Frozen e i suoi personaggi: riflessione su individualità e idolatria contemporanee

Sul nuovo blockbuster della Disney Frozen II – Il segreto di Arendelle si è già scritto tantissimo, nel bene e nel male, e sotto diversi aspetti (io stessa non potevo rinunciare a parlarne, benchè la mia visione sia parziale e palesemente encomiastica); tuttavia, al di là delle discussioni su canzoni orecchiabili e narrazione contemplativa, si avverte il dovere di sondare un altro versante interpretativo: perché non analizzare il film al di fuori del suo specifico linguaggio artistico, concentrandosi, invece, sull’impatto che quest’ultimo ha sulla psiche degli spettatori?

Media4tech di Claudio Palazzi

Ci sono determinate produzioni cinematografiche che hanno il potere, alla prima apparenza inspiegabile, di uscire dalle sale cinematografiche per proiettarsi nella vita vera, circondandola di slogan e oggettistica più o meno raffinata, in osservanza del contemporaneo e maniacale culto dell’immagine o di un fortunato marchio; la Disney non è estranea a questi “giochi commerciali” e, per aumentare i suoi già smisurati guadagni, punta da tempo anche su una crescente e massiva produzione di merchandising, strizzando l’occhio al successo (in verità non sempre meritato né scontato) dei suoi prestigiosi lungometraggi.

Tuttavia, con Frozen II (ma già con il primo capitolo dell’ormai celebre saga nordica) il meccanismo “successo e conseguente sfruttamento commerciale” non è così spietatamente consumistico e tantomeno arido e acriticamente imposto come potrebbe solitamente sembrare: il film, nonostante i premi mancati e i giudizi non sempre favorevoli della critica (Cara Giuria, che hai escluso questo capolavoro tra i nominati all’Oscar, preferendogli la storia di una mano mozzata, va tutto bene?) ha attualmente incassato oltre un miliardo e 400 milioni di dollari, rubando lo scettro al suo predecessore come film d’animazione con il più alto incasso della storia.

Un simile apprezzamento da parte del pubblico non può che celare un qualcosa di più profondo, superando la contagiosa suggestione di massa e un, seppur evidente, accattivante coinvolgimento estetico e grafico; esiste una chiave vincente che, ogni tanto, riesce ad aprire la porta del piano emozionale, suscitando una lettura esegetica di portata ben più ampia rispetto ad un discorso di carattere formale: ciò si rivela insolito soprattutto se si chiama in causa un lungometraggio d’animazione, dove è spesso di primaria importanza una resa tecnica ineccepibile, ai limiti della congruenza tra layout digitale e reale.

Quindi, cos’è che piace veramente di questo “universo Frozen” (risulta ormai difficile non dargli una specifica “etichetta”, disperdendolo tra i tanti classici Disney)?

Il vero punto di forza di questo incantato mondo scandinavo risiede nei personaggi: le protagoniste Anna ed Elsa appartengono ad un altro mondo, ad una dimensione fiabesca, eppure, con le loro azioni, con la loro forza interiore così attuale, sono in grado di sconfinare nella vita di tutti i giorni, favorendo un’immedesimazione che, talvolta, non si riesce ad instaurare nemmeno nei più sopraffini film romantici, con attori in carne ed ossa.

L’idea del cartone animato tradizionale si sgretola: Elsa e Anna, in tutta la loro verisimiglianza, prendono in mano le redini della storia, della loro esistenza, impongono non soltanto le loro figure piacevoli, con acconciature inconfondibili e abiti da sogno, ma, soprattutto, la propria indole, il proprio inequivocabile modo di essere; si perdono i confini tra realtà e fantastico e lo spettatore si immerge nei loro dubbi, nel loro viaggio alla ricerca della verità, che può sovrapporsi al proprio percorso esistenziale…

Ma mettiamo per un momento da parte le due sorelle, per parlare del personaggio forse più iconico che la Disney abbia mai realizzato: Olaf.

Questo irresistibile pupazzo di neve è dotato di una comicità travolgente, la quale non può essere ridotta né ai brevi e sporadici interventi di una macchietta, né assimilata a una ripetitiva e stereotipata performance da giullare di corte: la sua dolce simpatia buca lo schermo, è una presenza costante e imprescindibile lungo tutto il film, senza la quale la narrazione si perderebbe nei meandri del solipsismo e delle nebbiose riflessioni sul passato.

Benché più maturo rispetto al primo Frozen, Olaf è una figura rassicurante, che irrompe nelle scene con ottimismo ed ironia mai banali, e la genialità del suo personaggio è da ricercarsi semplicemente nella sua unicità: quanti sono i pupazzi di neve che, soprattutto durante il periodo natalizio, invadono case e negozi? Probabilmente centinaia di milioni… ma Olaf è impossibile da confondere, anche se gettato in una folla infinita di omini nevosi dal naso a carota.

I creatori di Olaf, in un’epifania geniale o dopo innumerevoli e difficoltosi tentativi, hanno realizzato quasi un dono per l’umanità contemporanea: questo prezioso esserino è, infatti, la dimostrazione che è possibile tirare fuori l’irripetibilità da un elemento figurativo anonimo quanto usurato, come può essere un qualsiasi pupazzo di neve; probabilmente, lo stesso Benjamin lo approverebbe a pieni voti per la sua “non riproducibilità”…

A livello iconografico, il panorama dell’animazione non può che essere grato per questo prodigio di sublime quanto rara ingenuità, risultato di un’immaginazione che punta alla rivisitazione del semplice e non alla creazione di un assurdo farraginoso, seppur molto originale.

