Ore 4:30: la città è ancora immersa nel buio più profondo della notte. Una notte placida, priva di suoni e di rumori indiscreti, in questi primi giorni di luglio. Non un uccello, non un’automobile sulla via poco lontana osano profanare il silenzio perfetto.

Questo cinque di luglio non è come tutti i giorni che l’hanno preceduto; oggi si parte per la settimana più bella, per la vacanza che, di anno in anno, attendo per dodici mesi, nella speranza che possa ricomporre armoniosamente il mio animo scisso dalla quotidianità, messo a dura prova dai giorni mesti dell’inverno e dagli agognati obiettivi raggiunti con fatica: la meta è il Südtirol, l’Alto Adige, terra italica di confine dove il tedesco, nonostante la cultura bilingue, pare rivelarsi l’idioma dominante.

Ma alle quattro e mezza della mattina nulla sembra destare emozione né curiosità: la sveglia dal canto acidulo mi rimbomba nella testa con prepotenza; i miei occhi, incollati dal sonno ristoratore abbandonato troppo presto, stentano ad aprirsi e, quando finalmente le palpebre si schiudono, le pupille sono ricoperte da un velo opaco che mi dà dell’ambiente circostante soltanto immagini nebbiose e sfocate. Un grande sbadiglio, così intenso da farmi quasi slogare la mandibola, risolve in parte il problema, grazie alle conseguenti lacrime che purificano i miei occhi, i quali, inoltre, acquistano più scioltezza e sintonia con i movimenti delle palpebre.

Anche la mente è pervasa dalle nebbie che la notte non ha fatto in tempo a diradare, dalla spazzatura di pensieri del giorno prima che il breve riposo non ha avuto modo di smaltire: il mio cervello è circondato dall’amnesia dell’eterno presente che cancella il passato ed ignora il futuro. Provo a fare ordine tra i nessi delle cause e degli effetti, lucido timidamente quello scaffale cerebrale di libri accatastati, fogli, appunti, documenti alla rinfusa, alla ricerca dei collegamenti più elementari con il mondo e la vita.

Nel frattempo mi alzo dal letto e barcollo, incapace di coordinarmi; riesco a conquistare l’equilibrio e mi fermo, in piedi, fisso il vuoto intontita: pochi secondi di concentrazione e ricordo tutto, chiaramente, a cominciare dallo splendido viaggio che sto per intraprendere con la mia famiglia. Mi dirigo spedita verso il bagno per spazzare definitivamente quella coltre sonnolenta di torpore: mi lavo il viso. Gli occhi, che ancora vagavano stanchi e socchiusi nella semioscurità, ritornano ad essere gli unici padroni della propria vista.

Mi velocizzo, mi attivo in pochi secondi: so quello che devo fare e perché, quali azioni svolgere prima di salire in auto senza aver dimenticato nulla e partire, finalmente soddisfatta, dopo aver aspettato tanto prima che questo momento bramosamente sognato si mostrasse nella sua concretezza, mi inondasse con i suoi piacevoli e vispi raggi di un’avventura agli albori.

In verità, se mi affaccio al balcone di casa non posso avvertire la fantastica percezione nella natura cittadina: è passata mezz’ora da quando ho aperto gli occhi per la prima volta, ma il buio ancora domina il territorio; come me, anche la giornata stenta a decollare, a prendere il comando delle sue forze, il sole si fa attendere nel palesarsi a levante. In camera, sono costretta ad accendere la lampada, per prendere le ultime cose da portare con me e chiudere i bagagli.

Ora è tutto pronto: il portabagagli è pieno, il pranzo al sacco è sul sedile posteriore dell’automobile. Indosso una gonna nera, a fiori, con dei bottoni rivestiti di tessuto sul davanti, e una canotta arancione, con tre piccoli fiori ricamati in tre differenti varietà di arancio; sono gli stessi vestiti che avevo indossato l’anno scorso, per il medesimo motivo: quella “traversata” verso le Dolomiti è diventata più sacra di un rituale, una tradizione che ha l’obbligo di perpetuarsi con dettagli ed atti che si ripetono immutati ogni volta.

E’ una sensazione speciale avere la possibilità di provare quelle emozioni indimenticabili che si sono vissute in passato, sentirle di nuovo in tutta la loro freschezza. Una genuinità che non decade, perché il ritorno degli avvenimenti che si sono già verificati non è grama e sterile ripetizione, ma potenziamento, arricchimento, un dipinto simile ma che non potrà mai essere riprodotto in serie, identico alla sua copia. Il pennello smussa le curve aspre, ridefinisce i contorni imprecisi, vivifica con i colori i paesaggi spenti, li mette in evidenza, dove nell’originale, magari per distrazione o per ignoranza, non si è stati in grado di notare; il quadro nuovo sarà più partecipe nel modellarsi alle bellezze che incontrerà, registrerà la stella alpina relegata a 2000 metri di altitudine come i prati e i cieli sconfinati dell’Alpe di Siusi, il dettaglio infinitesimo e lo spazio infinito: sarà un ritratto straordinario, vissuto appieno perché sarò io stessa a dipingerlo, sprigionando con esso tutta la bellezza della natura e dell’esistenza e facendomi beffe della chimera della perfezione, imprendibile quanto inutile.

Il motore è acceso: dal suo trasportino Minù inizia a miagolare perché non vuole lasciare la dimora e i suoi odori familiari; Katy, invece, entusiasta quasi quanto me, è già, scodinzolante, sulle mie ginocchia pronta a scrutare il mondo dal finestrino della vettura.

Manca meno di un quarto d’ora alle sei: il primo e timido chiarore dell’alba si rivela nelle sue tinte sfumate di celeste, rosa, violetto, rosso sbiadito. Il cielo si schiarisce, il contrasto con la luce dei lampioni non è più così evidente: la vacanza, il capolavoro che mescola arte e vita comincia da qui, da questo punto di partenza a circa quindici chilometri da Roma.

Ed esso inizia a delineare all’orizzonte, non più così scuro e vago ma guida indispensabile proiettata verso l’altrove, il principio e passaggio obbligato: quegli oltre settecento chilometri che mi separano dalla meta, da Ortisei, attraversando un’Italia variegata e testimone indiscussa di mutevolezza, lungo la strada che mi conduce a Nord.

(CONTINUA…)

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