Coronavirus in Australia: un modello basato sulla fiducia

La pandemia di Coronavirus è ancora lontana dal concludersi, nonostante gli accordi sulle prime dosi di somministrazione del vaccino siano in fase di delineazione. Non tutti i Paesi stanno gestendo l’epidemia nello stesso modo e, tra quelli meno contemplati dall’informazione italiana, c’è il caso Australia. Coronavirus in Australia: un modello basato sulla fiducia Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Il modello australiano è tra i più lontani nella gestione della pandemia da quello italiano, eppure il numero di casi positivi e la situazione delle terapie intensive suggerisce che il tipo di controllo attuato sia valido ed efficace. Grazie alla testimonianza di Naoko (nome di fantasia), che abbiamo già intervistato riguardo la sua scelta di vita e il trasferimento dal Giappone all’Australia, scopriamo meglio come l’Australia sta combattendo il Covid-19 e perché non sta evidenziando particolari criticità.

Media4tech di Claudio Palazzi

L’intervista

1)Com’è la situazione Coronavirus in questo periodo in Australia?

Ad Adelaide, dove risiedo, stiamo vivendo la seconda ondata dell’epidemia, ma la stanno gestendo molto bene. Nello Stato del Victoria, a Melbourne, per più di tre mesi hanno avuto un lockdown molto severo. Non potevano uscire ed è stato in generale molto restrittivo, ma ha funzionato perché le persone lo hanno rispettato scrupolosamente e adesso i risultati si vedono.

2)Nessun lockdown ad Adelaide?

C’è stata di recente una chiusura più restrittiva per soli sei giorni, infatti definirla lockdown a fronte del periodo di incubazione del virus sembra esagerato, eppure è così. Lo hanno fatto perché ci sono stati dei casi positivi in una pizzeria della città, dove un dipendente non ha dichiarato di essere positivo e ha contagiato dei clienti, così, per evitare che si diffondesse ulteriormente il contagio, la città è stata chiusa in una sorta di zona rossa preventiva, senza isolare solo il quartiere interessato. Il governo ha risposto immediatamente all’emergenza.

3)Com’era andata durante la prima ondata della pandemia?

A marzo c’è stata una sorta di lockdown, ma le restrizioni non sono state troppo severe. Ci hanno invitato a lavorare da casa, ma non c’erano veri e propri divieti come quello di non uscire, non era imposto nemmeno l’uso della mascherina. La prima volta che è entrato in vigore l’obbligo di indossarla all’aperto è stata durante questo recente lockdown di sei giorni e dovevamo uscire solo per le attività essenziali, come la spesa. Non ce n’era stato bisogno fino a quel momento perché le misure consigliate sin da marzo sono state rispettate e ci hanno aiutato molto.

4)Per funzionare al meglio vuol dire che anche la comunità ha reagito bene ai consigli di comportamento? Non ci sono state proteste?

Finora non c’è mai stata nessuna protesta, solo tanta cooperazione e un comune senso di civiltà nei confronti del governo e di ciò che sta accadendo.

5)Pensi che il governo in generale stia adottando le giuste misure per contrastare la pandemia oppure potrebbe fare qualcosa in più?

Credo che stia agendo nel miglior modo possibile, io mi sento al sicuro. Non so se sia lo stesso per l’aspetto economico, ma sulla sicurezza non ho nulla da obiettare.

6)Com’è organizzato in Australia il sistema dei tamponi Covid?

Ci sono delle tende e delle postazioni temporanee per eseguirli e le persone sono invitate a fare il tampone, non c’è obbligo, è volontario. Se una persona pensa di avere i sintomi può recarsi spontaneamente e fare il tampone.

7)Quindi il sistema si basa sulla fiducia nel cittadino? Si dà per scontato che si comporterà seguendo la miglior condotta morale possibile?

Credo proprio di sì e ci sono esempi concreti che dimostrano che questo senso di fiducia è ben ripagato. Io sono un’insegnante ed è capitato che alcuni studenti si siano assentati volontariamente durante il semestre universitario perché sapevano che alcuni membri della loro comunità avevano contratto il Coronavirus, per evitare di essere potenziali untori. Qui ci sono molti studenti internazionali, quindi si ragiona ancora di più in termini di comunità.

8)Lo stesso sistema si applica all’uso delle mascherine? Tu come ti comporti al riguardo?

