in luogo di un muto sbigottimento, si lascia andare allo sperpero senza meta degli entusiasmi e dello slancio vitale, fino all’ingiustificata consunzione del corpo stesso, tra vini inaciditi e notti insonni, verso l’inesorabile autodistruzione.

In questa deflagrazione di inadeguatezza, Kerouac dichiara apertamente di sentirsi come il “Fantasma dell’Opera”, un feticcio d’uomo che vaga nella società come un corpo estraneo, un essere apolide privo di radici, di obiettivi, non essendo possibile individuare un porto sicuro dove ormeggiare e trovare requie.

Ad esacerbare i salti analogici di una mente esausta e inebetita, al limite della psicosi, si aggiunge la distorsione semantica causata dall’alcol: la visione di una permanenza terrena caduca e fragile si acuisce sotto i colpi dell’ubriachezza, fautrice di una realtà modificata da un inconscio irrimediabilmente alterato; l’esistenza si ricopre di una patina sbiadita, disorganica, ancora più nichilistica, mentre il torrente, il bosco, le onde che si infrangono sulle coste di Big Sur, le avventure con gli amici acquistano un senso distorto, producono uno stillicidio di frasi e pensieri caotici, denotando una lenta perdita di consapevolezza del sé e del contesto che lo circonda.

L’apoteosi di questa evoluzione stilistica vicina al nonsense viene raggiunta nel capitolo 37, nel quale si descrive un autentico viaggio mentale, filtrato da una soggettività delirante, folle, definitivamente scollata dal vero: si avvicendano personificazioni, scene macabre che sembrano rievocare il disgusto atroce suscitato dalle Avventure di Gordon Pym, fino ai riferimenti biblici che culminano nell’epifania della Croce, retaggio della rigida educazione cattolica imposta allo scrittore nella prima giovinezza.

Le ebbre “esplosioni della mente” trionfano nella poesia Mare – Suoni dell’Oceano Pacifico a Big Sur, posta a fine libro a guisa di didascalica appendice: si tratta di una vera e propria trasposizione onomatopeica di un’interiorità spaesata, ormai succube di una dipendenza etilica, ma che ancora non si arrende al caos incomprensibile dell’universo e al disagio esistenziale che pervade l’anima.

Ed è proprio nel finale che si delinea una netta inversione di tendenza: il bagaglio culturale della filosofia buddista, il cui apice è documentato ne I vagabondi del Dharma del 1958, attraversa anche Big Sur, mediante citazioni che assurgono a proiezioni salvifiche.

Il flusso concettuale scaturito dalla ristoratrice “eternità dorata” dona conforto in quelle giornate di permanenza a Los Gatos, quando la vacuità morale e la mancanza d’ispirazione trasformano Jack in un vegetale, con il corpo abbandonato su una sedia quasi sfondata e con gli occhi vitrei, dispersi nei postumi di una sbornia; l’immagine di un paradiso rivelatore di mondi sublimi arricchisce i momenti ascetici passati nella baita nascosta nel bosco, e i poco distanti moti dell’oceano aiutano a veicolare un’istantanea di ottimismo, oltre le sbarre della desolazione.

Con la speranza di una pace ormai prossima si conclude il romanzo, ma l’augurio di una forza ritrovata, di un orizzonte rinnovato, scavalca le pagine cartacee e traccia il cammino lungo un nuovo percorso: in tutte le cose, persino nelle più semplici, è possibile cogliere un messaggio prezioso, un indizio di beatitudine che risollevi una vita segnata dalla delusione, dalla stanchezza, perché anche lo scorcio della spiaggia di Big Sur, arroventata dalla luce vermiglia del tramonto, è in grado di smorzare l’ansia cosmica per il futuro.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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