Il Covid-19 ormai è entrato a far parte della nostra quotidianità: il telegiornale non parla d’altro e tutto il nostro Pianeta si trova coinvolto. All’inizio di quest’anno fuori dal comune, gli Stati hanno riorganizzato la vita dei propri cittadini, cercando di limitare il più possibile i danni, sia economici che fisici, provocati dalla pandemia. In Italia, come in altri Paesi, il blocco è stato immediato: le attività si sono fermate, le persone sono state chiuse in casa e le scuole, così come le università, hanno riorganizzato la propria didattica. Gli Stati Uniti invece come hanno gestito l’emergenza? Emergenza negli Stati Uniti: come è stata gestita la pandemia? Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Chi fa da sé fa per tre emergenza negli Stati Uniti

Per fronteggiare l’emergenza sanitaria, ogni capo di governo ha adottato le misure che più riteneva consone: c’è stato chi ha promosso un lockdown totale fin da subito, come Cina e Italia, chi ha preferito una linea più morbida, come la gran parte dell’Europa, chi invece ha puntato sul buon senso dei cittadini senza imporre restrizioni severe, come la Svezia. 

Media4tech di Claudio Palazzi

Ogni Paese ha cercato comunque di affrontare questa situazione, inedita e inaspettata, al meglio delle proprie possibilità e come riteneva più giusto. Nessuno, all’indomani della notte di San Silvestro 2019, avrebbe mai potuto immaginare l’avvento di una pandemia globale e prendere in mano la situazione è risultato a tutti estremamente complicato.

In Italia, come si è visto, è stato preferito chiudere tutto fin da subito per tutelare la popolazione, che per la maggior parte è costituita da over 65, categoria più a rischio, e per ridurre al minimo i danni su un’economia già in crisi. 

Negli Stati Uniti, che già dall’inizio hanno avuto i riflettori puntati sopra, la situazione è stata gestita diversamente. 

A parlarci di come la pandemia è vissuta oltreoceano è la professoressa Prigiobbe, che insegna allo Stevens Institute of Technology di Hoboken, nel New Jersey

Mi parli di lei: che lavoro fa e come è cambiata la sua quotidianità a seguito dello scoppio della pandemia?

Mi chiamo Valentina Prigiobbe, sono una professoressa allo Stevens Institute of Technology e insegno nel Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e dell’Oceano. Vivo tra due città degli Stati Uniti, New York e Austin (in Texas), quindi posso fornire due diverse versioni della situazione attuale, quella della East Coast e quella del Sud-Ovest del Paese. Ai primi di marzo, l’Università ha chiuso a causa del tasso di infezioni nella zona metropolitana di New York e mi sono spostata a Austin per iniziare a lavorare da casa. Da allora sto insegnando da casa e coordino il mio gruppo a distanza. All’inizio è stato traumatico per tutti, professori e studenti, ma adesso la situazione è diventata una nuova normalità.

Come viene gestita l’emergenza sanitaria negli Stati Uniti? E quale tipo di assistenza viene fornita ai casi Covid anche solo sospetti?

A New York, le autorità hanno deciso di prendere sul serio la situazione troppo tardi, quindi l’emergenza non è stata gestita bene inizialmente. 

A Austin, ci si è comportati meglio. Il sindaco della città ha diffuso l’avviso di stare a casa e di chiudere le scuole a inizio marzo, quando ancora i casi Covid nel Texas non erano allarmanti. Ma la situazione a New York era drammatica e ci si aspettava che presto si sarebbe diffusa a macchia d’olio.

Non ho molta esperienza diretta con la burocrazia riguardante i tamponi. Quello che posso dire è che, a marzo, a Austin era impossibile fare il test anche se si presentavano dei sintomi, ma, con il passare dei mesi, sono sorti molti luoghi dedicati ai tamponi, con la possibilità di sottoporsi all’esame con o senza sintomi: alcuni uffici e alcune università, a esempio, fanno fare il test rapido a tutti i dipendenti e studenti una volta a settimana.

Quali misure ha adottato il governo per contenere il contagio? 

Le misure adottate si sono differenziate da Stato a Stato e da città a città e alcuni Stati non hanno avuto una reazione immediata. Lavorando all’università, posso dire che i primi passi significativi per contenere il contagio sono stati quello di permettere al personale docente di insegnare online dalla propria abitazione e la chiusura, per tutta la primavera, dei campus. 

