Budapest attraverso gli occhi di uno studente Erasmus

Un uomo con una bandiera ungherese durante i festeggiamenti del 23 Ottobre

Suona la sveglia. Sono le 4 del mattino e la valigia accanto al letto non è ancora finita. Aprire gli occhi e non rendersi conto che in poche ore la vita cambierà radicalmente è una sensazione che non tutti provano. La casa di una vita, i ricordi, gli amici, le abitudini. Tutto resta nel passato. Uno studente che decide di andare in Erasmus non sa nulla. Non sa cosa proverà, cosa farà, chi incontrerà e, tuttavia, allontana le coperte in un angolo e mette i piedi per terra. Sta iniziando una storia, non una semplice avventura di qualche mese. Il viaggio in macchina verso l’aeroporto è un momento sospeso nel tempo. Il vento di casa che entra dal finestrino, il sole che sorge su quel paesaggio e la musica alla radio che prova ad alleggerire la tensione nell’aria. Nessuno parla, qualche volta sorge spontanea la domanda: “Hai preso tutto?” oppure “Ti sei ricordato le medicine? E il caricabatterie?” poi più nulla e dei leggeri sospiri. Il silenzio intorno ma tanti pensieri nella testa, il cuore che batte e il senso di irrealtà. Gli aeroporti sono, poi, un posto strano.

Le persone passano con sicurezza, sembra che tutti sappiano cosa fare, tutti abituati ad iniziare nuovi percorsi, come fosse la normalità. Ci si sente persi, a volte, soprattutto a pensare che una volta varcata la soglia dei controlli l’unica spalla su cui appoggiarsi sarà la propria. Ma uno studente si definisce tale proprio perché la voglia di conoscere supera qualsiasi paura. E’ una curiosità un po’ timida che, a volte, fatica a venire fuori ma sa che non deve fermarsi. Ci vuole un attimo per decidere di partire e ce ne vuole altrettanto per salire su quell’aereo. Ma tra un momento e l’altro il tempo scorre come se fossero passati anni.

Dopo pagine e pagine di documenti da compilare, riunioni a cui partecipare, appartamenti da visionare ed esami da selezionare, ecco che uno studente si ritrova di fronte alla sua scelta. Perché l’Erasmus altro non è che una scelta, quella di andare oltre ciò che si giudica sufficiente, non per raggiungere la perfezione di se stessi ma, magari, per provare ad apprezzare quella parte che si è sempre considerata come sbagliata. All’improvviso una voce annuncia un ritardo, le riflessioni si attenuano e ci si accorge che il banco del check-in è pronto per imbarcare i bagagli. Valigiona in stiva, il buon viaggio dell’addetta accompagnato dal boarding pass e l’attesa finisce. E’ come se fosse la fine di un rituale il momento in cui ci si volta per poi vedere gli occhi di chi è rimasto fino a quel momento. Ora ci si deve separare e le lacrime che vengono giù a goccioloni sono quasi automatiche. In quel punto, tra i gate e i check-in, il passato si ferma. C’è l’abbraccio di quel che è stato, di quel che si è stati e le gambe vogliono tornare indietro ma da lì in poi c’è solo l’avanti. Un ultimo bacio lasciato nell’aria e poi testa in alto verso il tabellone che indica il volo per Budapest, in orario, alle 12.05.

Budapest per la prima volta

I volti dei caduti durante la rivolta del 1956

All’uscita del terminal, con un biglietto da 700 fiorini (circa 2.50€) bisogna girare a destra verso una breve fila di bus. Fa un po’ impressione leggere i nomi delle fermate, le indicazioni e i cartelli che non hanno nulla di simile a qualsiasi altra lingua esistente nel mondo. La prima volta ci si affida al navigatore ma diventa subito chiaro che i trasporti ungheresi siano forse uno dei migliori servizi in Europa. Gli schermi che indicano i mezzi in arrivo segnano 1 minuto. Neanche a dirlo, ecco che si avvicinano due bus: Il 100E porta in centro, il 200E è in direzione Nadyvarad Tér, esattamente l’indirizzo più vicino alla sede del dormitorio dell’università. Inutile chiedere conferma all’autista in inglese, non sembra essere la lingua preferita dagli ungheresi. Al contrario di quel che si potrebbe pensare, Settembre a Budapest è come fosse una primavera.

