Il caso di Emanuela Orlandi travolge nuovamente la politica e la giustizia italiana. L’ex poliziotto Giuseppe Catania ha testimoniato per un’ora e mezza davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta Orlandi-Gregori, riaprendo una pista rimasta finora nell’ombra. Al centro delle sue rivelazioni ci sono i movimenti di Mario Meneguzzi, lo zio della quindicenne scomparsa nel 1983: dichiarazioni pesanti che svelano una fitta rete di verifiche e accertamenti mai eseguiti all’epoca dei fatti.

Il giorno dopo la scomparsa di Emanuela, lo zio si insedia a casa Orlandi in Vaticano assumendo il controllo del telefono. È lui a gestire le chiamate dei presunti rapitori e a mediare con i giornalisti, arrivando al punto di spacciarsi per il padre della quindicenne. Una macroscopica anomalia investigativa, perché se la menzogna ai sequestratori poteva servire a proteggere il vero padre, la falsa identità mantenuta davanti alla stampa si rivela un controsenso ingiustificabile. In criminologia, questa sovraesposizione mediatica risponde a una strategia precisa: lo “scudo di virtù”. Spingersi in prima linea e impersonare il padre disperato davanti alle telecamere potrebbe essere servito a un solo scopo: rendersi una figura sincera e insospettabile.

I pedinamenti della Squadra Mobile descrivono però uno scenario ben più sinistro. Su ordine del commissario Nicola Cavaliere, l’agente Giuseppe Catania e i suoi colleghi tallonano Meneguzzi in segreto. Scoprono che l’uomo si allontana da Roma in tarda serata, da solo, per raggiungere il suo chalet isolato a Torano di Borgorose, nel reatino, dove si barrica per ore, a volte anche per tutta la notte. Un’attività d’ombra interrotta però da inspiegabili limiti operativi: gli agenti rientrano nella capitale a notte fonda, lasciando il sospettato senza controllo nelle ore più critiche. Nessuno sa cosa lo zio di Emanuela faccia o cosa introduca in quella proprietà.

Tuttavia, secondo la scienza criminologica e le ipotesi investigative, quei blitz notturni di Meneguzzi nella villa potevano servire a blindare l’alibi, introducendo elementi o sistemando oggetti e verificando che nessuno nel piccolo paese avesse notato anomalie. Il fallimento logistico dell’indagine tocca qui il suo culmine: lo chalet non viene mai perquisito. Catania ha rivelato alla Commissione che la polizia non ricevette mai il necessario decreto dal giudice istruttore Margherita Gerunda, sollevando una domanda: ma a Gerunda quei verbali furono mai trasmessi?

La Commissione d’inchiesta punta ora a rintracciare le relazioni di servizio originali dell’estate 1983: fogli chiave che conservano la verità su quei movimenti notturni. A quasi quattro anni dall’apertura della terza inchiesta, i tasselli mancanti emergono dall’ombra e impongono un interrogativo cruciale. Se i documenti dovessero uscire  a galla e confermare i sospetti della Squadra Mobile su quegli spostamenti mai approfonditi, l’intera storia della scomparsa della Orlandi andrebbe riscritta da capo, squarciando il velo di omissioni istituzionali che ha protetto i segreti di Torano.

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