In generale, però, la superficialità iniziale di molti politici ha creato confusione tra la popolazione, aggravata anche da molta disinformazione e dalla promozione di messaggi sbagliati. Numerose famiglie, spaventate da questa grande confusione e dalla mancata fiducia nelle istituzioni, hanno agito in modo indipendente e hanno iniziato a vivere in uno stato di lockdown rigoroso che sta durando ormai da nove mesi. emergenza negli Stati Uniti

La popolazione rispetta le direttive fornite? 

La reazione della popolazione cambia da Stato a Stato e anche all’interno di uno Stato stesso ci possono essere comportamenti diversi tra la zona urbana e quella rurale. 

In alcune campagne degli Stati Uniti ci sono molti dei cosiddetti “negazionisti”, i quali hanno iniziato ad aderire alle direttive molto tardi, al punto che il numero dei casi in alcune di queste zone, durante l’estate, ha visto un forte incremento. Il problema, qui, è l’insufficienza delle strutture sanitarie che sono entrate subito in crisi.

Al contrario, in molte zone urbane la popolazione vive in uno stato di isolamento più o meno rigido dall’inizio di marzo. Le famiglie con bambini sono state quelle che hanno aderito con più rigore alle direttive fornite dai governatori degli Stati o dai sindaci. Molte di loro hanno creato delle Pods o “bubbles”, ossia dei nuclei famigliari estesi dove i genitori e i bambini possono stare insieme in un clima di semi-normalità. emergenza negli Stati Uniti

In Italia si sta facendo il possibile per tutelare i lavoratori e garantire l’istruzione, negli Stati Uniti com’è la situazione? 

Molte attività commerciali hanno chiuso oppure stanno soffrendo severe perdite di profitto. Tra i settori più colpiti troviamo quello legato ai voli e agli aeroporti. 

Le persone che hanno perso il lavoro hanno ricevuto un sussidio di circa $600 al mese, almeno fino a settembre. Inoltre, la Food Bank ha fornito cibo a molte famiglie e le mense scolastiche hanno continuato a dare da mangiare ai bambini per tutta la primavera, periodo in cui le scuole sono state completamente chiuse. emergenza negli Stati Uniti

Le società di servizi e le organizzazioni dedicate all’istruzione, come scuole e università, hanno permesso ai dipendenti di lavorare da casa. Quindi sono nati uffici entro le mura domestiche e, nel caso di presenza di bambini o ragazzi, anche delle vere e proprie aule scolastiche. Come si può immaginare, comunque, il carico psicologico sulle famiglie è stato e continua a essere enorme. 

Sono state attuate misure efficaci per evitare il fallimento delle piccole e medie imprese e l’incremento della disoccupazione? 

L’approccio a questo problema è stato diverso negli Stati Uniti rispetto all’Italia. In Texas, a esempio, non c’è mai stato un lockdown ufficiale, quindi le piccole e medie imprese hanno continuato a lavorare e le persone non hanno perso il posto di lavoro. Sicuramente l’efficacia di questo approccio per contenere il contagio è opinabile, ma ha indubbiamente permesso di evitare l’incremento della disoccupazione laddove i casi non erano numerosi.

Come si sono comportati nelle università allo scoppio della pandemia? Le lezioni e gli esami sono stati spostati online?

Dall’inizio della pandemia, che ufficialmente negli Stati Uniti è iniziata a marzo, tutte le lezioni e gli esami sono stati trasferiti online. In alcuni casi, sono stati introdotti esami orali tramite video conferenze. Con l’inizio del nuovo anno accademico 2020-21, alcuni corsi, nello specifico quelli del primo e dell’ultimo anno, sono stati ripensati in forma ibrida, la quale prevede lo svolgimento della lezione per metà in aula e per metà online. Questa necessità ha richiesto all’università l’investimento di una considerevole somma di denaro. Inoltre, in alcune università, come allo Stevens Institute of Technology, i sistemi di ventilazione sono stati controllati per verificare i flussi di aria negli ambienti chiusi e, in molti casi, sono stati ristrutturati per permettere un adeguato ricircolo d’aria.

In Italia per il rientro nelle aule il governo sta ancora valutando nuove opzioni per evitare un aumento dei casi tra i banchi. Negli Stati Uniti quali soluzioni sono state adottate per garantire una scuola/università sicura? Sono misure definitive o in evoluzione?