Il cielo azzurro ed il sole tiepido entrano dai finestroni mentre una sfilza di auto e di palazzoni massicci sormontati da grossi annunci occupano la visuale dell’orizzonte. Manca ancora un po’ prima di arrivare a destinazione. Cosa aspettarsi da una città dell’Europa Centro Orientale se dovessimo ascoltare i luoghi comuni? Palazzi dallo stile “sovietico”, architetture rigide, pochi colori, forse poco calore. Budapest invece è una città che affossa completamente i pregiudizi. Un semplice tragitto di quaranta minuti apre alla vista abitazioni dagli stili contemporanei, enormi aree verdi, palazzi dalla bellezza inaspettata ed un ordine ed una pulizia quasi maniacali. Il dormitorio della National University of Public Service è vicinissimo al capolinea del 200E.

Come in aeroporto sembra che tutto passi in un attimo. La reception prova a farsi capire nel migliore dei modi e lascia una chiave: il numero della stanza è il 508, quinto piano. La differenza nel sentirsi persi in un luogo affollato ed in un luogo deserto è che, quando non c’è nessuno intorno, ci si deve affidare all’istinto. Dopo infinite peregrinazioni tra i corridoi ecco che appare la camera tanto agognata. Da studente ci si aspetta naturalmente di dover condividere gli spazi con qualcun altro, in questo caso altre 3 persone. Julia, Rebecca e Serena sono anche loro delle studentesse Erasmus.

Rebecca e Serena sono di Roma e frequentano la stessa università pur non essendosi mai incontrate prima. Julia è russa, di Mosca, è stata una delle due vincitrici della borsa di studio per poter studiare in Ungheria e non vede l’ora di conoscere l’Europa. Sa già che viaggerà molto perché una volta tornata in Russia non sarà più così facile. E’ un privilegio essere uno studente all’estero, soprattutto se Erasmus. Prima di andar via, però, è doveroso conoscere Budapest in ogni suo aspetto, in ogni suo più piccolo dettaglio, a cominciare dallo splendore del Parlamento fino all’immensità della Piazza degli Eroi, dalla storia del venditore di Langos all’angolo del quartiere ebraico fino alla più profonda ruga della venditrice di frutta del mercato centrale. Studiare in una città straniera vuol dire prima di tutto incontrare la sua cultura, conoscere il suo passato, imparare a chiamarla casa non perché ci si senta a costretti a farlo, ma perché non si può farne a meno. Il padre di questa città, attraversando esattamente il punto che divide Buda da Pest, è il Danubio. Gli ungheresi lo vedono un po’ come una persona, un antenato dall’anima ancora viva che risplende di bellezza e di storia.

Ad un certo punto, lungo il vialetto che si accosta all’acqua, appaiono quelle che sembrano delle scarpe. Ed effettivamente lo sono ma hanno qualcosa di particolare. Non si muovono perché sono fatte di bronzo ed intorno ad esse sono disposti dei lumini e delle rose. Si tratta di una scultura in memoria delle vittime delle violenze da parte delle Croci Frecciate, filonazisti, durante la Seconda Guerra Mondiale. Sono 60 paia di scarpe che ricordano le vite di tanti ebrei che fuggirono dal ghetto e che, catturati dai nazisti, venivano uccisi o fatti annegare nel fiume. In quel punto c’è più silenzio e da una panchina non lontana un anziano signore osserva i turisti che cercano di capire di cosa si tratta. A un certo punto abbassa lo sguardo. Chissà se ancora ricorda, se ancora soffre.

Quel che resta del ghetto ebraico è ancora visibile ma la cosa importante è che la comunità ebraica a Budapest è particolarmente consistente, come testimoniato anche dalla presenza di una meravigliosa Sinagoga, la più grande in Europa. E’ un complesso che lascia a bocca aperta e più di tutto non si può evitare di visitarla con una guida. Questo perché anche in questo luogo la storia ha lasciato delle impronte evidenti. Infatti oltre il semplice luogo di culto, in un cortile esterno, c’è un grande albero composto da foglie d’argento sulle quali viene inciso il nome delle vittime dimenticate della shoah. Ogni volta che qualcuno conosce una storia può riportare alla memoria la vita di colui che l’ha vissuta e far aggiungere una nuova foglia. Ma il tour della memoria continua ancora. Il 23 Ottobre sembra un giorno qualunque fin quando non si esce per strada. Non è raro vedere uomini e donne in abiti tradizionali o che trasportano grosse bandiere dell’Ungheria. C’è molto movimento e tutti i musei sono aperti con ingresso gratuito. Uno in particolare attira l’attenzione.

