La Commissione Parlamentare d’Inchiesta messa in piedi per indagare sul giallo di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma nel 1983, ha compiuto due anni dalla sua istituzione e i risultati finora raggiunti sembrano essere pari allo zero. Certo, le indagini sono secretate, ma il fatto che l’ex presidente della Commissione, Andrea De Priamo, abbia detto che tutte le ipotesi sono ancora in piedi, vuol dire che finora non si è riusciti a inquadrare una pista solida che sia la più convincente di altre.
Si procede per tentativi e a forza di procedere per tentativi sono passati buoni buoni due anni di indagini a vuoto. Le persone convocate sono state tante e altre ancora dovranno essere ascoltate. Anche se la maggior parte dei protagonisti di quella vicenda sono ormai deceduti da tempo. E questo rende ancora più complesso il lavoro di una Commissione che sta brancolando nel buio, convinta che si giungerà a verità quantomeno storica, visto che quella giudiziaria è impossibile, dopo anni trascorsi a rincorrere saghe criminali, intrighi internazionali e complotti vaticani.
Le audizioni finora sono state segnate dalla confusione più totale. Sono stati interrogati personaggi che in un modo o nell’altro hanno avuto a che fare con Emanuela Orlandi, tra magistrati, investigatori, giornalisti, ricercatori storici, amici e parenti della giovane cittadina vaticana. Soggetti più o meno credibili che hanno fornito versioni che andavano in tutte le direzioni, come un’auto che sbanda a destra e a sinistra prima di schiantarsi contro un muro. Audizioni caratterizzate da un assortimento giustificato di ricordi confusi, di memoria annebbiata, di dichiarazioni caotiche. A farne le spese finora sono state due meteore minori di quel dramma: l’ex amica di Emanuela, Laura Casagrande, indagata per presunte false informazioni fornite agli inquirenti, e Marco Accetti, inquisito per sequestro di persona.
Resta il fatto che mentre la Procura di Roma sta scandagliando la pista “familiare”, riesumando atti ingialliti e impolverati, con al centro la figura di Mario Meneguzzi, zio di Emanuela, e il contesto lavorativo che frequentava, i commissari parlamentari non hanno intrapreso nessuna direzione precisa. Tanto che il vicepresidente Roberto Morassut, con tono tranquillo come se fosse reduce dalla visione da un party, ha detto che tutte le ipotesi sono ancora in piedi. Il che vuol dire essere fermi al palo in una storia costellate da tante di quelle supposizioni da riempirci interi testi di storia.
D’altronde non è facile destreggiarsi tra quanti sulla pelle di questa povera ragazza hanno diffuso notizie prive di riscontro, tendenziose o perfino false. Nel corso degli anni, Emanuela Orlandi è stata merce di scambio per liberare Ali Agca o per costringere il Vaticano a risarcire la malavita organizzata; sacrificata in un festino di preti pedofili o tenuta nascosta a Londra. Per tacere altre ipotesi che non fanno onore a chi le ha divulgate facendo perdere tempo ai magistrati e denaro ai contribuenti.
In ogni caso, per quanto la suggestione abbia preso piede anche a Palazzo Macuto, la predazione sessuale sembra essere ormai lo scenario più convincente: Emanuela Orlandi potrebbe essere finita vittima di un delitto sessuale. Una convinzione sostenuta anche dalla criminologa Ursula Franco, secondo cui Emanuela fu uccisa da un predatore violento per le vie di Roma e non per i dedali del Vaticano. E che il campionario di dietrologie in cui si sono cacciati gli inquirenti sono stati il vero motivo della mancata soluzione di un arcano che probabilmente sarà consegnato agli archivi della storia come uno dei tanti misteri mai risolti della Repubblica Italiana.





