Per quasi quindici anni Roma è stata la capitale europea del fallimento annunciato. Poi qualcosa si è mosso: cantieri che chiudono, un Anno Santo attraversato senza le catastrofi previste da tutti, nuove stazioni della metro C. Il Giubileo è stato gestito meglio di quanto si temesse, diverse opere sono state consegnate e la città ha mostrato una faccia più ordinata di quanto ci si aspettasse. Questa valutazione porta a riflettere sul fatto che dai tempi di Walter Veltroni nessun sindaco ha restituito ai romani una simile impressione di macchina che funziona.

Proprio per questo il giudizio finale risulta severo. La ricostruzione ha avuto una geografia precisa, e quella geografia coincide con una linea di reddito: un sindaco efficace al centro e distratto nei quartieri che aspettano da vent’anni. Il risultato è un divario più largo dentro la società romana, e allargare quel divario resta un gesto eticamente deplorevole, politicamente pericoloso ed economicamente sconsiderato, perché una città che deprime i quartieri dove vive la maggioranza dei propri abitanti finisce per impoverire anche sé stessa.

Una simile impostazione può convivere con una certa cultura di destra, che nella disuguaglianza vede un esito fisiologico del mercato. Con il pensiero di sinistra risulta invece incompatibile alla radice, e chi la pratica dovrebbe avere l’onestà intellettuale di dichiararlo apertamente, rinunciando a un’etichetta che i propri atti amministrativi smentiscono. È l’atteggiamento classico di chi si professa progressista per abitudine sociale, mentre esercita un pensiero fatto di individualismo, ostentazione della ricchezza e adesione tacita alla deriva del capitalismo che allarga la forbice tra le classi. In due parole: il radical chic.

Il bilancio che regge il confronto

Gualtieri arrivò in Campidoglio nell’autunno del 2021 vincendo il ballottaggio contro l’impresentabile Enrico Michetti (quello ossessionato dai gladiatori romani). Cinque anni dopo è piuttosto diffusa l’idea che i una buona parte dei cittadini romani si vedono soddisfatti e pensano ad una eventuale riconferma. I numeri raccontano un’amministrazione solida: 5,7 miliardi di spesa corrente per il 2026, di cui 1,5 miliardi per scuola e politiche sociali, oltre a circa 74,8 milioni per le manutenzioni straordinarie delle linee metropolitane. Il centrodestra, a un anno dal voto, cerca ancora un nome credibile.

L’opposizione insiste però su un punto che merita attenzione: strade non spazzate, marciapiedi divelti, alberi non curati. Anche dentro la maggioranza, all’approvazione del bilancio, si è lamentata un’attenzione insufficiente alle periferie.

La geografia dei valori

Il mercato immobiliare è il termometro più onesto di una città. Nel giugno 2026 il prezzo richiesto per gli immobili in vendita a Roma toccava gli 8.740 euro al metro quadro nel Centro Storico, contro i 1.929 euro della zona Lunghezza-Castelverde. Secondo Idealista, già nel terzo trimestre 2025 le aree centrali e semicentrali mantenevano quotazioni elevate, mentre le zone periferiche o meno servite mostravano segnali di debolezza. Gli operatori parlano apertamente di polarizzazione dei valori e rialzo selettivo, con il centro storico e le zone di pregio destinati ad apprezzarsi ulteriormente.

Tradotto: chi possedeva un immobile in una zona già cara si è arricchito grazie alla spesa pubblica; chi vive dove quella spesa non è arrivata ha visto il proprio unico patrimonio perdere terreno.

Conca d’Oro, il caso di scuola

Stazione metro B1 Conca d’Oro

La stazione Conca d’Oro della metro B1 è stata aperta il 13 giugno 2012 con una grande piazza su tre livelli. Doveva essere il motore della rinascita di un quartiere promettente. È diventata il monumento all’incompiuto.

