Ma, immediatamente, mi accorgo che le Dolomiti dimorano ancora soltanto nei miei pensieri: la pianura intorno a me, sconfinata, asfittica, sempre uguale, è la medesima dei chilometri precedenti, il paesaggio resta invariato, non dà spazio ad alcun cenno di cambiamento.
Tuttavia, qualcosa di diverso c’è: le targhe delle automobili testimoniano la rottura dell’autarchia italiana sul territorio. Sull’autostrada transitano tedeschi, danesi, svedesi, austriaci, belgi, anche croati e, tenendo conto delle nazionalità incontrate e del loro spessore numerico, forse inizia a distinguersi il richiamo del mondo nordico, persino nel differente modo di guidare e di rispettare il codice della strada.

Osservando tutte quelle targhe scandinave, riemerge nella mia memoria un viaggio effettuato proprio dieci anni prima: Danimarca, Svezia, Norvegia, un tour nel nord più autentico, dove i capelli e gli occhi dei suoi abitanti si schiariscono, dove nel mese più caldo dell’estate il sole prolunga la chiarità del giorno fino a tardi e non si avverte mai il desiderio di andare a coricarsi. E’ incredibile, eppure molti momenti e luoghi visitati in quel tour sono ancora vividi: le lunghe traversate in autobus, i tanti ponti e i grandi spazi di Stoccolma, le antiche e caratteristiche case in legno della città di Bergen, un’intera regione introiettata nella prima adolescenza scorre come un attuale ed appassionante documentario.

Si spegne per qualche attimo il presente, gli occhi si rivolgono alla segreta proiezione filmica dei ricordi: si rappresentano persino le azioni individuali, le cene poco appetibili, le passeggiate notturne in bilico tra locali gremiti di bella gioventù, negozi moderni ed accoglienti che finiscono il turno di apertura troppo presto e l’eterno chiarore che dipinge le strade del profondo nord di leggera e celestina evanescenza. Non esiste cineteca più ricca e preziosa di quella che custodisce un racconto di viaggio fatto di immagini e sensazioni, le quali, per quanto datate e fossilizzate dal tempo, si ridestano ogni volta giovani, per sempre rinnovate nei colori e nello spirito vitale. Poiché gli istanti e i giorni dedicati all’arte del viaggiare, in quanto alieni alla spenta quotidianità, sono gli unici degni di essere tenuti in vita, illuminati da una memoria stimolata dalla curiosità e dalla diversità che tutti i viaggi incidono nell’esistenza.
Sono passati dieci anni e stavolta la meta non è così straniera né lontana, ma le emozioni da conservare in speciali archivi non mancano, già a partire dal presente tragitto di andata in autostrada. Si verifica un altro flashback: passiamo accanto all’uscita che porta alla cittadina di Carpi. Quel nome mi riporta indietro di ben cinque anni quando mi trovai a visitare la località, per assistere ad uno spettacolo musicale; ma a Carpi non c’è assolutamente nulla di interessante da ricordare, se non il caldo umido e soffocante che caratterizza tutta la zona dell’Emilia occidentale e del basso Veneto.

Mantenendoci su quel percorso pianeggiante imposto dall’Autostrada del Brennero, non si possono non notare le numerosissime aziende, molte delle quali conosciute come la Liujo e la Valfrutta, che sono la concreta testimonianza del primato industriale del Nord rispetto al resto dell’Italia. Le regioni settentrionali vantano centri produttivi in ogni settore: scorrono soltanto pochi chilometri e vedo stabilimenti agroalimentari, tessili, edilizi, talvolta essi sorgono in edifici modernissimi, con giardini curati e rifiniture di lusso; a questi, tuttavia, si alternano talvolta anche caseggiati meno floridi, abbandonati, con cedimenti nella struttura o addirittura semidistrutti a causa del recente terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna soprattutto nel modenese.

