Settantanove persone in Italia possiedono complessivamente 307,5 miliardi di euro. Dall’altra parte, 5,7 milioni di individui vivono in condizioni di povertà assoluta. Basterebbe questo contrasto brutale, contenuto nei dati più recenti dell’ISTAT e del rapporto Oxfam 2026, per comprendere la dimeensione di una frattura che è economica ed esistenziale, culturale, politica. L’Italia che si racconta come culla della civiltà e del diritto si ritrova oggi a fare i conti con una polarizzazione della ricchezza che non ha precedenti nella storia repubblicana e che porta con sé interrogativi che nessuna classe dirigente sembra voler affrontare con la necessaria serietà.
Il fenomeno non nasce oggi e non nasce qui. La concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi è un processo globale che l’economista francese Thomas Piketty ha descritto con una formula tanto semplice quanto spietata: quando il tasso di rendimento del capitale supera il tasso di crescita dell’economia, le disuguaglianze si amplificano in modo strutturale e inarrestabile. Il capitale si riproduce più velocemente della ricchezza che il lavoro è in grado di generare. È la logica interna del capitalismo finanziario contemporaneo, nella quale il denaro genera denaro mentre il salario ristagna, o peggio arretra. In Italia questa dinamica si è manifestata con una violenza particolare. Secondo i dati della Banca d’Italia ripresi da Oxfam, a metà del 2024 il dieci per cento delle famiglie più ricche deteneva una ricchezza superiore di oltre otto volte a quella posseduta dalla metà più povera delle famiglie italiane. Quattordici anni prima, quel rapporto era di 6,3 a 1. Il divario, dunque si è allargato, e continua a farlo con una progressione che dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore la tenuta del tessuto sociale.
La classe media, quella che nel dopoguerra aveva rappresentato la spina dorsale del miracolo economico italiano, si sta dissolvendo. I numeri parlano con una chiarezza che non ammette ambiguità: nel 2006 il sessanta per cento degli italiani si identificava come appartenente al ceto medio. Nel 2025 quella percentuale è crollata al quarantacinque per cento, mentre il quarantanove per cento della popolazione si colloca ormai nella fascia medio-bassa. Non si tratta di una percezione distorta: è il riflesso di una realtà in cui gli stipendi non hanno tenuto il passo con l’economia reale. Tra il 2015 e il 2024 le retribuzioni sono cresciute del 13,9 per cento, ma nello stesso arco temporale l’inflazione ha registrato un incremento del 20,8 per cento. Il risultato è una perdita netta di potere d’acquisto che ha eroso risparmi, certezze e prospettive di vita per milioni di famiglie.
L’Italia si trova oggi al ventiduesimo posto su trentaquattro paesi OCSE per salari medi, significativamente al di sotto di nazioni come Germania e Francia. Lo stipendio medio nel settore privato si aggira intorno ai 30.838 euro lordi annui, che si traducono in circa tra i 1.700 e 1.850 euro netti al mese. In un paese dove il costo della vita nelle grandi città ha raggiunto livelli incompatibili con questi redditi, il risultato è una generazione di lavoratori poveri, persone che pur avendo un impiego non riescono a garantirsi una vita dignitosa. Il coefficiente di Gini, l’indicatore statistico che misura la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, colloca l’Italia al 32,2 per cento secondo Eurostat, ben al di sopra della media europea del 29,4 per cento. Questo dato, freddo nella sua espressione numerica, racconta una realtà in cui la distanza tra chi dispone di risorse e chi ne è privo si traduce quotidianamente in accesso differenziato alla sanità, all’istruzione, alla cultura e persino alla giustizia.
Ma ciò che rende la situazione italiana particolarmente grave è l’assenza di politiche del lavoro adeguate. Mancano strumenti di adeguamento salariale all’inflazione reale, manca un salario minimo legale che altri paesi europei hanno da tempo introdotto, manca una visione strategica che connetta le politiche fiscali a quelle del welfare. Il passaggio dal Reddito di Cittadinanza all’Assegno di Inclusione, come certificato dall’ISTAT, ha di fatto peggiorato le condizioni delle famiglie più fragili, allargando ulteriormente la forbice sociale. Si è scelto di punire la povertà anziché combatterla, di stigmatizzare il bisogno anziché rispondervi con strumenti efficaci. Le 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta, l’8,4 per cento del totale, non sono un’anomalia statistica: sono il risultato di scelte politiche precise, di un modello economico che ha abdicato alla funzione redistributiva dello Stato.