Stazione metro B1 Conca d’Oro

Il piccolo centro commerciale interno attende da più di dodici anni l’apertura: quel che ne resta è un insieme di gallerie spettrali, con stanzoni vuoti dietro vetrate e paratie. Le condizioni strutturali sono ammesse dall’azienda di trasporto: nel 2025 Atac ha affidato la progettazione esecutiva per la riqualificazione di tettoie, prospetti e pavimenti esterni delle stazioni Sant’Agnese/Annibaliano e Conca d’Oro, in continuità con un accordo quadro del 2022 reso necessario da un livello di degrado tale da richiedere una riprogettazione degli spazi.

Chi la usa ogni giorno racconta il resto, e sono segnalazioni che nessuna delibera ha finora smentito. Le uscite vengono chiuse a rotazione fino a lasciarne una sola operativa. Sulla banchina in direzione Laurentina l’attesa oscilla tra i dieci e i venti minuti, senza che alcun tabellone indichi l’arrivo del convoglio. Una petizione per il miglioramento del servizio sulla B1, sottoscritta da circa 9.500 cittadini, giace da tempo senza risposta (https://c.org/MnKspLYB7d).

Conca d’Oro

Fuori dalla stazione il quadro peggiora: transenne divelte lungo il perimetro del parco, vegetazione che riprende possesso dei marciapiedi, sporcizia diffusa. Il ponte delle Valli, unico vero collegamento verso il centro per chi si muove a piedi o in bicicletta, resta un attraversamento pericoloso in mezzo al traffico e ormai il simbolo più eloquente di questo abbandono.

Ponte delle Valli
Ponte delle Valli
Ponte delle Valli
Metro Conca d’Oro

L’ombra lunga del radical chic

L’espressione nacque a New York nel 1970, quando Tom Wolfe raccontò il ricevimento organizzato da Leonard Bernstein per le Pantere Nere nel suo appartamento di Park Avenue. Descriveva una borghesia colta che adotta la causa degli ultimi come ornamento del proprio salotto. Cinquantasei anni dopo, quella categoria spiega bene una parte della sinistra romana.

Il quadrilatero che va dal centro storico ai quartieri semicentrali di pregio è oggi il cuore elettorale, culturale e immobiliare del progressismo capitolino. Lì si concentrano le pedonalizzazioni riuscite, i restauri, il verde curato, gli eventi. Lì abita la classe che conta, e che dalla riqualificazione ha ricavato un guadagno patrimoniale misurabile. Il termine classe torna con la sua durezza originaria, perché descrive una divisione materiale prima ancora che culturale.

Il paradosso è politico. Una sinistra che amministra benissimo i quartieri dei propri elettori benestanti e lascia sedimentare l’abbandono altrove pratica, nei fatti, una redistribuzione al contrario. Gli ideali restano progressisti nel lessico, mentre gli effetti risultano conservatori nella sostanza. È la traduzione urbana di ciò che il capitalismo globale ha prodotto ovunque: ricchezza sempre più concentrata, margini sempre più larghi. Parigi ha la sua banlieue, Londra i suoi borough orientali, Milano il suo anello oltre la circonvallazione.

Il rischio non è estetico. Quando la forbice diventa incolmabile, chi resta fuori smette di votare oppure vota contro, e la sfiducia si trasforma rapidamente in risentimento organizzato: le periferie romane hanno già premiato, in passato, chi prometteva rottura pura.

Un anno per decidere

Gualtieri si presenta al 2027 con un mandato più solido di quanto molti prevedessero e senza avversari definiti. Ha dodici mesi per correggere la traiettoria: servono marciapiedi, illuminazione, tabelloni funzionanti, un ponte sicuro.

Resta una domanda che vale per Roma come per il resto del mondo. Se l’alternativa è concentrare tutte le risorse su pochi quartieri lasciando gli altri all’abbandono, forse sarebbe più giusto fare un po’ meno dove si è già fatto molto. La misura di una città civile si prende ai suoi bordi.

Stazione metro B1 Conca d’Oro
Stazione metro B1 Conca d’Oro
Stazione metro B1 Conca d’Oro
Stazione metro B1 Conca d’Oro

Ponte delle Valli
Ponte delle Valli

1 commento

  1. Ottimo articolo. Descrizione molto lucida e dettagliata di una realtà di Roma.
    Grazie Dr Palazzi.

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