How to Get Away with MurderBlack Lives Matter

How to Get Away with Murder, in Italia meglio conosciuta con il titolo di “Le regole del delitto perfetto”, è una serie televisiva USA di genere thriller giudiziario ideata da Peter Nowalk e prodotta da Shonda Rhimes, già produttrice di “Grey’s Anatomy” e “Scandal”. È stata trasmessa per la prima volta in Italia sul canale satellitare Fox, poi in chiaro su Rai2 a partire dal luglio 2016, si compone di 6 stagioni per un totale di 90 episodi.

Molti sono i temi trattati in tale serie, tipici della società contemporanea partendo dall’amore omosessuale, dagli abusi su minori, censura, corruzione politica, esclusione ma è soprattutto nella quarta stagione che Peter Nowalk concentra la sua attenzione su un tema molto attuale e controverso vale a dire la disuguaglianza sociale e la discriminazione razziale, è di qui che emerge un eccezionale collegamento con gli episodi verificatisi negli Stati Uniti e che hanno dato il via a una serie di proteste e manifestazioni al grido di “Black Lives Matters”. Ma qual è la connessione “How to Get Away with Murder” e “Black Lives Matter”?.

La serie

“Le regole del delitto perfetto” segue le vicende di un brillante avvocato penalista di Philadelphia, Annalise Keating, nonché docente di diritto penale presso la Middleton Univeristy. Il suo grande successo è dovuto al fatto di non essersi mai fermata davanti a nulla per difendere i suoi assistiti nel bene e nel male.

Nel primo giorno di corso universitario, la Keating, individua 5 studenti che andranno a formare i “Keating Five” e che la assisteranno nelle cause giudiziarie, essi sono: Wes Gibbins, Laurel Castillo, Michaela Pratt, Connor Walsh e Asher Millstone. I giovani, poco dopo esser entrati nelle grazie del brillante avvocato di Filadelphia, commetteranno un omicidio ossia quello di Sam Keating, il marito di Annalise. Quest’ultima, tra sentimenti ed emozioni contrastanti, cercherà sempre di difendere i suoi adepti da una condanna certa per omicidio e dalle varie azioni peccaminose che compiranno nel corso di 6 stagioni.
#HTGAWM – #BLM

Analizzando attentamente la sceneggiatura di Peter Nowalk, ci rendiamo conto di come esista un collegamento tra la serie tv, nota al pubblico social con l’ashtag di #HTGAWM e le serie di proteste e manifestazioni che negli ultimi mesi hanno coinvolto le più importanti capitali mondiali fino alle città di provincia al grido di BLACK LIVES MATTER (#BLM). Ed è proprio nella quarta stagione che Annalise Keating decide di dar vita alla “Class Action” ossia una causa rivoluzionaria contro il sistema giudiziario statunitense, con l’obiettivo di dimostrare come all’interno di esso vi siano delle vere e proprie falle ed ingiustizie soprattutto nei confronti della razza afroamericana e nei confronti di chi, non disponendo di sufficienti risorse economiche per garantirsi una adeguata tutela sia dovuto ricorrere ad avvocati d’ufficio, spesso corrotti, spesso razzisti e spesso ignorando le conseguenze cui i propri clienti sarebbero andati incontro.

La Keating si scaglia contro tutto ciò con lo scopo di rivedere casi ormai archiviati o rimasti in sospeso, innalzando la sua potente figura di Donna e avvocato contro questo sistema di ingiustizie che ha coinvolto anche lei in prima persona, sedendosi davanti ad un’accusa tenace e un testimone, nonché la governatrice della Pennsylvania, che pur di vedere la Keating fallire ha testimoniato il falso nonostante avesse giurato, con la mano sulla Bibbia, di dichiarare “nient’altro che la verità”.

Annalise ha fatto di tutto per dimostrare come fossero state compiute delle ingiustizie dal sistema americano, di come uomini e donne siano stati privati di anni di libertà per una sentenza ingiusta solo perché “di colore”, di come fossero stati violati diritti che devono essere garantiti a ogni cittadino sul suolo statunitense indipendentemente dalla razza, sesso o religione.

Ed è proprio in seguito alla morte di George Perry Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020 nella città di Minneapolis (Minnesota) a causa delle forti pressioni fisiche esercitate dagli agenti di polizia sul collo e sulle gambe dello stesso cittadino, per una presunta banconota falsa consegnata da Floyd per l’acquisto di un pacchetto di sigarette, che milioni di uomini, donne e adolescenti sono scesi nelle strade americane protestando contro l’abuso di potere della polizia accusata, inoltre, di aver attuato comportamenti razzisti.

Vista la gravità dei fatti verificatisi, le proteste sociali e collettive, che nel giro di poche ore si sono diffuse anche nelle città di New York, Detroit, Los Angeles, Atlanta, Portland, Richmond, Oakland e San José, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha consentito la mobilitazione di 500 uomini all’interno della metropoli per cercare di contrastare le proteste ormai degenerate, con il fine di placare i disordini. Nonostante la presenza degli uomini della Guardia Nazionale, aumentati progressivamente da Trump, le manifestazioni non si sono fermate, hanno continuato ad essere lunghe, forti e ad avere un impatto globale, grazie anche ai potenti mezzi tecnologici e di comunicazione come i “social media” che nel giro di poche ore hanno consentito di rendere virale il video dell’arresto e dell’uccisione di Floyd. L’enfasi, la rabbia e i contrasti sono aumentati soprattutto dopo l’autopsia della vittima dove si dichiarava ufficialmente che la causa del decesso per “strangolamento e asfissia”.

Conclusioni

Molti sono gli interrogativi che sorgono leggendo la storia di Floyd: com’è possibile che nel XXI secolo, dopo anni di schiavitù, deportazioni, segregazione razziale e persecuzioni vi possano essere ancora esseri umani, se così potremmo definirli, che decidono di ergersi come figure onnipotenti con la presunzione di decidere “chi lasciar vivere e chi condannare a morte” solo perché “negro”, solo perché “ebreo”, solo perché “musulmano” o “cristiano”? Com’è possibile che solo dopo fatti così strazianti e atroci le coscienze si scuotano, decidano di emergere e decidano di opporsi al sistema, quando in alcune circostanze vi sono tragedie che sarebbero potute esser state evitate se solo vi fosse stato un briciolo di umanità, compassione, altruismo ed educazione?

Di una cosa forse possiamo essere certi: nel mondo avremmo sempre bisogno di persone come Annalise Keating che nonostante la loro fama, il loro denaro, la loro vita e il loro potere decidano di mettere le loro virtù al servizio della collettività ricorrendo a valori come altruismo, perseveranza e compassione con l’obiettivo di ergersi in difesa dei più deboli e di ergersi in difesa di quei diritti e di quei principi che hanno reso grandi molte democrazie nel mondo.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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