Un caso, tre indagini parallele e zero risposte. Mentre oltretevere si riscopre il fascino del silenzio claustrale, a Palazzo San Macuto si gioca alle poltrone musicali e a Piazzale Clodio si interrogano i ricordi d’infanzia. Benvenuti nel perfetto “gioco dell’oca” della giustizia italiana, dove si riparte si indaga e non si risolve nulla.

In Vaticano la transizione ecologica funziona benissimo: sono anni che si ricicla la stessa identica risposta. Dopo aver promesso nel 2023 una storica “operazione trasparenza”, il promotore di Giustizia Alessandro Diddi ha riscoperto il fascino della clausura investigativa. “La verità non è più raggiungibile”, ha detto in modo serafico. Ed è calato il sipario: per la Santa Sede la pratica è archiviata. Insomma, la verità vi renderà liberi, ma un bel silenzio sul caso vi rende decisamente più tranquilli.

Nel frattempo, la politica italiana ha risposto con il suo strumento preferito: la Commissione d’inchiesta, il luogo geometrico dove le grandi domande si misurano in base ai gettoni di presenze. Nata sotto i migliori auspici per fare luce sui depistaggi e sui misteri internazionali del 1983, la Commissione si è trasformata in un reality show parlamentare. Lo scossone che ha visto il Senatore Andrea De Priamo cedere lo scettro della presidenza al deputato Fabio Roscani ha garantito il perfetto congelamento dei lavori. Tra veti incrociati, audizioni lunghissime incentrate sul nulla cosmico e lo spettro di una relazione finale che si preannuncia utile come un condizionatore al Polo Nord, l’unico mistero che il Parlamento sembra in grado di risolvere è come spendere i fondi pubblici senza produrre un solo nome.

Se il Vaticano tace e il Parlamento dorme, la Procura di Roma a Piazzale Clodio decide di stupire tutti con effetti speciali. Qual è la strategia per risolvere uno dei gialli più intricato della Repubblica? Semplice: mettere un blogger sconosciuto nel registro degli indagati così da prolungare la caccia ai compagni di scuola di musica di Emanuela Orlandi, dei quindicenni spaventati all’epoca come i loro genitori. L’iscrizione nel registro degli indagati di Laura Casagrande, accusata di “false informazioni”, è il capolavoro della caccia alle streghe anagrafica. Andare a caccia di contraddizioni nei ricordi sbiaditi di chi all’epoca aveva i brufoli e ascoltava i Duran Duran dev’essere sembrata una mossa decisamente più comoda che andare a bussare ai palazzi del potere. Nel dubbio, la Procura gira a vuoto sulla stessa giostra, accumulando quintali di carta intestata che faranno la felicità degli archivisti.

Mentre apparati istituzionali nuotano in acque tranquille, il vero vincitore di questa farsa a tre teste è il tempo. La strategia del triplo stallo istituzionale è lampante: aspettare che la biologia faccia il suo corso, portandosi via gli ultimi testimoni, gli ultimi colpevoli e, possibilmente, anche gli ultimi giornalisti curiosi. Se la magistratura insegue i fantasmi dell’adolescenza, se i parlamentari si contendono le poltrone e il Vaticano si affida al segreto pontificio, l’unica certezza è che il caso Orlandi rimarrà per sempre un perfetto mistero italiano. Un altro. L’ennesimo. 

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Mario Barbato
Mario Barbato è un blogger d'inchiesta e ricercatore indipendente specializzato nella cronaca nera italiana, nei grandi misteri irrisolti e nell'analisi dei depistaggi storico-giudiziari. Attraverso il suo lavoro digitale, si è distinto per la capacità di riaprire freddi casi di cronaca (cold cases), offrendo nuove chiavi di lettura basate sullo studio rigoroso delle fonti dirette. Barbato applica un approccio analitico, documentale e privo di sensazionalismi. Il suo stile comunicativo, diretto e orientato ai fatti, mira a coinvolgere il lettore nel processo investigativo, trasformando la complessa mole dei documenti legali in narrazioni accessibili, logiche e dettagliate. È una voce autorevole e attiva all'interno dei principali forum e community di discussione sui gialli italiani.

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