Una lunga fila attende per entrare, arrivando ad occupare tutto il marciapiede che circonda l’edificio. Guardando in alto si staglia imponente una scritta dall’aria minacciosa “Terror House”. Ma questa sensazione è in contrasto con quel che si prova guardando i muri tutt’intorno. Ci sono delle foto e delle date. La maggior parte di questi volti sono di giovani ragazzi e ragazze, alcuni perfino di appena 18 anni. Anche questa volta qualcuno lascia una rosa e chiunque può accendere le piccole candele messe a disposizione qui e là su alcune rientranze del muro. Queste persone sono solo alcune di quelle che si sono sacrificate nella ricerca per la democrazia durante il regime sovietico. Nel 1956 ci fu una sommossa in Ungheria che venne purtroppo repressa con violenza dall’Armata Rossa.

La “Terror House” è lì per ricordare il dolore che gli ungheresi hanno subito in quegli anni, la paura e, appunto, il terrore. Appena entrati si può notare un’enorme parete con altre migliaia di volti di persone che hanno perso la vita per la libertà. Poi tre piani che raccontano storie attraverso video, testimonianze, oggetti e tutto un percorso audio che spiega lo svolgersi della vita non troppi anni fa e di come quel regime fosse diventato insostenibile. Non è facile comprendere subito perché sembra un passato troppo lontano e troppo doloroso ma una volta che si esce da quel posto ci si sente come più vicini, come se aver conosciuto quel che esisteva prima dell’Ungheria fosse il passaggio per poter essere parte di quel mondo. Lungo il grandissimo viale di Andrassy Utca una signora vende delle bandiere ungheresi. E’ molto sorridente e parla un po’ di Italiano. Dice di aver vissuto qualche anno in Italia ma poi è dovuta tornare a Budapest. Lo ha detto con una voce tranquilla, come se ricordasse che quello era ciò che voleva davvero. “Casa è sempre casa” dice.

A misura di Erasmus

Il Chain Bridge

Nel dormitorio gli studenti aumentano sempre di più. C’è chi viene dalla Turchia, dalla Germania, dalla Francia, dal Portogallo, dalla Spagna e perfino chi dal Messico, dal Kenya, dalla Cina. Tra cene internazionali, tentativi di imparare parole in lingue mai sentite prima, studio di gruppo e grandi feste improvvisate, uno studente Erasmus è portato a scoprire molto della Budapest notturna. Il posto preferito è sicuramente il quartiere ebraico. In apparenza potrebbe non sembrare un posto sicuro viste le strutture degli edifici che sembrano decadenti e mal conservati. In realtà l’intento è esattamente questo: si tratta dei famosissimi ruin pub. La città ne è piena, soprattutto nell’area di Pest. Musica internazionale viene fuori dai grandi portoni e, soprattutto nel weekend, si mostra l’enorme quantità di studenti e giovani provenienti da ogni parte del mondo. E’ impressionante vedere come una città relativamente piccola rispetto a tante capitali d’Europa possa essere però talmente varia e talmente accogliente nei confronti di ogni nazionalità.

Il Szimpla Kert è il pub più famoso e più “turistico” ma sicuramente il più affascinante, con la sua atmosfera underground, i cortili interni pieni di oggetti disposti apparentemente a caso e perfino delle vasche da bagno nelle quali potersi rilassare. Senza acqua naturalmente. Camminando tra queste strade ci si trova improvvisamente davanti ad una luce immensa, uno sfolgorio di maestosità. E’ il Parlamento di Budapest, l’immagine più famosa che rappresenta la città nel mondo. Inutile dire che dal vivo è tutta un’altra esperienza. Delle guardie in uniforme vanno avanti e indietro al centro dello spiazzo antistante l’entrata ed altri soldati sono a controllo del portone. Di notte sembra osservino chiunque passi, sospettosi, come se si volesse rubar loro un segreto. Ma chi passa di lì spesso è diretto verso uno dei tanti ponti di Budapest. Alcuni di questi permettono ai passanti di sedersi sulla struttura, come per esempio il Liberty Bridge. Ragazzi che suonano la chitarra e che cantano, altri che ballano, altri ancora che passano incuriositi o che si fermano per far nuove conoscenze. Il panorama è mozzafiato e l’atmosfera è vicina a quel che potrebbe definirsi libertà. L’aria fredda sul viso non dà fastidio e mentre il sole comincia ad approcciarsi sullo sfondo, è il momento di attraversare il Chain Bridge. Questo è uno dei ponti più fotografati. Può essere attraversato a piedi per raggiungere il lato di Buda. Il castello, il bastione dei pescatori, la Chiesa di San Mattia. Sono alcune delle attrazioni della zona.

