Non c’è limite alla propaganda, soprattutto quando si tratta di racimolare qualche voto sulla pelle della legalità e dello Stato di diritto. L’ultima mossa del leader della Lega, Matteo Salvini, ne è la prova lampante: trasformare il caso giudiziario di Mario Roggero – il gioielliere di 72 anni condannato definitivamente dalla Cassazione a 14 anni di carcere per l’omicidio di due rapinatori – in uno show elettorale itinerante.
Il segretario del Carroccio si è presentato al carcere di Bollate, scortato dai giovani militanti della Lega trasformati per l’occasione in una claque da stadio. Dopo un’ora e mezza di colloquio, Salvini è uscito a favore di telecamere dispensando dettagli paternalistici sull’abbraccio “lungo e sereno” con il detenuto, conditi da improbabili discussioni su “libri e cucina”. Ma dietro la facciata dell’umanità ostentata si cela la solita, cinica operazione politica: l’annuncio di voler candidare Roggero in Parlamento in nome di una “giustizia fai-da-te” dai tratti trumpiani. Salvini si dice “orgoglioso” di poter portare il gioielliere nelle liste della Lega, elevandolo a simbolo degli italiani che si difendono. Peccato che l’altisonante promessa del ministro dei Trasporti si scontri frontalmente con la realtà del codice penale e delle leggi dello Stato, quelle stesse che un membro del governo dovrebbe difendere e non aggirare.
Mentre il leader leghista si arrampica sugli specchi dichiarando che il partito sta “approfondendo tutti i profili giuridici”, la verità racconta che la candidatura di Roggero, allo stato attuale, è un miraggio. La Legge Severino parla chiaro e non ammette deroghe interpretative a uso e dei talk show: chi ha subito una condanna definitiva per reati di questa gravità è incandidabile e non può ricoprire alcuna carica elettiva. Ma alla propaganda, si sa, la realtà dei fatti non è mai interessata.
Non potendo aggirare la Severino con i soli slogan, la strategia della Lega si sposta ora sulla Grazia presidenziale, cercando di scaricare la patata bollente sul Quirinale. Nonostante Salvini assicuri, con scarsa credibilità, di “non voler fare pressioni” sul Presidente Sergio Mattarella, l’intera messinscena fuori dal penitenziario milanese suona come un evidente ricatto morale e politico alle prerogative del capo dello Stato. Anche su questo fronte, però, la retorica salviniana viene ridimensionata perfino dai legali dello stesso Roggero. L’avvocato Stefano Marcolini ha infatti gettato acqua sul fuoco, ricordando che i tempi per un’istruttoria di grazia sono lunghi e complessi, smentendo di fatto l’urgenza mediatica cavalcata dal vicepremier.
Le reazioni dell’opposizione non si sono fatte attendere, squarciando il velo di ipocrisia dietro cui si è trincerata la Lega. Chiara Braga, capogruppo del Pd alla Camera, ha duramente stigmatizzato il blitz di Salvini a Bollate, definendolo “l’apice di una spettacolarizzazione della giustizia” volta unicamente a coprire le debolezze interne della maggioranza e a inseguire il consenso della destra più radicale.
Il tentativo di far passare messaggi pericolosi legati alla giustizia “fai-da-te” rischia di far scivolare il Paese in una logica da Far West, dove le sentenze della magistratura valgono meno delle dirette social del capitano leghista. La sicurezza dei cittadini si tutela con la serietà delle risposte e il rispetto delle regole democratiche, non certo trasformando le carceri in palcoscenici per la raccolta firme di candidati impossibili.