Non molte persone le indossano senza la legge che lo imponeva durante il lockdown ma, se c’è, rispettano la restrizione senza problemi. Io vorrei indossare la mascherina anche più spesso, ma capita che in pubblico sia intimidita per il pregiudizio legato all’inizio della pandemia. Molti asiatici sono stati vittime di abusi pubblici come se fossero loro portatori del virus e, siccome ad Adelaide quasi nessuno la usa, si viene guardati con sospetto quando la si indossa.

9)Qual è la gestione di quarantena e isolamento?

L’isolamento avviene in base a una decisione personale ed è in genere di 14 giorni, mentre la quarantena è obbligatoria e ha la stessa durata, durante la quale non si devono avere contatti con l’esterno.

10)Come sono seguiti e monitorati i casi positivi?

Non conosco nessuno che abbia contratto il virus quindi non ne so molto, ma credo che per lo più i casi positivi vengano seguiti in ospedale.

11)Conosci la situazione attuale degli ospedali e delle terapie intensive in Australia?

Al momento non ci sono molti pazienti in terapia intensiva. Gli ospedali sono organizzati con dei percorsi da seguire per evitare ai pazienti di fare lo stesso percorso, ma non sono saturi e non ci sono particolari condizioni di criticità. Ad oggi la situazione è sotto controllo.

12)Ci sono delle conseguenze economiche che l’Australia sta affrontando in relazione alla pandemia?

I piccoli imprenditori, i negozi e le imprese familiari sono quelli che ne risentono di più. Molti stanno chiudendo e anche i ristoranti sono in difficoltà, così come le agenzie turistiche, sia a seguito del lockdown, sia perché poi le persone hanno preferito diminuire spese ed uscite.

13)È stato facile riorganizzare il tuo lavoro da casa?

Non molto, perché ho dovuto preparare in fretta molto materiale e creare nuove risorse di insegnamento, ma i mezzi tecnologici a disposizione sono stati adeguati e hanno reso meno oneroso il carico complessivo. Di contro c’è stato che, sapendo che avrei lavorato da casa, i meeting universitari venivano programmati uno dopo l’altro senza concedere troppe pause; di questo si sono approfittati un po’.

14)Pensi che nel prossimo futuro l’Australia possa soffrire di più per la crisi economica o per quella sanitaria?

Credo per quella economica, anche se il governo ha cercato di aiutare le categorie più in difficoltà creando un programma chiamato “Jobkeeper” per fornire sovvenzioni alle attività e ai datori di lavoro in modo che potessero continuare a pagare i loro dipendenti.

15)E “Jobkeeper” si sta rivelando ben funzionante?

Sì, soprattutto per le piccole imprese.

16)Università e scuole in Australia hanno ricevuto le stesse regole da seguire durante il lockdown?

No, perché le università hanno dovuto chiudere e spostare l’insegnamento online, mentre le scuole si sono divise: alcune hanno chiuso, altre sono rimaste aperte per supportare i figli di genitori che svolgevano dei lavori essenziali, come poliziotti, medici, infermieri. Solo questi bambini avevano il diritto di frequentare la scuola in presenza.

17)Non ci sono state polemiche riguardo la distinzione tra figli di lavoratori essenziali e non?

No, i genitori facenti parte delle categorie di lavori non essenziali si sono trovati d’accordo perché lavorando da casa hanno compreso che non fosse possibile obiettare di fronte ad una situazione di difficoltà.

18)In cosa pensi che gli altri Stati dovrebbero prendere a modello l’Australia rispetto alla gestione dell’epidemia?

L’Australia è un’isola quindi la nostra è stata essenzialmente fortuna nel non avere molti casi e nel restare separati dal resto del mondo, non credo sia giusto porla come un esempio da seguire e penso sia difficile proporre una soluzione valida anche per altri Stati che si trovano in condizioni differenti.

Coronavirus in Australia: un modello basato sulla fiducia

Coronavirus in Australia: un modello basato sulla fiducia

Può un Paese sostenere una pandemia basandosi su un sistema legato alla fiducia nei propri cittadini? L’Australia ci dimostra che non solo è possibile, ma che il senso di responsabilità e di civiltà collettivi possono essere considerati la normalità, non per forza dei valori per i quali si debba lottare nel mezzo di una situazione già di per sé complessa. Non c’è ombra di negazionismo mascherato da proteste violente, di conseguenza non c’è la necessità di prendere misure drastiche e limitanti: i cittadini sanno riconoscere come comportarsi individualmente, non hanno bisogno che gli sia imposto, salvo poche eccezioni. Su questo, l’Italia, ha ancora da imparare.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.