Emanuela Orlandi. La Commissione parlamentare sembra "clandestina". Il fratello Pietro prosegue nella ricerca della verità | Diarioromano

Sul caso della scomparsa di Emanuela Orlandi, la convinzione di molti addetti ai lavori centra il punto più amaro della vicenda: il caso Orlandi è un vicolo cieco e le parole del promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi lo hanno confermato. Nel suo sfogo non c’è rassegnazione, ma la presa d’atto di una verità innegabile. “Io credo che la giustizia purtroppo rispetto alla vicenda di Emanuela Orlandi non potrà accertare più nulla a distanza di oltre 40 anni perché qualunque prova che cerca di individuare, a parte il fatto che il tempo ha fatto venir meno qualunque fonte probatoria”, questa la sua osservazione.

Dalle parole di Diddi, si evidenzia come l’apertura della nuova inchiesta della Procura di Roma, del filone Vaticano e della commissione parlamentare risponde più a una pressione mediatica e dalle richieste della famiglia Orlandi che a una reale speranza investigativa. Serve a dimostrare che lo Stato e la Chiesa “stanno facendo qualcosa” per non apparire complici o inerti agli occhi dell’opinione pubblica. 

Il padre di Emanuela Orlandi-Ercole-è deceduto nel 2004 e la madre di Emanuela, Maria Pezzano, ha ormai un’età avanzatissima, prossima ai limiti biologici. L’ostinazione del fratello Pietro nel cercare risposte si scontra con una legge naturale a cui la famiglia Orlandi è sottoposta come tutti gli esseri umani. Chiudere le indagini con un nulla di fatto mentre i familiari sono in vita ha un peso politico e morale che le istituzioni cercano di rimandare il più possibile, consapevoli di un caso sepolto da anni di mitomanie, sciacallaggio, strumentalizzazioni che hanno compressa la verità. 

Come hanno sottolineato diversi giornalisti, il caso andava risolto nelle prime settimane dell’estate del 1983. Solo che anziché battere sentieri più semplici si è preferito seguire la pista del complotto internazionale e dello scambio di prigionieri, congelando le ricerche sul territorio e permettendo all’eventuale predatore (o a chiunque altro) di ripulire la scena del crimine, occultare il corpo della ragazza e mettersi al sicuro per sempre. Oggi non si cercano più prove per un processo (che non si celebrerà mai, poiché i presunti colpevoli sarebbero comunque deceduti o non perseguibili oltre ogni ragionevole dubbio), ma si celebra un rito istituzionale. 

La verità è stata sacrificata sull’altare della guerra fredda e della speculazione politica e mediatica. E adesso scavare nel nulla conduce la famiglia Orlandi al logorio. Il rischio di consumare gli anni rimasti inseguendo risposte che le istituzioni stesse ammettono di non poter più dare è altissimo. Come per la strage di Ustica o la scomparsa di Mauro De Mauro, la storia d’Italia insegna che quando la verità non viene cristallizzata subito, il tempo trasforma la cronaca in letteratura storiografica. 

1 commento

  1. È raggiungibile se si torchiano i servizi segreti per capire chi hanno protetto. È un dovere dello Stato.

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