Nel breve tratto della provincia di Reggio Emilia, le industrie si prendono una pausa: tornano numerosi i terreni agricoli, soprattutto quelli coltivati a granturco; sugli appezzamenti più spogli perché da poco riservati alla semina, gli aironi cinerini, dall’andatura aggraziata e solenne, smuovono con le lunghe zampe la terra feconda alla ricerca della semente. Nel frattempo, si sconfina nel mantovano e nella Lombardia; ed è proprio sulla pianura immensa alle porte di Mantova che sorge un edificio di grandi dimensioni, circondato da un prato perfetto: si tratta dello stabilimento della Thun, l’azienda di Bolzano apprezzata per le sue ceramiche.
Grazie alla Thun, si presagisce un avvicinamento sempre più effettivo all’Alto Adige, ad Ortisei, alle Dolomiti: i chilometri di distanza diminuiscono, nell’aria si percepisce un’atmosfera che lentamente si trasforma, suscettibile alla strada già percorsa, alle tante città sfiorate e lasciate alle spalle, eccitante per quel continuo evolversi e trascorrere delle ore.
L’unico che pare ancora non essere d’accordo con l’inarrestabile divenire delle cose è il paesaggio circostante, che si ostina a sfilare davanti ai miei occhi sempre immutato, facendo correre il rischio di convertire il viaggio attraverso le differenti sfumature dell’Italia in una cieca corsa verso la destinazione.
Per il momento, le mie aspettative vengono ancora deluse: delle tanto desiderate montagne nemmeno l’ombra, neanche un accenno di rilievo a dare una scossa alla monotonia della Pianura Padana. Per spronare l’arrivo del Nord con i suoi connotati più pertinenti, decido di favorirne l’atmosfera anche a livello uditivo e il cd degli Abba è perfettamente idoneo allo scopo; non a caso gli Abba sono un gruppo svedese, passato e presente si collegano. Una musica ariosa, leggera, come il vento fresco che lambisce le città affacciate sul Mare del Nord, frizzante e aromatica come i legni delle betulle longilinee nelle foreste della Svezia; le percezioni si intrecciano quasi a creare un sottofondo polisensoriale, tutto mentale ed immaginifico, a quei cori già incisi.
Il cd procede nella sua esecuzione: a guisa di intervallo pubblicitario, altri ettari di terra coltivati a granturco fungono da raccordo alla prossima regione da attraversare, il Veneto, entrando immediatamente nella provincia di Verona.
Questa volta non sono un miraggio: al di là dell’afa padana, che inizia finalmente a diradarsi, si distinguono i profili delle montagne, tenui ma inequivocabili: superato il tratto di strada che costeggia la città di Verona e il suo aeroporto Valerio Catullo, i rilievi, seppur ancora molto modesti, svettano nettamente nel panorama poco lontano, e la nostra automobile va loro incontro.
Sono impaziente di immergermi in quel mondo dolomitico, di vedere il bosco che mi accerchia con la vegetazione selvaggia e i suoi tanti e piccoli ruscelli, oppure di prendere un ampio respiro di prati e di vuoto a 2000 metri di altitudine, dove soltanto la voce del silenzio interrotta dai muggiti beati delle mucche in alpeggio si può avvertire, se rimango dormiente nella quiete, se mi assento dalla realtà per una salubre contemplazione; ho voglia di chiudere gli occhi, tentare di perdermi in un paesino cullato in una conca naturale scavata tra le Dolomiti e ritrovare la strada con il solo ausilio dei suoni e degli odori che lo identificano… La mia mente in bilico tra i sogni sta ricostruendo tutto questo versante dopo versante, valle dopo valle, le montagne sono vicine, sempre più vicine e palpabili.

Ma un imprevisto si presenta lungo la marcia: poco dopo aver lasciato Verona, il traffico rallenta il nostro incedere, una fila interminabile di automobili si muove a passo d’uomo, poi, all’improvviso, la coda scompare, pochi veicoli occupano il tracciato autostradale; ma, dopo alcuni chilometri, ecco riformarsi una lunga folla di auto. Probabilmente, la causa di questi rallentamenti è da ricercarsi nella prossimità al lago di Garda, suggestivo specchio d’acqua che lambisce tre regioni, con altrettanti diversi modi di unirsi alla terraferma, meta molto ambita soprattutto dai turisti tedeschi; di conseguenza, gli svincoli che conducono alle località nei pressi del lago sono completamente intasati dalle vetture.
Verso Affi la strada ritorna libera, ma la tipologia della coda a tratti illude, immediatamente ci si ritrova bloccati: fino all’uscita Ala/Avio trascorrono trenta chilometri ed impieghiamo oltre un’ora a percorrerli. Il traffico è stressante, il viaggio sta diventando insopportabile, l’andatura è discontinua per il continuo accelerare e frenare; inoltre, nonostante sia appena l’ora di pranzo, la stanchezza, in particolar modo psicologica, comincia ad avvertirsi prepotentemente. Suscita quasi invidia l’Adige tortuoso ed energico, con il suo scorrere regolare e sostenuto.
Fortunatamente l’Italia sta cambiando con determinazione il suo volto paesaggistico; le montagne mi impediscono di addormentarmi, ormai ci circondano: esse sono mature, piuttosto alte e ricoperte di un foltissimo manto boschivo, verde brillante. Oltre ai minuscoli agglomerati di case, paesini nei quali sempre più spesso svetta un caratteristico campanile con il tetto appuntito, alle loro pendici fino ai margini dell’autostrada si estendono vigneti rigogliosi, costantemente baciati dal calore del sole intrappolato dai rilievi. In effetti in questa zona fa molto caldo, le correnti a fatica riescono a circolare oltrepassando la barriera montuosa.
Una piacevole brezza, parto della mia immaginazione, mi giunge dopo aver letto il cartello “Benvenuti in Trentino Alto Adige”: ad accoglierci, il castello di Avio, collocato su un’altura alla mia sinistra, ed ancora l’Adige, dalla corrente sempre più impetuosa, misto di acque vergini di sorgente e fanghiglia, si diverte a stuzzicare il mio sguardo dopo ogni ponte, sbucando, senza un criterio, a destra o a sinistra della carreggiata che lo sovrasta. Le nuvole, multiformi, sono così bianche ed accecanti da riflettere la purezza dei ghiacciai.
La vacanza inizia da qui: l’autostrada diventa un percorso turistico mozzafiato già all’altezza di Rovereto, lo stupore per le Dolomiti si rinnova, il loro splendore si centuplica come solo nella viva esperienza può accadere; non esiste libro o rassegna fotografica in grado di sostenere o riprodurre una simile condizione psicofisica.
C’è una musica che ogni volta accompagna questo momento: l’album “Cuori di vetro” di Ron pare plasmato perfettamente alla situazione; acquistato dodici anni prima, per caso, in un Autogrill, esso è l’insostituibile colonna sonora di tutte le traversate verso le Dolomiti, da San Vigilio di Marebbe in Val Badia a San Candido in Val Pusteria fino alla presente Ortisei in Val Gardena, con la certezza che continuerà ad essere la colonna sonora di tanti altri trasferimenti montani. Le canzoni, apparentemente, non hanno nulla a che vedere con boschi o catene montuose, ma forse la citazione di “quei tornanti” è sufficiente a scuotere le menti più fantasiose.

