Due giorni, una notte.Una ventina di persone in sala. Una delle pochissime sale di Roma a proiettare questo film uscito il 13 novembre.
Due giorni e una notte è il tempo che Sandra (Marion Cottillard) ha per dimostrare di essersi ripresa e aver superato la depressione. Ma quando è pronta per riprendere in mano le redini della sua vita le carte in tavola sono cambiate. La ditta di pannelli solari, la Solwal, per la quale Sandra lavora, attraversa un periodo di crisi dovuto alla concorrenza asiatica. Dumont (Baptiste Somin), capo della ditta, indice allora una votazione. I dipendenti devono scegliere tra un bonus di 1000 euro o il licenziamento della nostra protagonista.

Considerata, soprattutto dal temutissimo capo reparto, Jean-Marc (Olivier Gourmet), l’ingranaggio a cui la “catena di montaggio” può tranquillamente rinunciare. 14/16 dipendenti hanno votato pro-bonus. Ma la partita ancora non è finita. Sandra incoraggiata dall’amica Juliette (Catherine Salée) e dal marito Manu (Fabrizio Rongione), chiede al capo della ditta di far ripetere le votazioni che sarebbero state pilotate dal capo reparto a svantaggio della protagonista. Non può rinunciare al suo salario, ha due figli e non ha intenzione di ritornare nelle case popolari.

Sandra deve convincere la maggioranza a votare per lei non per i soldi. Bussa ad ogni porta, suona ad ogni citofono per conquistare un sì. Qualche pillola di Xanax di troppo, sbalzi d’umore, stati d’animo altalenanti. Sandra è presa continuamente dal senso di colpa di star togliendo qualcosa agli altri. Quegli altri che nascondono dietro le loro porte meschinità e fragilità. La protagonista rende visibili le sue debolezze e involontariamente quelle degli altri. Eppure è Sandra quella considerata malata, depressa.

Un film che parla dei rapporti umani, di quella umanità e solidarietà che vanno sempre più scemando, eppure ci lascia un barlume di speranza: credere ancora nel prossimo ma soprattutto credere in noi stessi e nei nostri mezzi.

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Liliana Ficca

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