Caschi Blu in Congo (fonte: Il Foglio)

Nati come forze di peacekeeping, i caschi blu hanno guadagnato agli occhi dell’opinione pubblica mondiale un grande rispetto. La fonte dalla quale l’ONU trae i propri contingenti di pace, tuttavia, è quella degli eserciti membri: metodi e crudeltà rimangono quindi gli stessi. Occupare il territorio equivale a detenere un potere pressocché totale sulla popolazione, e con esso effetti che si sono puntualmente presentati alla porta della società civile.

Il fenomeno è tanto vasto da aver provocato un impatto determinante nello svolgimento dei conflitti nelle aree più instabili del pianeta. Ai caschi blu si associa quindi un ruolo di pacificatori.

La Guerra Umanitaria. In linea con il rovesciamento, anche simbolico, tra guerra tradizionale e guerra umanitaria, a cambiare è stata la stessa immagine dei contingenti militari, nelle popolazioni locali quanto nell’opinione pubblica mondiale. Lo stesso antico principio del militarismo prebellico, “si vis pacem para bellum” (Se vuoi la pace prepara la guerra), è giunto ad una nuova ridefinizione rompendo la gabbia della non ingerenza negli affari interni al fine di assicurare la lotta ai nemici globali. Il soldato non è più il pilastro che sostiene la comunità, il “patriota in armi”, che dall’altra parte della barricata si trasforma in un invasore da espellere, quanto l’estrema difesa di un diritto fondamentale che ha come istituzione cardine l’ONU. Tra le righe delle dichiarazioni d’intenti, però, un altro ben noto principio non può non sopravanzare le becere grandi speranze della società civile. E’ ben noto come, al di là delle motivazioni dietro ad un qualsiasi conflitto, finisca per permanere con imbarazzante evidenza un modello occupazionale standard, fatto di abusi, furti, stupri ed uccisioni. Essi sembrano essere parte di una inquietante consuetudine, fin dallo stanziamento di truppe su di un territorio straniero. Di qui la tendenza dei governanti di evitare di portare sul proprio suolo lo scenario del conflitto, consci della devastazione che tale conflitto porta con sé.

In linea con tale triste realtà, governi, capi militari e malati di mente sanguinari hanno di volta in volta sfruttato o limitato i danni di tale pratica. I Tribunali speciali di Kosovo, Rwanda ed Est Timor hanno tentato di affrontare detta “consuetudine”. Si è giunti così all’affermazione addirittura dello status di Crimine contro l’umanità per gli stupri di guerra, qualora perpetrati al fine di terrorizzare la popolazione, utilizzandoli in maniera sistematica. Lo stupro di guerra, infatti, è prima di tutto un uso della paura, una forma di continua minaccia. Va molto al di là dell’atto stesso, perché instilla nella mente dei locali la sensazione che ciò che è accaduto si possa ripetere.

L’eco degli abusi compiuti da truppe militari emerge non solo dalle azioni di criminali che in aree dilaniate dai conflitti scelgono di dare sfogo alle loro allucinate paturnie, godendo spesso del sostegno internazionale. Ha invece più volte riguardato proprio le truppe di peacekeeping dell’ONU, invisibili all’occhio della società civile, proprio in virtù di quel rovesciamento simbolico che le fa ascendere a protettrici del mondo. Ancora un principio di realpolitik, a tal proposito, ci ricorda che a proteggere i popoli devono provvedere le forze dell’ordine, lasciando ai militari il dovere di difendere lo Stato dalle minacce esterne. Quando questi due ruoli si confondono e rovesciano, il risultato non è mai propriamente apprezzabile (si, a volte anche una citazione da Battlestar Galactica è necessaria).

I Caschi Blu. Uno dei punti focali al riguardo è il modo in cui le forze ONU si strutturano. Il dispiegamento di forze di peacekeeping si caratterizzerebbe come “un sistema “pull” e non un sistema “push”, nel quale non vi sarebbe “un bacino di risorse da cui attingere” (Roméo Dallaire, “Shaking hands with the devil”, pp. 99-100). Tale schema logistico è derivazione diretta di una questione aperta dell’ONU, l’impossibilità di disporre di un contingente proprio. Il DPOK dovrebbe attingere di volta in volta da paesi “volenterosi”, offrendo in sostanza un nulla osta ad agire nella regione. Le truppe sarebbero quindi quelle degli stati oltre ad essere da questi sovvenzionate (Financing Peacekeeping, ONU).
Le regole, d’ingaggio, certo, sono stringenti e ben definite. Il Codice di Condotta dei caschi blu, a tal riguardo, è particolarmente chiaro: “non permettersi [o assecondare, a seconda della traduzione] atti immorali di abuso o sfruttamento sessuale, fisico o psicologico della popolazione locale o dello staff ONU, in special modo di donne o bambini.” La disciplina, però, come regolarmente accade, non è altrettanto rigorosa.

La missione in Congo e i report Wikileak. Un documento strettamente confidenziale riguardante il report d’inchiesta della Divisione Investigativa dell’Ufficio per i Servizi di Sorveglianza Interna dell’ONU pubblicato da Wikileaks rivela l’analisi impietosa del controllo effettivo sulle truppe: non solo mancherebbero misure preventive al fine di scoraggiare contatti con la popolazione locale, ma verrebbe meno qualsiasi interesse degli ufficiali di comando anche di fronte a presunti casi di sfruttamento e abuso sessuale. Il report getta una luce inedita sulla preoccupazione all’intero dell’ONU riguardo il fenomeno, oltretutto in un documento riservato. Getta però anche ombre su alcuni aspetti della condotta dei peacekeepers durante le missioni, in particolar modo in Congo, tratteggiando scene di una miseria difficilmente tollerabile.