Il valore poietico di Anna ed Elsa non diverge molto da quello di Olaf anzi, la loro espressività così veridica, dovuta al fatto che mettono in scena sentimenti molto vividi e umani, che fanno subito presa sull’animo di chi assiste alle loro avventure, le rende ancora più autentiche e tangibili.

Impossibile confondere queste due eroine con le tante altre principesse che popolano il mondo disneyano: queste ultime, il più delle volte, sono alle prese con remote storie d’amore, dalla struttura generalmente classica; nonostante il piacevole romanticismo che vi si respira, lo schema dell’attesa del “principe azzurro”, fino all’agognato lieto fine tra matrimoni e tassative presentazioni di coppia, risulta difficile da scardinare.

La storia tra Anna e Kristoff è un esempio evidente di questa inversione di tendenza: la disinvolta principessa dai capelli rossi, incapace di star ferma e pronta a tutto pur di aiutare la sorella maggiore, non ha tempo per soffermarsi a pensare ai sentimenti dell’amato, al punto che sarà proprio quest’ultimo a doversi crogiolare nell’attesa, prima di trovare il momento giusto per dichiararsi.

E, anche a fidanzamento avvenuto, non c’è traccia di matrimonio: a fine pellicola, Anna fa la sua entrata trionfale, in qualità di nuova regina di Arendelle, da sola, con il fidanzato tutto elegante ma, ancora una volta, relegato tra gli astanti ad aspettare.

Con Elsa, la situazione si fa ancora più atipica: di uomini nemmeno l’ombra, né vi si fa mai riferimento; il suo è un puro iter psicologico, che soltanto la sorellina, a tratti, è in grado di comprendere.

L’integerrima regina dalla bionda treccia trascina chiunque, senza sforzi, nella ricerca di se stessa, immergendolo in una complicata interiorità, che non è nient’altro che la precarietà esistenziale di ogni essere umano; ma ciò non va tacciato di mero individualismo, perché, dietro il voler scoprire la verità a tutti i costi, si cela un’edificante lezione di autostima, di fiera e inimitabile individualità: un patrimonio personale di aspirazioni e di ideali da difendere a tutti i costi.

Occorre credere nel proprio percorso ontologico, nelle proprie capacità di riuscire nell’impresa più ardua, la vita medesima…

Ecco che le riflessioni di ognuno di noi si sovrappongono a quelle di Anna ed Elsa: viene voglia di viaggiare con loro nella foresta invasa dalla nebbia, si avverte il desiderio di cantare le loro canzoni, di fronteggiare le difficoltà con il loro stesso spirito combattivo, di piangere, perché forse le cose potrebbero cambiare, perché l’oscurità ha inghiottito la luce.

Ed è proprio nel momento di buio totale che traspare il coraggio, l’anelito a fare “ciò che è giusto”: in questo senso, Anna mostra tutta la sua genuina concretezza, in quanto compie la scelta determinante per riportare la pace tra i popoli, nonché l’equilibrio narrativo nel film; in confronto, la sua determinazione rischia di rendere il personaggio di Elsa ancora più astratto, evanescente.

Ma ciò è solo errata apparenza: in qualità di quinto spirito, Elsa ha ristabilito un contatto primigenio e indissolubile con la natura, un connubio con la Madre Terra e tutti i suoi elementi; si tratta di una tematica tremendamente attuale, poiché, nell’allarmante crisi climatica che stiamo vivendo, tutta l’umanità ha il dovere di ripristinare quel rapporto simbiotico con la natura, da troppi decenni inquinato e sbiadito.

Elsa, nella sua nuova sfolgorante veste, emblema di un ritrovato equilibrio interiore, in sella al bellissimo leggendario cavallo Nokk, ci insegna, a dispetto di una solitudine soltanto di facciata, a comunicare con il creato, nello scopo comune del rispetto e della conservazione della vita.

A questo punto, Anna ed Elsa, avendo espresso le loro pregiate individualità le quali, ribadisco, non trasudano presunzione ma sono un inno a credere nelle proprie potenzialità, innescano quel passaggio fondamentale che trasforma l’immedesimazione in uno spassionato culto del personaggio, spingendolo fino ai limiti dell’idolatria: in una società dove tutto scorre troppo in fretta e la cultura si parcellizza negli oceani sconfinati del web e dei social media, alcune immagini, alcune figure artistiche più o meno fantasiose si impongono, vincendo sulle ossessive ripetizioni che rischiano di declassarle a moda effimera.

Frozen e i suoi personaggi cavalcano spontaneamente e senza ritegno le mode e il fatturato. Tuttavia, la loro elezione a idoli contemporanei li protegge dall’oblio e dall’astrazione: l’idolatria, vestita d’immortalità, assurge a privilegiata fonte d’ispirazione e ognuno di noi può beneficiarne, creandosi i propri eroi imbattibili e stupendi, empatici e vicini al proprio Sé; perché gli idoli, per quanto possano provenire da reconditi mondi astratti, hanno il dono di dispensare forza e benessere nella quotidianità, come tanti istanti di luce che illuminano il grigiore dell’immanenza.

Frozen e i suoi personaggi: riflessione su individualità e idolatria contemporanee

 

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