Quandiu stat Colysaeus stat Roma; quando cadet Colysaeus cadet Roma et mundus”, ossia “Fin quando esisterà il Colosseo esisterà Roma; quando cadrà il Colosseo cadrà Roma e tutto il mondo”. Cosi sentenziava il venerabile Beda nel VIII secolo e dai primi anni in cui vide la luce con Vespasiano (69-79 d.C.) sino ad oggi con i suoi quasi 50 metri di altezza e 100.000 metri cubi di travertino, il Colosseo si erge sull’Urbe. È l’emblema intramontabile della città eterna, fiore all’occhiello del ricordo della Roma Imperiale. Oggi lo troviamo tra i souvenir, stampato su sacche e t-shirt per turisti, di fianco all’armatura da gladiatore di plastica Made in China, ma la sua storia è fatta di sangue, spade, ruggiti di fiere spaventose e battaglie navali. Questi avvenimenti passarono nel dimenticatoio quando la funzione circense dell’Anfiteatro venne meno con l’imperatore Teodorico nel 523. Nel 1744 papa Benedetto XIV lo consacrò con una Croce e 14 edicole per le stazioni della Via Crucis, ponendo fine alle spoliazioni e al depauperamento a cui era stato condannato secoli prima.

La storia del Colosseo rappresenta il filo rosso del suolo capitolino. Palazzi e monumenti abbandonati, occupati, distrutti e riscoperti, intrecciati nei secoli in un dedalo di strade, vicoli e piazze, legati indissolubilmente alla sua fauna umana, variegata e soggetta a mutamento almeno quanto la città stessa.

Attraversando rioni, municipi e quartieri si possono scoprire storie di tradizioni e realtà più disparate che sono state forzatamente intrecciate, talvolta riuscendo in un armonioso quadro d’insieme, altre volte, meno fortunate, condannando intere aree a perire inesorabilmente. Tuttavia questa dicotomia si rivela meno polarizzata di quello che può sembrare, la convivenza, armonica o meno, è la caratteristica della topografia romana più marcatamente visibile.

Ai piedi del Palatino oggi si può ammirare la culla della civiltà romana. Il Foro Romano, I Fori imperiali di Cesare, Augusto, Nerva e Traiano con i suoi Mercati e poco distante si erge imponente il Colosseo. Nei secoli queste aree sono state gravemente in pericolo. Resistenti alla storia, ma non alla presunzione umana.

Nonostante la decadenza, queste aree non furono mai del tutto abbandonate. La vitalità è messa in luce dagli scavi archeologici che dal 1998 sono ancora in corso. Strati di crollo databili tra il VI e VII secolo, resti di case aristocratiche risalenti al IX e X secolo, tra le rarissime tracce di edilizia carolingia a Roma.

Il primo progetto di riorganizzazione moderna risale al cardinale Michele Bonelli, detto l’Alessandrino, intorno al 1570, questi bonificò l’area, resa paludosa dalla messa fuori uso del sistema fognario romano (chiamata popolarmente “I Pantani”) e la rese edificabile tracciandovi una strada che da lui prese il nome, l’Alessandrina per l’appunto. Corrispondente all’attuale zona bassa del rione Monti, il quartiere Alessandrino era ricco di vita e memoria storica, dove il tessuto urbano dell’antica Roma faceva da sfondo per quello umano rinascimentale (L’osteria alle Colonnacce, rappresentata da un’incisone di Luigi Rossini si ergeva sui resti del tempio di Minerva).

Dopo l’unità d’Italia realizzare una rete stradale più funzionale divenne impellente, ma con il progetto del Vittoriano, ai primi del 900, l’attenzione si spostò verso Piazza Venezia, abbattendo i monumenti medioevali che si ergevano in quell’area. Su questa linea di pensiero Mussolini inflisse il colpo di grazia deliberando nel 1926: la demolizione completa di tutto ciò che era stato costruito nella zona dei Fori, tra piazza Venezia e via Cavour, in nome di ambizioni funzionali ed esaltazione retorica della Roma Imperiale. Approvata nel ’31 e conclusasi in un solo anno, la demolizione diede i natali a Via dell’Impero, oggi via Dei Fori Imperiali. A pagare il prezzo furono le circa 4000 persone che abitavano su quei terreni e trasferite in borgate cosiddette “provvisorie”. Questi luoghi allora sperduti in mezzo alla campagna (Val Melaina, Tormarancia, Primavalle, Gordiani, Pietralata, San Basilio, Prenestino, Tiburtino) sono oggi quartieri periferici, ghettizzati dalla mancanza di infrastrutture e trasporti. Oltre i 300.000 metri cubi di resti romani che furono usati per colmare “le bassure già malariche della via Ostiense”. 