In un contesto di educazione oltre il grado elementare pressocché inesistente, le ragazze vivrebbero senza alcun visibile mezzo di sostentamento. Il rapporto con i soldati ne farebbe i loro “fidanzati”, nuovi ad ogni rotazione delle truppe stanziate, oltre che disposti a generose regalie dai due ai cinque dollari: una modica cifra per del del sesso con ragazzine dai 15 ai 18 anni.
Vista la possibilità di influire in maniera determinante sulle loro esistenze, il circolo vizioso di relazioni con i soldati dell’ONU è tanto forte da implementare un vero e proprio nomadismo della prostituzione, nel quale le ragazze perdono nome e identità.

La soluzione tanto prontamente sbandierata di fronte a tutto ciò è poi quantomeno risibile. All’abuso sulla fame, oltretutto con indosso una divisa che -facciamo finta che sia vero- rappresenta la protezione delle fasce più deboli del globo, la risposta è un “meglio di niente”, di fronte alla brillante idea di installare reti nel perimetro del campo. Tagliati i contatti e dilettate nel frattempo le truppe con intrattenimenti ludici, si intenderebbe cancellare il tutto, a lisciarsi l’ego con una partita a briscola.

Nel frattempo, però, altro materiale emerge. E’ il New York Times ad indagare, fornendo un’ulteriore e più nitida immagine dei danni provocati dalla presenza di contingenti sul territorio congolese. Il reportage di Marc Lacey presso Bunia (luogo anche del report DPKO) aggrava ancora la posizione dell’ONU. Nessuna scusa può più implementare una facile pietà e una ancor più facile dimenticanza: alle ragazze che -sollevandoci da ogni responsabilità di giudizio- ricordano l’ottimo trattamento ricevuto si affianca la tagliente storia di Helen e Solange, dodici e tredici anni.  E’ un pesantissimo atto d’accusa perché entra come un coltello in come, svestite da soldati di pace, vengano da essi abusate, perdendo ogni cosa di ciò che quei soldati erano stati chiamati a difendere. Nelle parole di Helen rivive l’orrore dell’impossibilità anche di chiedere aiuto, l’irreale che diventa improvvisamente vero e tangibile. Rivive la paura di essere picchiata dal padre; l’arrivo di quel fantasma in clinica, perché “le faceva male tra le gambe. L’operatore sanitario che le da qualcosa da bere, per poi essere pagato con il dollaro che Helen ha ricevuto dal soldato.

Tutto ciò non necessita commenti. Il punto non è però il mero pietismo di fronte al caso umano messo lì per fare intrattenimento. Non è nemmeno la statistica (217 abusi, solo nel report delle Nazioni Unite pubblicato da Wikileaks). E’ invece una nuova metodologia di gestione delle forze armate, che mescolando le dottrine della guerra globale, dell’autodifesa preventiva e della guerra umanitaria fa del pianeta un immenso scacchiere sul quale provetti conquistatori giocano al risiko, manipolando le definizioni, senza che l’opinione pubblica riesca effettivamente a vigilare.
In linea tendenziale, infatti, la guerra umanitaria si applica in failed e collapsed states, in cui non vige ormai alcuna legge. Perpetrare crimini diviene quindi molto semplice, come semplice è ricomporre ad hoc un’identità posticcia per i propri contingenti, mandandoli invece a scaricare le proprie insane istanze dove non possono nuocere agli elettori del proprio paese, o all’immagine che essi hanno della propria moralità.

Il silenzio dell’opinione pubblica italiana. In conclusione, visti la mole di documenti che ad oggi rivela le profonde ed intollerabili criticità nelle missioni ONU, risulta per contrasto il silenzio dell’opinione pubblica italiana. Già nel 1995, Kofi Annan, allora Segretario Generale dell’ONU, rispondeva con un pesante monito agli abusi perpetrati in Somalia, seguito recentemente da Ann-Marie Orler, capo della Forza di Polizia delle Nazioni Unite. Al riguardo il solo New York Times ha scritto moltissimo, mentre in Italia a malapena il Foglio e Repubblica hanno accennato a qualcosa, a riprova di un vecchio detto dei giornalisti, secondo cui l’estero sulla carta stampata non vende.

Nonostante ciò la vastità del fenomeno in questione mina in profondità le basi stesse dell’attuale stato delle relazioni internazionali, mettendo in crisi la teoria dominante di un rovesciamento dei rapporti tra “professionisti della diplomazia” e “professionisti della violenza”. Tale distinzione è anzi debole oggi più che mai: vive principalmente sulle pie illusioni di una pace sistemica che non fa che marginalizzare i conflitti, spingendoli all’interno di quegli spazi vuoti -per citare Augé– dove si può sperimentare l’orrore senza doverne esporre le conseguenze in televisione, figurarsi le motivazioni.
Bunia, la Somalia, il Kosovo sono non-luoghi, e un luogo che non c’è non gode di tutele giuridiche: è una zona grigia, non vi vige alcuna legge. Trascinata lì, Helen non è che carne da macello con lo sconto. A tale scopo, affinché non ci rovini a casa il pranzo e a Bunia il divertimento, Helen non deve esistere. Non può essere reale.

Francesco Finucci
Studente in Cooperazione Internazionale e Sviluppo alla Sapienza. Mi occupo principalmente di Esteri e Politica, ma i miei campi di interesse principali sono i conflitti, la violenza politica e la storia. Scrivo su InPress Magazine.