Il rapporto Oxfam 2026, intitolato significativamente “Nel baratro della disuguaglianza”, offre una fotografia globale che amplifica il quadro italiano. Nel 2025 la ricchezza dei miliardari mondiali è cresciuta del sedici per cento, raggiungendo la cifra record di 18.300 miliardi di dollari, un incremento tre volte più rapido rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Il numero dei miliardari ha superato per la prima volta i tremila, e Elon Musk è diventato il primo individuo nella storia a superare i cinquecento miliardi di dollari di patrimonio personale. Parallelamente, quasi la metà della popolazione mondiale vive in povertà e una persona su quattro soffre di insicurezza alimentare. L’aumento di 2.500 miliardi di dollari nella ricchezza dei miliardari nel solo 2025 sarebbe stato sufficiente, secondo Oxfam, a eradicare la povertà estrema ventisei volte. Ventisei volte. La sproporzione è talmente colossale da risultare quasi incomprensibile e tuttavia è reale, documentata, verificabile.
Ciò che dovrebbe inquietare maggiormente è la traiettoria politica che questa polarizzazione economica inevitabilmente trascina con sé. La storia insegna che le società profondamente diseguali non sono società stabili. Quando una vasta maggioranza della popolazione percepisce che il contratto sociale è stato tradito, che il lavoro non garantisce più dignità, che la mobilità sociale è un’illusione, le conseguenze non sono lineari né prevedibili. Il 74,4 per cento degli italiani ritiene che sia praticamente impossibile migliorare la propria posizione sociale e il 48,8 per cento teme di scivolare verso la povertà. Questi non sono numeri che descrivono un malessere passeggero: sono i sintomi di una delegittimazione profonda del sistema democratico. Quando le persone smettono di credere che le istituzioni lavorino per il loro benessere, cercano risposte altrove e quelle risposte (la storia ce lo ricorda con dolorosa insistenza) raramente sono pacifiche o democratiche.
Il paradosso che la classe dirigente italiana e globale rifiuta di vedere è che la disuguaglianza estrema non conviene a nessuno, nemmeno ai ricchi. Una società in cui la maggioranza della popolazione è impoverita è una società che consuma meno, che produce meno, che innova meno. È anche una società che covando rancore e frustrazione può esplodere in forme di conflitto sociale violento, oppure cedere alla tentazione autoritaria di chi promette ordine al prezzo della libertà. In entrambi i casi, la stabilità che il privilegio economico richiede per perpetuarsi viene meno. L’individualismo, quella filosofia che dall’etica dell’autorealizzazione è degenerata nella giustificazione dell’egoismo sociale, si rivela così una trappola anche per chi ne ha tratto il massimo vantaggio. Come osservava già Tocqueville nell’Ottocento, l’individualismo senza temperamento civico produce isolamento e l’isolamento produce impotenza e l’impotenza, prima o poi, produce rabbia.
La direzione è chiara, anche se scomoda: servono politiche del lavoro che adeguino i salari all’economia reale, meccanismi di indicizzazione che proteggano il potere d’acquisto, un sistema fiscale autenticamente progressivo che redistribuisca la ricchezza senza soffocare l’iniziativa, un welfare che non sia elemosina ma investimento nel capitale umano. Servono, in sostanza, politiche che rimettano al centro il benessere collettivo, come condizione di sopravvivenza per l’intero sistema. Il rapporto Oxfam ricorda che i miliardari hanno una probabilità quattromila volte maggiore di ricoprire cariche politiche rispetto ai cittadini comuni: questa asimmetria è il meccanismo attraverso cui la disuguaglianza si autoalimenta, trasformando il potere economico in potere politico e il potere politico in strumento di conservazione del privilegio.
L’Italia sta camminando sul filo di un crinale pericoloso. Da un lato la possibilità, ancora aperta, di una riforma profonda del modello economico e sociale, dall’altro il precipizio della degenerazione democratica. Il tempo per scegliere non è infinito e la finestra si restringe a ogni statistica che conferma l’allargamento del divario. È nell’interesse di tutti, ricchi compresi, che nessuno venga lasciato indietro. Perché una società che abbandona i suoi membri più fragili non sta semplicemente tradendo un principio morale: sta segando il ramo su cui siede.










