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When they See Us è una serie Netflix che documenta quello che è conosciuto come il “caso della jogger di Central Park” dal punto di vista dei cinque ragazzi che andarono a processo: Raymond Santana Jr, Kevin Richardson, Anton McCray, Yousef Salaam e Korey Wise. La notte del 19 Aprile 1989 la ventottenne Patricia Meili, durante la sua abituale corsa notturna, fu aggredita, violentata e portata in ospedale, ormai in fin di vita. Uno degli effetti post-traumatici della donna fu la perdita della memoria relativa all’episodio. I cinque minorenni, quattro afroamericani e un ispanico, vennero interrogati per ore e costretti, tramite violenza fisica e psicologica, in assenza di un avvocato, a firmare delle confessioni false. Exonerated Five: “They stop, search and arrest our souls” Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Il processo fu una farsa: il procuratore Linda Farestein non aveva prove, le dichiarazioni erano lacunose e il DNA trovato sui vestiti non coincideva. I ragazzi furono condannati dai 5 ai 15 anni per stupro, abuso sessuale e tentato omicidio. Korey Wise si era ritrovato in quella situazione perché aveva accompagnato l’amico Yousef, che era il sospettato, al commissariato: non solo era stato aggiunto alla lista dei sospettati solo perché nero, ma essendo sedicenne fu l’unico ad essere mandato direttamente in una prigione per adulti.

Nel 2002 Matias Reyes, che era stato condannato per un altro stupro, confessò la sua colpevolezza. Nel 2014 i cinque ottennero un risarcimento dalla città, senza però alcuna scusa.

“Potete vivere la vostra vita, la storia è stata raccontata” (Ava DuVernay)

Il titolo della serie sarebbe dovuto essere “Central Park Five”, ma la regista decise di cambiarlo, perché quella definizione era stata assegnata loro dalla stampa e dalla polizia a scopo denigratorio. L’obiettivo di Ava DuVernay è di raccontare la storia degli “Exonerated Five”, che è solo una delle tante, per spingere le persone a prendere consapevolezza e agire, cambiare le cose. L’impatto emotivo è fortissimo. Questi bambini sono costretti a crescere da un giorno all’altro, percependo l’odio del mondo che chiede per loro la pena di morte, condannati prima ancora della sentenza.

L’attore Michael K.Williams , cresciuto a NY in quegli anni, ricorda che il terrore di essere associato a loro lo aveva portato addirittura a cambiare modo di vestire. L’inferno comincia fuori, continua dietro le sbarre e non si arresta nemmeno dopo aver scontato la pena, il sistema si accanisce su di loro anche una volta liberi.

Non solo le vite dei cinque, ma anche quella delle loro famiglie è stata distrutta. La madre di Korey, sola, ha dedicato la sua vita alla lotta per la giustizia. La famiglia di Kevin non ha mai smesso di supportarlo, nonostante il costo economico ed emotivo. Antron ad oggi non ha ancora perdonato il padre che, convinto fosse la decisione migliore, lo aveva persuaso a firmare quella dichiarazione.

Ava DuVernay racconta le vicende individuali per mettere in evidenza quelli che sono i problemi di un sistema rotto. Angela Davis, nell’intervista rilasciata a Frank Barat nel 2014, sostiene che l’istituzione alimenti e riproduca la violenza, tanto che una persona rilasciata probabilmente sarà “peggio di prima”. Appoggiando la tesi abolizionista della “regina”, la regista propone di smantellare il sistema e ricostruirlo dalle basi, a partire dagli aspetti ideologici e mentali.

“Quello che ho imparato sul sistema di giustizia, è che questo è il nome sbagliato” (Joshua Jackson)

Ava DuVernay è laureata in Afroamerican studies e si è sempre interessata alle ingiustizie che riguardano il sistema carcerario. Gli “Exonerated Five” vengono puniti tutta la vita per un crimine che non hanno commesso solo perché neri, latini e poveri. I giovani o le loro famiglie non conoscono i propri diritti, non hanno mezzi né informazioni e l’interesse del procuratore sembra essere più quello di incastrarli, che di scovare la verità. Come succede quasi sempre viene loro proposto un accordo che appare vantaggioso rispetto alla previsione della pena massima. Nel documentario The Kalief Browder Story ritorna questo schema: Kalief rifiuta gli accordi, rischiando, passando 3 anni a Riker Island in attesa di un processo che non arriverà mai. Le accuse saranno ritirate, la sua innocenza provata, ma l’ormai ventiduenne arriverà, sfinito, a togliersi la vita.

