Tra le conseguenze economiche più spiacevoli del conflitto nel Golfo c’è l’ondata di vendite sui titoli di Stato a livello mondiale. La geopolitica ha inferto una mazzata enorme al debito globale, facendo schizzare in alto i costi di finanziamento per gli Stati.
Cosa sta succedendo al debito globale
Con l’inizio del conflitto e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz abbiamo assistito all’impennata dei prezzi del petrolio e all’aumento dei timori di uno shock inflazionistico duraturo, perché il greggio non mostra ancora indicatori di inversione trend. Di fronte a questo scenario le banche centrali hanno cambiato improvvisamente retorica, virando verso una posizione più hawkish. Stanno quindi considerando di alzare i tassi di interesse. La conseguenza è che il debito globale ha cominciato nuovamente ha surriscaldarsi.
I numeri della crisi dei bond
La situazione si mostra in tutta la sua gravità se guardiamo i rendimenti dei titoli di Stato a lunghissima scadenza, ossia 30 anni. Questi infatti sono il reale termometro della fiducia degli investitori. Negli Stati Uniti il rendimento ha superato il 5%, un livello che non si vedeva dalla grande crisi finanziaria del 2007-2009. In Giappone per la prima volta il rendimento ha superato il 4%. Nel Regno Unito il valore del 5,85% rappresenta il massimo di questo millennio.
Questi numeri significano che il debito globale costa sempre di più agli Stati.
Le ricadute sull’economia reale
Dal punto di vista pratico se il debito globale costa sempre di più, significa che lo spazio per la spesa statale si riduce. Infatti i governi hanno bisogno di risorse sempre maggiori per pagare gli interessi sul debito, e devono quindi tagliare la spesa pubblica destinata alla sanità, alle infrastrutture, agli investimenti e agli aiuti alle imprese.
Se questo accade nel momento in cui si verifica anche uno shock energetico allora il mix diventa esplosivo, diventando la ricetta perfetta per provocare uno scenario di stagflazione, ossia prezzi più alti economia ferma e debito più costoso.













