Il 31 marzo prossimo al Teatro Palladium di Roma andrà in scena Carmen che non vede l’ora – viaggio di una donna alla ricerca della sua libertà, un progetto di Lucilla Gaelazzi e Tamara Bartolini per raccontare fra musica e parole il drammaticamente irrisolto problema della violenza sulle donne. La voce narrante di Tamara Bartolini e di Michele Baronio dialogando con le musiche e il canto di Lucilla Galeazzi, su una drammaturgia della stessa Bartolini, raccontano la vicenda reale di Carmen M., una donna “normale” che con la sua forza e ironia ha attraversato la storia dell’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri e che con il suo percorso di autonomia diventa l’emblema dei conflitti e delle speranze di tutte le donne in un mondo diverso per l’umanità intera. Partendo dalla tragedia dello Stupro, non solo come violenza fisica ma anche e soprattutto morale e culturale. La regia dello spettacolo è di Michele Baronio, Tamara Bartolini e Lucilla Galeazzi, mentre il disegno luci è di Claudio Amadei è il sound di Michele Boreggi.
Lo spettacolo sarà preceduto a partire dalle ore 18.00 dalla presentazione dell’ultimo numero della rivista DWF, ovvero donnawomenfemme, “Modelli Femminili” curato dal Laboratorio di studi femministi “Anna Rita Simeone” dell’Università di Roma La Sapienza. Nel foyer saranno esposte le opere di Lisa Eleuteri Serpieri. Per tutte le partecipanti e i partecipanti saranno a disposizione informazioni e testimonianze a cura de Le Ribellule e Controviolenzadonna. Prima dello spettacolo interverranno il Presidente del Municipio XI Andrea Catarci, l’Assessora alle Politiche Culturali del Municipio XI Carla Di Veroli, Lucilla Galeazzi (Associazione Culturale Cantalavita), Zhara Toufigh Asri (Iran Human Rights), Cristina Angelini (psicotearpeuta), Oria Gargano (Associazione Befree).
Il progetto, nato con la collaborazione con DWF e con la “Costituente” della Casa Internazionale delle Donne, vuole essere un evento-spettacolo che racconti la donna attraverso le parole, la musica e la poesia. Per restituire al suo corpo e alla sua personalità, troppo spesso ancora oggi violati, la  storia, le lotte, le conquiste, la forza e la sua indissolubile allegria.
Al centro c’è lo stupro come persecuzione per chi non intende cedere alla corte invadente e soprattutto indesiderata. Stupro, quale atto sadico contro chi afferma la propria libertà di scelta, atto di puro uso della donna ridotta alla condizione di sub-umanità; sfregio al piacere condiviso dell’amore, declassato a pura evacuazione/auto-soddisfazione; riduzione della donna a preda, oggetto, essere che va punito perché fragile/ inferiore/ altro/ diverso/ di cui, quindi, appropriarsi con la forza. Atto di vendetta politica contro chi si ribella al potere che la vuole sempre sottomessa. Stupro come violenza quotidiana perché la donna accetti la sua subordinazione, “storico e naturale destino stabilito”, inteso come  “storico” e non frutto di volontà, che la emarginano e la dequalificano. Attraverso l’aiuto della figura mitologica di Aracne che con il suo tessere racconta la violenza dello stupro e definisce cos’è la sorellanza, entriamo in un racconto fatto di parole e canzoni, dove le canzoni diventano elemento drammaturgico.
La struttura dello spettacolo è quella di un dialogo costante con le canzoni composte e cantate da Lucilla Galeazzi (alcune tratte dalla tradizione popolare), un incontro-scontro tra la voce femminile di Tamara Bartolini e la voce maschile di Michele Baronio (in programma anche alcune sue canzoni originali). Assieme dipingono il percorso di autonomia, l’amore, i conflitti e la speranza in un mondo diverso per l’umanità intera. E’ il desiderio di creare un canto comune: per ricordare, come la presa di coscienza di Carmen, protagonista universale di questo racconto musicale, sia quella di tutte le donne, come il suo percorso di autodeterminazione e di libertà per riaffermare il desiderio, l’urgenza di continuare a lottare attraverso la cultura, l’arte, appartengano a tutti gli esseri umani e che proprio attraverso le parole cantate in un teatro, possiamo dare un contributo alla fine della violenza sui corpi delle donne, perché proprio nei teatri “si va ad ascoltare chi non può parlare in altri posti, perché nei teatri bisogna vedersi in faccia, sentire rimbalzare le parole e sentirsi con l’olfatto gli uni con gli altri”…per raccontare quella verità che “se rimbalza sulle lingue di molti, se viene protetta da altre labbra, se diviene pasto condiviso, smette di essere una verità e si moltiplica, assume nuovi contorni, diviene molteplice e non più ascrivibile solo a un viso, a un testo, a una voce”.

 

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