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Nel 2013 nelle sale usciva Lei (Her), un film di Spike Jonze, premio oscar per la miglior sceneggiatura originale. Sette anni fa, un regista visionario quale è Jonze (autore anche di altre pellicole di successo come Essere John Malkovich e Nel paese delle creature selvagge) aveva deciso di raccontare l’alienazione tecnologica e la solitudine che riguardano la nostra società con la storia d’amore, tenera e struggente, tra un uomo e un Sistema Operativo. Ehi Siri, abbracciami Direttore responsabile: Claudio Palazzi

Tra colori pastello, tenui e delicati, e ambientazioni minimali, prende vita questo rapporto uomo-macchina, che sembra essere tutto fuorché innaturale. 

Una storia d’amore tutta nuova Ehi Siri

Theodore Twombly, il protagonista di Lei (Her) a cui presta il volto Joaquin Phoenix, è un uomo introverso e solitario, che ascolta musica malinconica e abita da solo in un appartamento troppo grande e vuoto. Si guadagna da vivere scrivendo lettere per conto di altri in una Los Angeles proiettata in un futuro che non sembra poi così lontano, in cui le persone sono completamente assorbite dai loro dispositivi elettronici e Theodore non fa eccezione. 

Dopo i primi fotogrammi introduttivi, l’attenzione dello spettatore, così come quella del protagonista, viene attirata da uno schermo gigante sul quale passa una pubblicità di un nuovo Sistema Operativo, OS1. Una voce maschile dice che vuole porre all’ascoltatore una semplice domanda, la quale poi si rivela essere una serie di questioni esistenziali a cui un qualsiasi essere umano difficilmente saprebbe rispondere

Chi sei? Chi potresti essere? Dove stai andando? Cosa c’è nel Mondo?

OS1 sa rispondere.

Colpito, Theodore decide di acquistarlo e di provarlo. Samantha: questo è il nome che il suo Sistema Operativo decide di darsi. La macchina non si mostra come un semplice ritrovato tecnologico ma, al pari di un essere umano, prova paura, dolore, piacere e desidera. Desidera Theodore, desidera sentirlo e desidera trovare se stessa. 

Questa relazione sembra per Theodore l’unico modo per superare il divorzio dall’ex moglie, nonché amica d’infanzia, Catherine, interpretata da Rooney Mara. Ehi Siri

Il film proietta lo spettatore in una storia d’amore e di tenerezza che, grazie alla sua naturalezza, fa dimenticare che si tratti di un rapporto tra un essere umano e un dispositivo elettronico.

L’abilità del regista è stata quella di rendere nuova una relazione amorosa, inserendola in una tradizione cinematografica già piena di storie d’amore, a lieto fine e non. Theodore è il prototipo dell’uomo solo, lasciato dalla moglie, perso e asociale, eppure alla disperata ricerca di emozioni. Un uomo immerso nel mondo odierno, digitale e individualista, che va sempre di più verso l’isolamento fisico a favore di una comunità globale incorporea. E Samantha rappresenta il punto massimo di questa perdita di contatti. A Theodore non serve sentire il corpo, le labbra, il respiro di Samantha, gli basta la voce. E insieme a questa voce vive momenti di gioia, spensieratezza, sessualità perfino, ma anche di gelosia, dubbi e sofferenza. 

Samantha rappresenta l’evoluzione degli assistenti vocali che conosciamo – Google, Siri e Alexa – e che ci accompagnano nel quotidiano. Tramite un assistente vocale possiamo effettuare chiamate, leggere messaggi, eliminare email indesiderate, fare ricerche sul web. Insomma, a Siri manca solo la capacità di sviluppare un proprio carattere. E se ne fosse capace, noi saremmo in grado di gestirla? E soprattuto, vorremmo farlo?

L’uomo: un animale sociale Ehi Siri

Il 2020 rappresenta un anno fuori dall’ordinario. Un anno che si è aperto all’insegna di una pandemia globale accompagnata da una quarantena più o meno generalizzata. Ehi Siri

A marzo, in Italia, si è cominciato a parlare di lockdown: divieto assoluto di uscire dalle proprie abitazioni se non per comprovate motivazioni. Le strade hanno cominciato a svuotarsi, le saracinesche ad abbassarsi e tutto è parso mettersi in pausa. 

Allora, ognuno di noi ha dovuto fare i conti con se stesso e con la solitudine. Rimasti a casa, abbiamo avuto modo di ripensarci da zero e, soprattutto, abbiamo avuto il tempo per farlo. 

C’è chi ha reimparato a vivere in famiglia, a cenare insieme, a parlare con i propri genitori e fratelli e chi, costretto in casa da solo, ha capito quanto le relazioni umane siano importanti.

Abbiamo vissuto mesi attaccati ai dispositivi elettronici per seguire una lezione online o per lavorare in smart working. Il telefono è diventato un prolungamento del nostro corpo e, forse, è proprio per questo contatto obbligato che si è cercato conforto e sostegno negli altri e si è cominciata a sentire la nostalgia anche di una semplice pacca sulla spalla. 

Questo ha portato a desiderare un qualsiasi tipo di contatto fisico, anche gestito a distanza, con soluzioni che hanno provato a rendere questa separazione tra le persone, totalmente innaturale, più sopportabile: dalla “hug reaction” su Facebook alle canzoni cantate sui balconi a squarcia gola, tutto per avere un momento di socialità. 

Come scrisse il filosofo greco Aristotele (IV secolo a.C.) nella sua Politica, l’uomo è un animale sociale poiché tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società.

Il contatto con l’altro è, quindi, istintivo, è una necessità di natura e, per quanto l’essere umano possa desiderare momenti di solitudine, come fa a esempio il nostro Theodore Twombly, non vorrà essere solo per sempre. Nasciamo e cresciamo nel calore di un abbraccio ed è quello che ricercheremo inconsapevolmente tutta la vita. 

Questa quarantena, questo isolamento obbligato e questo distanziamento sociale a cui siamo approdati ora, hanno solo palesato il nostro desiderio di aggregazione e hanno reso i nostri telefoni e i nostri assistenti vocali dei semplici accessori, come d’altronde dovrebbe essere. 

Se, fino a qualche tempo fa, la realtà prospettata da Jonze nella sua pellicola poteva essere anche lontanamente desiderabile, adesso, un Sistema Operativo capace di sostituire l’essere umano nei suoi momenti più istintivi, fa paura. E fa paura perché con il Covid-19 e tutto ciò che ne è derivato, ci si è resi conto che uno schermo, una videochiamata, un messaggio vocale, una barzelletta di Alexa, non sono sufficienti per la salute e la serenità dell’individuo. Ehi Siri

Contatto fisico ai tempi degli assistenti vocali Ehi Siri

Indubbiamente nei prossimi anni si faranno passi in avanti per quanto riguarda il mondo degli assistenti vocali e, chi lo sa, tra non molto ognuno di noi potrà possedere una sorta di OS1. Una Alexa 2.0 che ci assista nella vita di tutti i giorni e sia capace di organizzarci gli impegni, che sembrano moltiplicarsi all’infinito, dandoci l’illusione di avere a che fare con un vero essere umano. Importante è che si impari a gestire il rapporto con la macchina in modo salutare, senza darle il potere di diventare per noi quello che dovrebbe rappresentare un altro individuo in carne e ossa. E forse il lockdown e l’attuale, necessario, distanziamento sociale ci hanno insegnato a capire l’importanza di una stretta di mano e persino dell’odiato pizzicotto sulla guancia, nella speranza che non si torni all’autoisolamento digitale nel quale avevamo cominciato a chiuderci prima di questo 2020 surreale. 

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