Frozen II: un sorprendente incontro tra letteratura e cinema

Il cinema, per le sue caratteristiche tecniche, è un’esperienza immersiva, capace di coinvolgere tutti gli aspetti sensoriali dell’individuo, fino alla totale immedesimazione nel contesto e nella storia narrati dal film; tuttavia, non tutte le produzioni cinematografiche sono in grado di suscitare un simile coinvolgimento su più fronti, in particolare oggigiorno, nell’epoca della fascinazione visiva ad opera di avveniristici effetti speciali.

Ma possono coesistere la perfezione formale con un contenuto incentrato sulla ricerca ontologica, il miracolo della computer grafica con una narrazione dalla sopraffina valenza semantica, in un lungometraggio d’animazione (un sequel, tra l’altro)?

In Frozen II – Il segreto di Arendelle viene messo in scena un vero e proprio “romanzo di formazione”: un percorso conoscitivo, la cui profondità è tale da richiamare sottese istanze letterarie, poiché il fare artistico, così assetato e desideroso di affacciarsi sul grande schermo, si spinge ben oltre i canoni di un’affascinante fiaba, sconfinando nel più recondito e spettacolare incedere mitopoietico.

Definire Frozen II un “capolavoro” è riduttivo, poiché la stessa Disney ha partorito, nel corso dei decenni, numerose produzioni non solo di successo, ma anche molto ben fatte, ognuna con un suo messaggio edificante da diffondere ad un pubblico sempre più trasversale.

Con questo secondo capitolo, proposto a distanza di sei anni dal primo, il quale, già di per sé, evoca un’atmosfera favolistica tradizionale, magica, ma anche innovativa, soprattutto se si guarda al ruolo identitario dei personaggi (distanziandosi nettamente da una copiosa animazione contemporanea, spesso ancorata ad un’ironia fin troppo immediata e soffocante, seppur arguta), si porta a compimento l’estrinsecazione di un’ulteriorità tangibile: il destino individuale si palesa, diventa realizzabile soltanto per mezzo di una complessa analisi interiore, che coinvolge necessariamente tutte le componenti del film.

Il viaggio gnoseologico, all’insegna della riflessione su se stessi e sul proprio passato, trova, fin da subito, il suo habitat ideale tra i fiordi norvegesi, nell’immaginario regno di Arendelle; ma, questa volta, non basta più restare confinati tra le sue mura, o rinchiusi nel castello di ghiaccio sulla Montagna del Nord, immersi nella nevicata abbondante di un inverno perenne…

Non a caso, la stagione scelta per ambientare le nuove vicende di Anna ed Elsa è l’autunno: esso, infatti, esemplifica al meglio l’idea di incertezza, di cambiamento, poiché i vivaci colori autunnali, emblema di transitorietà, si legano al turbamento generato da un clima sempre più grigio; nello specifico, la nebbia che avvolge la foresta incantata, nemesi del disappunto della natura e degli spiriti nei confronti della “finta pace” tra il popolo di Arendelle e i Nortuldri, si rivela perturbante, ideale per una narrazione dal ritmo pressoché “onirico”.

In virtù dell’avanzare metafisico, quasi sospeso, della vicenda, la natura non può che esserne la regista principale: la voce, che Elsa avverte fin dall’inizio del film, il richiamo che la regina di Arendelle non è in grado di ignorare, conduce, senza alternative, a comunicare con il mondo naturale e a coglierne i significati più oscuri, a prima vista indecifrabili, ma rivelatori di un rapporto indissolubile tra tutti gli elementi della Terra; esiste un collegamento ineluttabile tra il mondo che ci circonda e la storia umana, la quale, a sua volta, racchiude il percorso materiale e spirituale di ogni popolo, fino ad arrivare al perché dell’esistenza di ogni individuo.

Ed è a questo punto che entra in gioco, in modo incredibilmente naturale, la “foresta di simboli”, la quale, a mio avviso, non è mai stata così ben rappresentata in sede cinematografica, senza scadere nell’eccesso di misticismo tipico del fantasy: il sonetto di Baudelaire sembra uscire dal libro e prendere sembianze “visibili”, che i personaggi hanno l’arduo compito di imparare a decodificare, durante questo viaggio che mette in discussione non solo la storia di due popolazioni, ma soprattutto l’identità dei singoli.