Le misure adottate sono state diverse in ogni Stato e città. A Austin, la scuola ha permesso alle famiglie di scegliere tra insegnamento online o in presenza. Sono stati forniti ai bambini tablet con tutte le applicazioni necessarie per le lezioni e le scuole hanno organizzato un calendario di corsi da seguire, da inglese a educazione fisica, sulla piattaforma Zoomemergenza negli Stati Uniti

Mia figlia, Sophia, di sette anni ha accettato subito la situazione e le piace la scuola online. Certo, le mancavano un po’ i compagni, così abbiamo organizzato una “Pod” con due famiglie con bambini della sua stessa età. I bambini si incontrano nel pomeriggio per giocare insieme per un paio d’ore e questo permette anche che si svaghino. Mi auguro che questa soluzione possa andare bene per tutto l’anno scolastico. 

Quanto vengono rispettate all’effettivo le norme anticontagio nelle scuole/università e tra i giovani in generale?

Nelle università ci sono dei protocolli molto rigidi, ma ognuna di esse sta gestendo in maniera indipendente la situazione. Allo Stevens Institute of Technology, per esempio, al momento solo i dottorandi e i ricercatori che devono usare il laboratorio e alcuni studenti al primo anno possono accedere al campus. Prima di entrarvi devono fare il test salivare e ripeterlo ogni settimana.

Nel quartiere dove vivo ho notato che molti ragazzi indossano la mascherina quando vanno anche semplicemente a passeggiare: si sono formati molti gruppi di varie età, da ragazzi delle medie a universitari, e anche molti gruppi di anziani che spesso si incontrano all’aperto. Grazie agli ampi spazi della zona è facile infatti rispettare il distanziamento sociale.

Quali sono le sue opinioni riguardo la situazione? Si sente soddisfatta dell’azione svolta dal governo per tutelare i cittadini?

La situazione, all’inizio, non è stata gestita bene soprattutto nell’area metropolitana di New York. Viaggiavo molto per lavoro e durante i miei viaggi, nei mesi di gennaio e febbraio, ho potuto osservare la crescita della tensione negli aeroporti e sugli aerei stessi. Se, infatti, a gennaio chi indossava la mascherina veniva considerato eccessivo, alla fine di febbraio gli aeroporti, in particolare quelli della East Coast, hanno cominciato a svuotarsi e a dimezzare il numero di passeggeri consentiti sui voli. 

Non c’è mai stato un vero e proprio lockdown come in Italia, ma sono state imposte delle restrizioni. A Austin credo che le autorità abbiano agito in maniera appropriata e soprattutto per tempo, chiudendo scuole, università e cancellando i grandi eventi. Così hanno potuto controllare i numeri dell’infezione. Inoltre, gli ampi spazi caratteristici delle zone residenziali hanno certamente aiutato nel mantenimento della distanza interpersonale. Il picco è stato raggiunto a metà luglio con 753 casi. In seguito la curva si è appiattita con una media di 30-70 casi al giorno, anche se al momento stanno risalendo. 

In alcune regioni degli Stati Uniti, poi, la presenza di disastri ambientali dovuti a incendi, come in California, e alluvioni, come in Florida e in Luisiana, ha sicuramente aggravato la situazione. 

Una difficile convivenza

Come il resto del Mondo, anche gli Stati Uniti stanno imparando a gestire questo nuovo e sconosciuto virus di cui si è tanto discusso e, seppure con modalità diverse, si stanno battendo affinché la situazione possa risolversi il prima possibile. Infatti, nonostante dei provvedimenti poco unitari, i governanti statunitensi hanno comunque cercato di contenere il contagio e di garantire ai cittadini il mantenimento di una sorta di quotidianità, evitando di danneggiare economia e salute pubblica. 

Come ci ha raccontato la professoressa Prigiobbe, sono state le famiglie in primis a prendere in mano la situazione e a progettare un piano di difesa. Hanno creato le “bubbles” per poter continuare a vivere in una specie di normalità, rispettando le distanze e tutelandosi a vicenda. 

Al momento, l’unica soluzione che i cittadini possono abbracciare è tentare di convivere con il virus, nell’attesa che i governi, insieme a medici ed esperti e alla collaborazione della popolazione, trovino una soluzione.

Sarà una difficile convivenza questa e ancora sembra lunghissima la strada per arrivare alla fine dell’emergenza, ma ognuno in ogni parte del Mondo sta lavorando affinché tutto possa risolversi. 

E, anche a distanza, l’intero Pianeta si è unito per fronteggiare e addomesticare questo virus, nella speranza che il traguardo venga presto tagliato. emergenza negli Stati Uniti

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