Il caso di Mario Roggero – il gioielliere di 72 anni condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per il duplice omicidio di due rapinatori – ha smesso da tempo di essere una vicenda di cronaca nera, per trasformarsi nel perfetto Truman Show della violenza social. Un Charles Bronson della narrazione paesana.
Da copione, l’opinione pubblica si è spaccata in due curve ultras del tutto incapaci di connettere il cervello e di dialogare. Gli inquisitori esigono la grazia immediata urlando alla legittima difesa totale. I sadici del web invocano l’ergastolo o il cappio con lo stesso identico fanatismo dei loro rivali. Gli umanisti dell’ultima ora tentano di salvare la coscienza aggrappandosi all’età avanzata dell’uomo e all’esasperazione del momento. Perché si sa, un paio di colpi alla schiena in mezzo alla strada diventano più tollerabili se a premere il grilletto è un uomo con le rughe e i capelli bianchi.
Il problema, però, è che Mario Roggero non è affatto l’ostaggio indifeso dipinto dai post sui social. Nelle sue interviste non troverete mai un “mi dispiace, ho perso la testa”. Ha rivendicato i colpi alla schiena come un diritto sacrosanto e oggi esige la grazia presidenziale come se fosse un premio alla carriera. Lo hanno descritto come una povera vittima. Ma crolla anche questo mito. Nel 2005 il gioielliere dal grilletto facile ha minacciato con una pistola il fidanzato della figlia, rimediando una condanna e il ritiro del porto d’armi. Nonostante il divieto, le armi continuava a tenerle in tasca e le ha usate alla prima occasione utile. In questo scenario, concedere la grazia non sarebbe un atto di umana clemenza. Sarebbe una precisa marchetta politica: il timbro dello Stato per sdoganare ufficialmente la giustizia fai-da-te. Un caso giudiziario blindato – tre gradi di giudizio identici, video che parlano più delle parole e una tesi di legittima difesa che farebbe ridere anche uno studente al primo anno di legge – è stato trasformato nel feticcio politico per raccattare voti.
Siamo al corto circuito istituzionale totale. Carlo Nordio si lancia a capofitto nell’avvio di un’istruttoria di grazia, invadendo a gamba tesa le prerogative del Quirinale e costringendo il presidente Sergio Mattarella a richiamarlo all’ordine per ricordargli chi comanda. Matteo Salvini corre al penitenziario di Bollate a fare il suo show, blindando il detenuto per scattarsi la foto di rito. Il caso del Carroccio ventila perfino di candidare Roggero in politica, come se una condanna definitiva per duplice omicidio fosse il miglior biglietto da visita per il Parlamento. Questa non è giustizia, è pura propaganda elettorale sulla pelle dello Stato di diritto fatto a pezzi e buttato nella spazzatura per un pugno di voti o per qualche voto in più.
In questo delirio collettivo, non aiuta nemmeno l’oltranzismo cieco della fazione opposta, quella che urla all’ergastolo a ogni costo pur di non perdersi una rissa nel fango del web. I dotti studi sulla civiltà giuridica vengono liquidati con un’alzata di spalle e derisi come favole fuori dal mondo. E’ una società che si illude di poter manipolare le regole e glorificare la violenza, parlando alla pancia del popolo bue. Una politica cinica pensa di poter cavalcare la tigre, trasformando la legge della giungla nello slogan perfetto per i prossimi manifesti elettorali. Questi non sono incidenti di percorso: sono i sintomi terminali di un Paese malato e agonizzante.