L’atmosfera è ormai satura di norditudine. Norditudine, che magnifica condizione esistenziale… L’area di servizio Nogaredo, assolata, tutt’altro che luogo idillico per montanari, è affollata di gente anglo-teutonica; pare di aver compiuto un salto improvviso, di aver lasciato l’Italia con la sua classica latinità e ritrovarsi senza vie di mezzo in terra straniera. Nei dintorni di Trento, le montagne regnano sovrane: nessuna pianura o grande città le ostacola, le epifanie illusorie appartengono al passato. Esse sono qui, in tutta la loro imponenza, aspre e confortanti, rocciose e morbide allo stesso tempo, mi circondano, si impongono alla mia visione: questo è il volto italico più inedito, inaspettato, che non smetterei mai di osservare con adorazione; il presente tratto di A22, inghiottito nella valle e sempre attento a crearsi un varco accanto agli impervi pendii, non può che fomentare il mio senso di rapimento.
La provincia autonoma di Bolzano si sostituisce a quella di Trento senza bruschi mutamenti naturalistici, anzi, l’armonica vallata protetta dalla montagna si riempie di meli così ricchi di frutti che questi ultimi sembrano attentamente cuciti ai rami; inoltre, i graziosi alberelli, disposti in file tra un ruscello e una pista ciclabile, sono amorevolmente coperti da appositi teli i quali, soprattutto di inverno, proteggono le piante dalle intemperie e dal freddo, alquanto accentuati in questa regione.
Finalmente abbandoniamo l’autostrada: a Bolzano Nord, ci immettiamo in una via strettissima, un’autentica strada di montagna, poco accogliente a causa del suo andamento molto curvilineo: forse l’uscita Bolzano Nord non era quella giusta, ma non si può più tornare indietro.

Alla mia sinistra intravedo, costernata, un profondo strapiombo, nemmeno un banale steccato delimita la viuzza; tento di distrarmi, alla mia destra c’è un fitto bosco, reso ancora più oscuro dalle condizioni meteorologiche mediocri, dal cielo grigio, spento, inondato di nembi minacciosi. L’odore aromatico del legno misto alle resine mi dona un po’ di sollievo. Ma mi basta girare lo sguardo per ritrovare il vuoto, e la strada infernale prosegue, l’altitudine aumenta vertiginosamente, Fiè allo Scillar, S. Costantino, Siusi, Castelrotto, ameni paesi incastonati nella valle, tuttavia non c’è alcuna indicazione di Ortisei.

Poi entriamo in una galleria, e all’uscita, davanti a noi, si inchina la tanto agognata destinazione: gli oltre settecento chilometri di viaggio sono terminati, la vera vacanza può avere inizio. Katy si alza in piedi, ha voglia di camminare quanto me, Minù comincia a miagolare, non ha più voglia di stare nell’angusto trasportino. Siamo pronte a convivere con la pioggia, con la lingua tedesca, con colazioni abbondanti e pranzi fugaci; ma, soprattutto, si infervora il desiderio di compiere camminate di chilometri e chilometri lungo sentieri mai percorsi, tra malghe custodi di un’esistenza in comunione con la natura, su prati gemmati di fiori spontanei multicolori. E dimenticando, per una settimana, la vita inquinata della città per rimanere sospesi in quella cultura di sculture in legno e di fieno che s’imprime nell’animo purificando la fantasia depressa.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.