Dal maestro Ettore Scola ai fratelli D’Innocenzo, la periferia rimane al centro della produzione artistica, continuando ad affascinare il pubblico con le sue glorie e le sue miserie. Bisogna però fare attenzione a non cadere nelle sabbie mobili di una narrazione statica e scontata, è necessario ricordare che periferia non è automaticamente sinonimo di disagio.  

Ettore Scola e Nino Manfredi nelle baraccopoli di una Roma di metà anni ’70

Brutti, sporchi e cattivi” è un capolavoro del 1976, firmato dal maestro Ettore Scola e interpretato da Nino Manfredi, a cui la critica riconosce la sua migliore interpretazione. Il film ha inoltre trionfato nella ventinovesima edizione del Festival di Cannes, nella categoria “miglior regia”. È proprio l’attore ciociaro a interpretare Giacinto Mazzatella, lo scorbutico e avido patriarca, che costudisce avidamente un milione di lire ricevute in seguito a un risarcimento per aver perso l’occhio sul lavoro. Sono gli anni ’70 e nella baraccopoli di Monte Ciocci abitano i venticinque membri della “tribù” Mazzatella, che tentano di sbarcare il lunario come possono, spesso ricorrendo ad attività illegali, quali la truffa o la prostituzione, ma ciò non sembra rappresentare un particolare problema per i protagonisti. La baracca in cui vivono è fredda, buia, sporca, ha un bagno fuori in comune, i venticinque familiari dormono ammassati su dei vecchi e fatiscenti materassi, e non sembrano conoscere alcun senso del pudore; per un osservatore moderno, risulta difficile pensare che quella realtà sia esistita davvero fino a soli cinquant’anni fa.  Ciò che più di tutti dimostra il passare del tempo è il fatto che ad oggi, quella stessa località di Monte Ciocci, prima terra di baraccopoli e di operai, sia diventata un quartiere abbiente della capitale, con una vista mozzafiato su Roma e sulla cupola di San Pietro. Sulla scena si danno il cambio miseria e squallore, e tutti sono guidati solo dal proprio tornaconto personale. Il titolo non lascia fraintendimenti, i personaggi sono spesso paragonati a delle <<carogne>>, eppure nessuno è veramente cattivo, nemmeno lo stesso Giacinto, che dimostra di aver un cuore quando si innamora della prostituta Iside, suscitando la rabbia della moglie. Ettore Scola ci offre una storia di famiglia, attraverso cui si riflette la triste realtà delle baraccopoli degli anni ’70, senza però essere mai didascalico o ridondante. Tutto ciò che bisogna capire è sempre sotto lo sguardo dello spettatore.

Ettore Scola, l’impegno politico e la produzione artistica

La collaborazione tra Scola e Manfredi affonda le sue radici nel 1968, con la collaborazione in “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico scomparso in Africa?”, a cui seguirà nel 1974 il capolavoro indiscusso del regista “C’eravamo tanto amati”, che racconta trent’anni di storia d’Italia attraverso le vicende personali e politiche di tre amici (Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Stefano Satta Flores), di estrazione sociale differenti, innamorati della stessa donna (Stefania Sandrelli). Scola con i suoi film conduce sempre un’analisi politica e sociale del Novecento, che prende forma attraverso le storie di vita quotidiana dei suoi personaggi, riflettendo come nessuno possa sfuggire alla realtà che lo circonda. Il registra traduce in pellicola l’impegno politico di persone comuni, e si confronta con le grandi ombre del nostro passato, in tal senso, magistrale il film con protagonisti Sophia Loren e Marcello Mastroianni “Una giornata particolare” (1977), ambientato durante la visita di Hitler a Roma. Il maestro non nasconde mai le sue simpatie politiche a sinistra, tanto da partecipare nel 1989 al governo ombra del Partito Comunista nella sezione beni culturali. Altri film dall’importante contenuto sociale firmati da Scola sono “La famiglia”(1987) ,“I nuovi mostri” (1977),  seguito del film collettivo di Dino Risi, “Concorrenza Sleale”(2001) con Sergio Castellitto, Gerard Depardieu e Diego Abatantuono.