Una garbata mistura di componenti naturalistiche, capace di destare poliedriche percezioni, attraversa l’intero film: dal timido vento Zefiro, al fuoco veicolato dalla piccola e diffidente lucertola, fino alla “miniera semasiologica” Atohallan, il fiume le cui acque “hanno memoria” (è sorprendente che questa definizione venga pronunciata da Olaf, pupazzo di neve ormai più maturo, più saggio, ma sempre capace di spezzare la tensione con la sua iconica simpatia, mai inappropriata…), la chiave per trovare tutte le risposte a domande collettive e individuali al tempo stesso.

Siamo giunti all’apice della progressione narrativa e l’emozione esplode quando Elsa, ormai capace di dominare le acque, seguendo la voce e quindi il suo istinto, si imbatte nella scoperta della verità: la colonna sonora, composta dai coniugi Lopez e da Christophe Beck, concorre ad aumentare a dismisura il pathos della scena (il brano Show Yourself è un brivido ininterrotto…), coadiuvato da un gioco di masse di ghiaccio luminescenti, a dir poco spettacolari.

Il destino si sta compiendo: la regina di Arendelle (prossima ad abdicare in favore della sorella) subisce un’autentica metamorfosi, riconoscendosi quale anello di congiunzione tra gli spiriti della natura che vegliano sui Nortuldri e il suo regno; è al corrente dell’inganno commesso da suo nonno, ma ciò non è ancora sufficiente, poiché la verità ha bisogno di essere divulgata, prima che sia troppo tardi…

E, come in un’unione simbiotica e perfettamente sincronizzata, entra in gioco la sorella Anna, la quale, dall’oscurità di una caverna, trova il coraggio per non arrendersi e raggiungere la via d’uscita, la luce che dona forza e consapevolezza: con l’aiuto dei giganti di roccia e del suo amato Kristoff, la diga della discordia della separazione tra i due popoli viene distrutta e la nebbia, che ha stretto nella sua algida morsa la foresta per oltre trent’anni, si dissolve, cedendo il posto ad un cielo limpido, emblema di un presente e di un futuro finalmente scevri di dubbi e segreti.

Il film si avvicina al finale, la celebre fiaba di Andersen è stata rimaneggiata, si è arricchita ed evoluta, fino ad esplodere in un vero e proprio racconto epico: un “poema su pellicola” carico di momenti mozzafiato e, soprattutto, focalizzato su due ragazze carismatiche, che fanno affondare definitivamente la centralità del “principe azzurro” come soggetto attivo e fine imprescindibile della narrazione fiabesca, ridisegnandone i canoni e i ruoli dei personaggi.

Il cinema è una forma d’arte robusta, a sé stante, ma, al di là dell’adattamento cinematografico di un’opera letteraria, con Frozen II la letteratura, con i suoi tempi narrativi e la sua impareggiabile cifra stilistica, si è impadronita del lungometraggio; si è venuto a creare un connubio artistico che ha permesso alla storia stessa, con tutta la sua “letterarietà”, di colorarsi e di uscire dalla staticità della carta stampata, moltiplicando empatia e stupore spettatoriali.

Cinema e letteratura si sono incontrati in modo insolito e si sono uniti, senza che l’uno prevalesse sull’altra, in una equilibrata equazione di spettacolarità cinematografica ed incedere riflessivo, per poi proiettarsi nella vita; perché l’arte ha il dovere di imporsi nel reale, con il suo bagaglio di emozioni libere e trascendenti.

Ed Elsa, con tutto il suo carisma idealizzante, rende concreto questo concetto: completato il percorso di accettazione del sé e della propria diversità, considerata un dono e non più una condanna, la regina vergine, semplicemente sicura del suo essere al mondo, galoppa lungo il fiordo, sul suo destriero di ghiaccio, scavalcando con fiera indipendenza l’abusata femminilità e il degenere femminismo… verso un fulgido orizzonte che promette infinito e speranza.

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