• L’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi si è trasformata in uno scontro tra la famiglia della ragazza e il Vaticano. Al centro del dibattito c’è la gestione di documenti riservati riguardanti Mario Meneguzzi, lo zio di Emanuela. Non si tratta di un dramma privato: la vicenda è un fitto intreccio di segreti che il Vaticano avrebbe preferito tacere, nel tentativo di tutelare la stabilità di due famiglie.

La vicenda inizia cinque anni prima della scomparsa di Emanuela Orlandi. Nel 1978, lo zio Mario Meneguzzi insidia pesantemente Natalina Orlandi. La ragazza lo respinge, ma le attenzioni si protraggono a lungo. La ragazza ne rimane “terrorizzata”. Natalina, all’epoca ventunenne, subisce anche la minaccia di licenziamento dal suo impiego a Montecitorio se dovesse rivelare l’accaduto. E’ un ricatto. Per non distruggere l’armonia familiare, decide di tacere con i genitori e le sorelle. Gli unici a conoscenza della situazione sono il fidanzato dell’epoca, in seguito diventato suo marito, e il suo confessore, monsignor José Luis Serna Alzate.

Il 22 giugno 1983 Emanuela scompare. Mario Meneguzzi assume subito un ruolo centrale: diventa il portavoce della famiglia e gestisce le telefonate dei presunti rapitori. Si fa passare perfino per il padre della ragazza, esautorando di fatto il vero padre di Emanuela. In quel momento, nessuno è a conoscenza delle ombre sul passato dell’uomo, legato a ricatti sessuali nei confronti di Natalina e di altre dipendenti di Montecitorio. Ma non agisce da solo. Insieme a lui, c’è un’intera cricca di mercanteggianti del sesso che fanno capo a Mario Peruzy, alto dirigente della Camera, con il vizio degli appuntamenti a luci rosse e dei favoritismi sessuali. 

A settembre dello stesso anno si attiva la diplomazia del Vaticano. Il Segretario di Stato, Agostino Casaroli, scrive a monsignor Serna Alzate per indagare sullo zio. Alzate conferma la torbida storia: “Natalina è stata oggetto di attenzioni morbose da parte dello zio. Me lo confidò terrorizzata”. La Santa Sede decide di non rivelare nulla ai genitori di Emanuela. I motivi sono molteplici: evitare il crollo della famiglia, tutelare il segreto pontificio ed evitare incidenti diplomatici. In quel periodo, il giudice Domenico Sica segue proprio la pista familiare. Interroga Natalina. Verifica l’alibi di Mario Meneguzzi. Il giorno della scomparsa, lo zio si trovava in vacanza a Torano con la famiglia. Tuttavia, l’alibi non appare del tutto solido e Sica decide di farlo pedinare, ma una “gola profonda” lo avvisa del pericolo imminente e brucia le indagini. I sospetti-mai verificati-cadono su Mario Gulisano, responsabile della sicurezza della Camera dei deputati. A Domenico Sica non resta che mollare la presa e lasciare che a correre dietro alle farfalle ci pensi il suo collega Ilario Martella. 

Questo scenario muta anche la prospettiva sulla visita di papa Giovanni Paolo II alla famiglia Orlandi, avvenuta la vigilia di Natale del 1983. Quando il pontefice entra in quella casa, il Vaticano custodisce già da mesi il carteggio sui ricatti sessuali dello zio. Wojtyła è a conoscenza di tutto, ma decide deliberatamente di tacere. Non vuole causare altro dolore. Sceglie di non infliggere un ulteriore colpo a genitori e fratelli già logorati da sei mesi di angoscia, preferendo il silenzio per evitare una frattura familiare insanabile nel momento di massima vulnerabilità della famiglia.

Se la vicenda fosse diventata pubblica nel 1983, l’impatto istituzionale sarebbe stato sismico. Mario Meneguzzi non era un semplice impiegato, bensì il capo dei servizi tecnici della Camera dei deputati. Uomo di fiducia di un pezzo da novanta del Parlamento, con importanti legami con politici e uomini dei servizi segreti. La rivelazione delle molestie da parte di un alto funzionario italiano ai danni di una cittadina vaticana avrebbe scatenato un grave incidente diplomatico. Lo scandalo sarebbe esploso proprio durante le delicatissime trattative tra Italia e Santa Sede per la revisione del Concordato, che sarebbe stata poi firmata nel 1984. Alla Camera dei deputati sarebbe scoppiata una vera crisi istituzionale. Le opposizioni avrebbero chiesto dimissioni per omessa vigilanza. Sul piano giudiziario, l’enorme pressione politica avrebbe condizionato il giudice Domenico Sica, costringendo lo Stato a concentrare le proprie risorse esclusivamente sulla pista familiare e archiviando anzitempo quelle trame internazionali che risultavano politicamente più ghiotte. 

La gogna mediatica avrebbe distrutto la vita dei protagonisti. Per Mario Meneguzzi la rivelazione avrebbe significato il licenziamento e, con ogni probabilità, la fine del suo matrimonio. Gravato da un precedente così pesante di molestie e ricatti, l’uomo sarebbe diventato il sospettato numero uno per la scomparsa di Emanuela, rischiando l’arresto immediato. La stampa lo avrebbe inevitabilmente dipinto come il “mostro familiare”, distruggendo l’existence di moglie e figli e provocando una frattura insanabile con gli Orlandi. Per Natalina Orlandi le conseguenze sarebbero state altrettanto feroci. All’inizio degli anni Ottanta la sensibilità verso le vittime di abusi era pressoché inesistente. I media avrebbero aggredito la ragazza con una violenta vittimizzazione secondaria, mettendone sotto processo la moralità. Il Vaticano, forse, sarebbe stato costretto a privarla della residenze Oltretevere. L’opinione pubblica l’avrebbe accusata di complicità nella scomparsa della sorella per via del suo lungo silenzio, schiacciandola sotto un devastante senso di colpa.

Questo delicato equilibrio si rompe quarant’anni dopo. Nel luglio 2023, il promotore di Giustizia Vaticano trasmette il carteggio del 1983 alla Procura di Roma. La notizia trapela sui media e scatena la dura reazione della famiglia Orlandi. In una conferenza stampa d’urgenza, Natalina, Pietro e l’avvocata Laura Sgrò ridimensionano la portata delle molestie del 1978, ribadiscono la totale estraneità dello zio alla scomparsa di Emanuela e confermano le ragioni del silenzio serbato all’epoca con i genitori.

La famiglia lancia dure accuse ai vertici d’Oltretevere: rendere pubblico quel vecchio segreto non è un atto di trasparenza, bensì un’operazione mediatica. Secondo Pietro Orlandi, la Santa Sede utilizza quelle carte come un vero e proprio depistaggio, volto a infangare la memoria familiare e ad allontanare le indagini dalle responsabilità interne del Vaticano. L’analisi storica, tuttavia, suggerisce una prospettiva diversa. Quei documenti, tenuti nascosti per decenni, non erano un semplice strumento di distrazione, ma uno spettro concreto. Un segreto la cui rivelazione avrebbe potuto distruggere l’esistenza di due famiglie – gli Orlandi e i Meneguzzi – aprendo al contempo una falla diplomatica tra Stato e Vaticano difficile da chiudere. 

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