Una coppia passeggia per le strade di Pest

Nel tragitto qualcuno si ferma. Una ragazza vende da un piccolo carretto i tipici Langos. Sono una grossa pietanza, solitamente fritta, simile ai nostri panzerotti o calzoni e che viene riempita di gulash o pollo alla paprika. Qualcun altro ancora ne approfitta per correre verso uno dei numerosissimi locali che vendono kebab sparsi in tutta la città. La comunità turca è molto presente e gli studenti di Ankara si sentono un po’ più a casa provando ad assaggiare le loro pietanze tipiche però made in Ungheria. Sono quasi le 5 del mattino. Il giorno dopo, per rilassarsi un po’, prima dell’inizio di una nuova settimana di lezioni, si pensa di fare un salto alle terme. Ce ne sono di migliaia. Quelle che spiccano sono sicuramente le terme Szécheny e Gellert.

La domenica è una specie di rito. E’ un sogno, soprattutto dopo un giorno di neve, immergersi nelle acque naturalmente bollenti ed osservare l’ambiente bianco e gelido intorno. Spostarsi da un punto all’altro è semplicissimo e al contempo ogni volta frutto di nuove emozioni. Sarà per il fatto che questa città non è mai uguale, che gli occhi di chi cammina su un viale di Pest brillano di una luce diversa da quelli di chi attraversa una piazza di Buda, sarà che è stata costruita su un terreno impregnato di magia. Quei giovani volti così lontani fra loro si sorridono a vicenda ed è un po’ come se ogni male, ogni dolore e differenza che esiste nel mondo venisse spenta per un attimo. Una pausa breve, in cui i Paesi che si leggono nei giornali, questa volta, non si fanno la guerra ma si capiscono a vicenda con uno sguardo d’intesa. E’ ormai mattina ma non è ancora abbastanza. Non lontano dal Castello di Budapest esiste un luogo, non troppo segreto, da cui sembra di poter volare e vedere l’intera città.

Due ragazzi ancora un po’assonati salutano in ebraico “Shalom!” dicono. Sono ai piedi della collina Gellert e cercano di trovare delle persone interessate ad avere una guida che le conduca fino in cima. Spiegano che solitamente si usa la funivia che è molto più comoda ma in questi giorni non è funzionante. A piedi sembra una montagna da scalare nonostante i gradini che dovrebbero rendere meno ripida la salita. Tuttavia la fatica si può ben sopportare se il risultato è quello di sentirsi come in paradiso. Tutta quella grandezza dall’alto sembra solo un inganno della mente e viene quasi da commuoversi pensando che quelle strade, quei ponti immensi, quelle piccole luci diventeranno sinonimo di felicità nel corso dei mesi. I ragazzi provano a fare delle foto, mille pose, mille sguardi per cercare lo scatto perfetto. Qualcuno ride e dice qualcosa che si perde nel vento leggero.

Tornare indietro dopo aver fatto un passo avanti

Marton, un ragazzo ungherese coordinatore dell’Erasmus Student Network dell’Università, prende una grande bandiera ed una fotocamera. E’ arrivato il momento della fatidica foto di gruppo che resterà negli anni, anche quando tutti avranno preso la propria strada e nessuna di queste si incrocerà nuovamente con l’altra. A volte capita di riguardarla. Viene in mente una parola che due ragazze portoghesi hanno pronunciato durante un picnic al parco. “Saudade”. Significa “malinconia”, un senso di tristezza leggera e dolce per qualcosa di bello che forse non tornerà. In realtà è quasi intraducibile, un po’come l’esperienza di uno studente Erasmus a Budapest.

Gli occhi di un Erasmus hanno visto la paura e l’incertezza ed hanno imparato a non farle vincere. Hanno anche scoperto il senso profondo di ogni cultura, di ogni nuova parola. Hanno capito che gli stereotipi non hanno nulla di vero e che ogni singola persona nasconde mille fragilità simili a quelle di chiunque altro. Si sa che dovrà arrivare il momento in cui l’aereo lascerà il suolo ungherese per l’ultima volta. Ritornano in mente le parole di quella signora che vendeva le bandiere il 23 Ottobre: “Casa è sempre casa”. Dall’oblò appare l’Isola Margherita che sorge al centro del Danubio. Peccato accorgersi solo ora che casa è quella che si sta lentamente allontanando. L’Erasmus è finito ma il motto dice “Erasmus una volta, Erasmus per sempre”. Meglio sorridere. In fondo, non c’è nulla di più vero.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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