Il caso di Emanuela Orlandi è una delle spy story più complesse della storia repubblicana. Per anni la vicenda è stata legata a un presunto network terroristico sull’asse Bulgaria-Turchia-Germania dell’Est, nel contesto storico della Guerra Fredda tra Usa e Urss. Al centro delle indagini vi è stata un’unica tesi: il sequestro della quindicenne cittadina vaticana finalizzato al ricatto politico, orchestrato per ottenere la scarcerazione di Ali Ağca, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II.

Tuttavia, l’analisi dei documenti rivela uno scenario diverso. A formularlo fu il magistrato Severino Santiapichi, già titolare dell’inchiesta Moro, che per primo esaminò quegli atti. Il giudice definì la vicenda Orlandi un “rapimento mediatico”. Questa formula, senza intaccare il dramma umano della scomparsa, ne svelava la trappola informativa: l’intera impalcatura del sequestro politico era un castello di carte alimentato dai media e sfruttato da mitomani e sciacalli internazionali.

Santiapichi, storico presidente della Corte d’Assise di Roma, colse subito l’anomalia dell’inchiesta. Mentre i centralini istituzionali squillavano e la stampa pubblicava i comunicati dei presunti rapitori – a partire dalle telefonate del misterioso «Americano» – l’indagine scontava una lacuna insuperabile: l’assenza di una prova in vita. La tesi del magistrato era netta: il flusso incessante di rivendicazioni non tracciava una reale trattativa, ma una narrazione artificiale per l’arena mediatica. Questo meccanismo ottenne il risultato di intossicare le indagini, trasformando i media nella cassa di risonanza di un’imponente strumentalizzazione politica.

Questa chiave di lettura fu condivisa anche dallo storico legale della famiglia Orlandi, l’avvocato Gennaro Egidio, che dichiarò: «La verità è molto più semplice di quanto raccontato. Emanuela rapita per lo scambio con Ali Ağca? Ma no! Il caso è quasi banale, ma non per questo meno amaro». Il legale suggeriva di indagare nella cerchia delle conoscenze della quindicenne, senza mostrare stupore di fronte ai sospetti che l’alto commissario Domenico Sica nutriva verso lo zio della ragazza, Mario Meneguzzi. Sulla stessa linea si era schierata Margherita Gerunda, prima magistrata a gestire l’inchiesta, convinta che Emanuela fosse stata uccisa la sera stessa della scomparsa. “Mi feci subito l’idea, come del resto tutti gli investigatori, che la ragazza fosse stata attirata in una trappola, violentata e uccisa, o comunque morta in seguito alle sevizie”, disse la pm in una intervista giornalistica nel 2013. 

La convinzione profonda di Santiapichi poggiava proprio sull’ipotesi della morte immediata della ragazza. Secondo il magistrato, ogni successiva richiesta di riscatto, ogni finto ultimatum per la liberazione di Alì Ağca e ogni messaggio in codice non erano altro che una «meschina messinscena». Un depistaggio orchestrato da professionisti della disinformazione per colpire Papa Giovanni Paolo II, speculando sulle sofferenze della famiglia Orlandi e sfruttando l’eco della stampa. Ecco perché adesso i lavori della Commissione Parlamentare d’Inchiesta e i nuovi accertamenti della Procura di Roma si trovano davanti allo stesso bivio di allora: continuare a inseguire i fantasmi della pista internazionale o spegnere il rumore di fondo per cercare la verità lì dove tutto è iniziato, in quel pomeriggio di giugno del 1983?

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here