Il 1 febbraio 2021 è stato rovesciato il nuovo governo creatosi, in seguito alle elezioni del 2020, nello stato del Myanmar, tramite un colpo di stato messo in atto dalle forze armate birmane. Colpo di stato in Myanmar: il ritorno al buio del totalitarismo Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Nella storia politica birmana si è sempre avuta una forte presenza delle forze armate, fin dalla lotta contro l’occupazione giapponese, al processo di indipendenza dalla dominazione inglese. Anche in seguito ad un decennio di vita democratica si tentò nuovamente un colpo di stato da parte della casta militare, che prese il sopravvento per più di mezzo secolo, comandando la nazione sotto il principio dell’unità del paese e andando in contrasto alle spinte autonomistiche delle comunità etniche presenti in Myanmar. 

Nonostante il regime politico repressivo, l’opposizione democratica ha continuato ad agire, arrivando ad una vittoria elettiva intorno agli anni 1988-89, libere elezioni vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia, guidata da Aung San Suu Kyi. Un governo che però non ebbe vita, soffocato dalla reazione militare, che avviò una feroce repressione.

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Si è iniziata, tuttavia, una transizione democratica all’interno del paese quando nel 2012, sotto la pressione internazionale, i generali accettarono l’apertura nei confronti di un percorso che potesse portare ad elezioni libere e ad un multipartitismo politico (nonostante ci fu l’introduzione di pesanti condizionamenti all’interno della costituzione, a favore dei militari).

Nelle elezioni generali del 2015 si ebbe un grande successo del partito di Suu Kyi, che prese mosse sempre più radicali e a favore dei principi democratici: si abolì ogni forma di censura e vennero liberati tutti i dissidenti politici, si adottò una vera legislazione democratica, e sul campo economico il paese aprì le frontiere agli investimenti stranieri, concluso accordi di pacificazione, allargandone la sfera di autonomia, con le minoranze etniche. 

Fu un processo che mantenne comunque gran parte delle caratteristiche precedenti. Per evitare ritorni reazionari, furono affidati ai militari importanti ruoli all’interno del governo, ministeri della Difesa, Ordine interno e Tutela dell’unità del paese. Ruoli che non hanno esitato nel ricoprire, prendendo posizioni fin troppo radicali (ricordiamo le repressioni del 2017 contro i Rohingya, una minoranza etnica di religione islamica).

Nonostante la presenza dei militari, la transizione democratica fu fortemente accettata dall’opinione pubblica del paese, come dimostrato dalle elezioni del 2020, che hanno riconfermato al governo la Lega Nazionale per la Democrazia, a sfavore del Partito per la solidarietà e lo sviluppo, dei militari. Il largo consenso di Suu Kyi e del suo partito non è stato accettato dalle forze armate, che hanno arretrato la transizione democratica, tornando ad un regime totalitario.

La leader Aung San Suu Kyi è stata accusata di brogli, ma in seguito al rifiuto di procedere con nuove elezioni, i militari hanno attuato un colpo di stato e arrestato la leader politica, che potrebbe rimanere in carcere per circa 2 anni, con l’accusa di essere in possesso di radio illegali (si tratta di walkie talkie).

Il paese è insorto, stanco dei continui cambi di governo inflitti dai militari, rimarcando il sostegno nei confronti del partito democratico. Oltre le varie proteste per strada, si sono avuti scioperi, disordini sociali in segno di dissenso verso il nuovo regime, rifiutandosi di lavorare per una dittatura militare.

I paesi del G7 hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in sostegno al regime democratico voluto dalla popolazione birmana. Joe Biden, nuovo presidente degli USA, ha dichiarato di impegnarsi nel ripristino di sanzioni economiche nei confronti del Myanmar, cercando un’azione appropriata contro il golpe militare. 

Anche l’Unione Europea ha rilasciato una dichiarazione, tramite l’Alto rappresentante agli affari esteri Josep Borrell, in cui condanna “con massima fermezza il colpo di stato perpetrato in Myanmar”. 

Le tensioni invece si stanno accentuando nei confronti della Cina, che ha posto il veto alla risoluzione delle Nazioni Unite di condanna nei confronti del golpe militare. Secondo la comunità internazionale il governo di Pechino potrebbe voler riprendere il controllo nell’area birmana, stringendo accordi commerciali con i militari e ostracizzando l’influenza statunitense sul Myanmar (posto strategico per i flussi commerciali nell’oceano indiano). 

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