Ne Il quarto processo Sean Ellis, incarcerato ingiustamente per 22 anni per l’omicidio di un poliziotto corrotto, denuncia il razzismo sistemico e la corruzione dell’apparato di polizia. Quello che colpisce è come venga criminalizzato anche durante il discorso di scuse e nonostante ciò continui a mantenere un atteggiamento dignitoso.

Negli Usa questa è quasi la prassi, tanto da sembrare inverosimile. Ava DuVernay in XIII emendamento riporta delle statistiche: gli uomini neri sono solo il 6,5% della popolazione, eppure rappresentano il 40,2% dei prigionieri. Il 97% dei condannati ha accettato accordi senza avere un processo. Chissà quante storie rimarranno nell’ombra. È evidente che un bianco ricco, pagando avvocati e cauzione, riesca a vivere libero e senza alcuna lettera scarlatta, anche se colpevole, mentre la presunzione di colpevolezza è riservata agli afroamericani neri, la cui unica colpa spesso è l’essere poveri. Per uno stesso crimine c’è poi una disparità di trattamento.

It is what it is because of what it was

Angela Davis, intervistata da Ava DuVernay, sottolinea come l’industria dell’incarcerazione sia un retaggio della schiavitù: il sistema si è solo riformato, adattandosi ai tempi. “We still in chains”, canta Usher. Si è passati alla Jim Crow per poi arrivare alla incarcerazione di massa che di fatto priva i poveri, principalmente afroamericani, di quei diritti che teoricamente sono stati loro riconosciuti. Gli ex carcerati non ottengono licenze, prestiti, contratti d’affitto, assicurazioni sulla vita, ma soprattutto non trovano lavoro e perdono il diritto di voto. Se sei condannato, vieni punito per sempre. La schiavitù è stata abolita “unless you are in prison” (Killer Mike, Reagan) e questo è esplicitato nella stessa Costituzione, che prevede eccezioni “as a punishment for crime”.

La criminalizzazione e le disparità razziali sono radicate nella storia americana: la schiavitù, le guerre alla droga, la legge dei 3 strike di Clinton, che prevedeva prigione a vita dopo tre condanne, le sentenze minime obbligatorie, la militarizzazione dei corpi di polizia e la retorica politica volta a far leva sulla paura delle comunità per favorire gli interessi economici delle aziende private, in particolare dei lobbisti membri dell’ALEC. Non si tratta di un caso isolato, ma di razzismo strutturale.

L’odio e il razzismo ci sono sempre stati, negli Usa come in Italia, ora però molti ricordano senza vergogna e con nostalgia quelli che Trump definisce “good old days”. In Prima che gridino le pietre Zanotelli riporta 14 casi di violenza commessi in Italia solo tra Luglio e Agosto 2020.

È sotto i riflettori, non è più possibile far finta di niente.

Anche l’’abuso di potere dei corpi di polizia ci riguarda da vicino, basti pensare a Stefano Cucchi o alla sentenza storica risalente a Gennaio 2021, che condanna per la prima volta un agente penitenziario, Pietro Licari, per le torture contro un detenuto, Antonio Colopi.

Spezzare le catene

Ava DuVernay sostiene che accettare i maltrattamenti, contro chiunque o in qualunque parte del mondo siano, equivale ad ammettere l’ingiustizia ovunque. La criminalizzazione e la de-umanizzazione vanno combattute con la cultura e l’informazione. Solo conoscendo a fondo il problema è possibile capire, trovare una soluzione, fare pressione, ribellarsi. Vedere questa serie è estenuante, l’interpretazione straziante di Jharrel Jerome colpisce al cuore. Raccontare o ascoltare è “doloroso, ma necessario” affinché le cose cambino, perché “non succeda ad altri” (Kevin Richardson).

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