Racconti di periferie: oltre il bianco e nero di una narrazione mainstream

Gli anni passano, i quartieri si evolvono e così anche gli stili di vita, ma le periferie rimangono sempre un terreno di incontri e scontri, alle quali spesso viene riservata sempre la stessa e ridondante narrazione. Quando si parla di storie di periferie l’immaginario collettivo si divide sempre in due strade: la prima, che ripercorre un dramma di squallore e di delinquenza, la seconda che racconta storie di resilienza di personaggi coraggiosi che vogliono sottrarsi alle logiche criminali. La realtà dei fatti è che la maggior parte dei cittadini abita in periferia, e non tutti sono delinquenti accertati o eroi messianici. Dalle banlieue di Parigi, ai ghetti di Londra e Los Angeles, la periferia nei mass media viene sempre rappresentata come una parabola crescente di drammi e criminalità, ignorando così le centinaia di migliaia di persone che ai confini della città trascorrono una vita normale, fatte di gioie, dolori e speranze come quelle di tutti. Una narrazione mainstream che infastidisce spesso i suoi stessi abitanti, e che contribuisce in parte a frenare lo sviluppo di queste aree.

Poco spazio viene dedicato infatti al racconto delle attività che privati cittadini o associazioni conduco per andare oltre la visione del quartiere-dormitorio, sviluppando progetti in comunità con il vicinato.  Dai progetti sui beni comuni di Labsus, in cui si sperimenta la collaborazione nella gestione degli spazi cittadini, alle attività artistiche e di riqualificazione condotte dagli stessi abitanti del quartiere, la periferia sa essere in realtà terreno fertile per l’innovazione e il cambiamento. Non sorprende dunque che molte dei fenomeni di costume degli ultimi anni, dalla street art, alla musica rap o hip hop, siano nati proprio in periferia. Da Pasolini a Caligari, da Scola ai fratelli D’Innocenzo, cambiano i nomi dietro la macchina da presa, ma non le dinamiche dei racconti, tuttavia, si ha l’impressione che se nel tempo il disagio economico sia diminuito, sia invece aumentato quello sociale. A crescere e a invadere lo schermo delle nuove produzioni è il senso di solitudine che circonda i personaggi a noi contemporanei. I protagonisti sono sempre stati lasciati soli dalle istituzioni, ma almeno in “Brutti, sporchi e cattivi”, avevano una “tribù” su cui contare, erano uniti da una certa familiarità con le persone che vivevano il loro stesso disagio. Nella periferia di oggi, i protagonisti a volte sembrano dei cani randagi, che decidono di unirsi con altri pochi simili, fino a che la situazione non richiederà di sbranarsi a vicenda. Cambia anche la portata della delinquenza, prima condotta alla giornata per sopravvivere, come nel caso dei Mazzatella, ora sempre legata alla criminalità organizzata, che ne fa uno stile di vita, come per i protagonisti della “Terra dell’abbastanza” (2018). Ma la periferia non è solo film d’autore, fa sorridere e mette speranza, la commedia di successo “Come un gatto in tangenziale” (2017) interpretata da Paola Cortellesi e Antonio Albanese, in cui si racconta l’incontro quasi extra-terrestre tra le due realtà dei protagonisti. Il film di Riccardo Milani è un racconto scanzonato, ma veritiero, che dimostra come in periferia, nonostante tutte le sue contraddizioni, si rida e molto. Non si può ignorare che ci siano zone investite da un forte disagio, ma neanche ridurre tutto a un qualunquismo macchiettistico. Le città evolvono e negli ultimi decenni si è assistito a una riqualificazione di molte periferie degradate, che ad oggi sono invece degli accoglienti quartieri residenziali. In vista del crescente fenomeno dell’urbanizzazione, un report dell’Onu prevede infatti che entro il 2050 due terzi della popolazione vivrà nelle città, sociologi, architetti, urbanisti dovranno confrontarsi con la periferia, e immaginare nuovi modi di viverla e di costruirla in vista della città del futuro.

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