Occorre aspettare fino 1988 per una vasta campagna di scavi sistematici, ipotizzando persino di rimuovere la strada per riportare alla luce le rovine ormai quasi perdute. Anche se aperta al transito per decenni varie amministrazioni hanno cercato di ridare a questa strada e al sito archeologico circostante il giusto valore, rendendola pedonale nei giorni festivi (Petroselli, ’79-’81) e vietandone il transito ai mezzi privati (Marino, 2013). Ci si può chiedere se basti, come se dopo aver buttato giù il Colosseo, lo si potesse ricostruire. Il danno a quell’area storica è irreparabile, imperdonabile, portavoce di epoca in cui la superbia umana ha toccato le cime più alte. La smania della pianificazione e della devastazione in nome di un nuovo ordine, di un nuovo volto, con la sua furibonda marcia, ha travolto tutto e tutti.

La viabilità e l’assetto urbanistico della città di Roma sono un problema che viene tramandato attraverso ogni amministrazione. A partire dall’unificazione si sono alternati a periodi di “febbre edilizia” quelli di crisi, durante le impennate edilizie nel suburbio si modificavano i confini periferici in modo disordinato, irregolare. Nel 1909 con il Piano Regolatore Bonfiglietti il sogno capitolino di un tessuto organizzato e rispettoso delle proporzioni tra costruito e aree verdi sembrò potesse realizzarsi. Il Piano, attraverso l’attività di controllo della Commissione Edilizia, prevedeva una canonizzazione precisa dei fabbricati edilizi e il lotto dei finanzieri Cerruti fu tra i primi a sorgere secondo questo criterio.

L’estro artistico dell’architetto Gino Coppedè, affiliato dei Cerruti, fu continuamente limitato dall’intransigenza della Commissione e comunque non abbastanza apprezzato dalla cultura romana tanto legato all’opulenza architettonica del passato. Legame tanto forte che vincolò Coppedè ad uno sviluppo stilistico echeggiante la classicità romana. Dopo i primi rifiuti, nel 1918 l’assessore Galassi deliberò per la concessione edilizia riguardante il lotto di via Po, concessione vincolata alla sovraintendenza della Commissione Edilizia nella scelta ultima progettuale ed esecutiva riguardante ogni singolo edificio. Costruito su un territorio di forma rettangolare il complesso urbano firmato Coppedè risulta molto originale e pittoresco sia per le evoluzioni delle forme nei villini, sia per il suo complesso movimento architettonico nelle porzioni di forma triangolare dei palazzi degli ambasciatori divisi a terra dalla via d’accesso al quartiere e riuniti in alto dall’arco sovrastante la via stessa.

L’orientamento commerciale per la vendita degli appartamenti è indirizzato verso quel ceto borghese medio-alto che sempre più prepotentemente costituiva l’ambiente romano, fervente di funzionari amministrativi e finanzieri italiani e stranieri. L’ultimo edificio è stato ultimato nel ’27, quasi dieci anni dopo l’approvazione, la Commissione Edilizia prima nell’approvazione e poi nello svolgimento ha ostacolato il lavoro di Coppedè in nome del rispetto del Piano Regolatore e del gusto classicheggiante, spendendo molte attenzioni per un lotto comunque limitato. Nuovi quartieri e una rete stradale di grande respiro spingevano Roma verso quella regolamentazione tanto desiderata, ma non destinata a durare. Dopo soli otto anni dal regolamento del 1912 (che seguì quello del 1909, proseguendone il criterio), con il nuovo regolamento del 1920 redatto sotto la pressione dei proprietari delle aree edificabili, che pretendevano di poter realizzare edifici di maggiori dimensioni, si permetterà di sostituire ai villini e ai fabbricati le palazzine, aprendo il vaso di pandora. Un nuovo tipo edilizio di natura intensiva che nei decenni successivi diventerà la forma più diffusa e disordinata della crescita urbana capitolina.

 

 

 

Giulia Lembo

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