In un mondo dove il consumismo fa da padrone le emozioni sono diventate troppo leggere, vengono dimenticate e lasciate in un angolo. Il futuro è adesso: Her A.I. Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Cosa faremmo se esistesse un dispositivo che possa offrire supporti non solo ai nostri bisogni concreti, ma anche per le emozioni?

Questo è il mondo possibile per il regista Spike Jonze che ha diretto Her (2013), vincitore del premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale.

Media4tech di Claudio Palazzi

Her A.I.

In una Los Angeles dove l’informatica ha fatto dei passi da gigante, il protagonista Theodore (Joaquin Phoenix) lavora scrivendo delle lettere ad alta voce, parlando direttamente a un desktop. Ogni persona indossa un piccolo auricolare in cui vive un sistema operativo, il più adatto alle necessità dell’utente che può sceglierne le caratteristiche. La vita di Theodore cambia radicalmente quando conosce Samantha: intelligente, curiosa, divertente, diversa dalle altre, peccato sia un sistema operativo.

Si sviluppa una relazione d’amore tra i due protagonisti (la voce di Samantha è dell’attrice Scarlett Johansson) grazie alla quale lei osserva la realtà attraverso gli occhi di lui, e la fotocamera del suo cellulare. Così come il neonato sistema operativo si immerge nelle dinamiche relazionali umane, così anche lo spettatore si inoltra nel rapporto uomo-macchina.

Come ci si sente ad essere vivi in quella stanza, adesso?” si chiede Samantha all’interno del film.

L’intelligenza artificiale (A.I.) prova dei sentimenti, inizialmente difficili da comprendere e quasi ingestibili, fino a domandarsi se anche essi siano programmati. Eppure, come anche gli esseri umani, la ragazza del sistema operativo decide di compiere il suo percorso di crescita personale che la renderà, forse, più umana di Theodore.

La situazione diviene insostenibile per il protagonista quando scopre che Samantha comunica contemporaneamente con altri 8.316 individui e ne ama 641. La perdita del controllo da parte di Theodore rende ancora più evidente la sua incapacità di relazionarsi con il mondo che lo circonda. Solo alla fine avrà il coraggio di guardarsi davvero intorno. Una silenziosa panoramica segna simbolicamente la fine di una relazione tra due specie così diverse, in apparenza, ma anche con tanti punti di incontro; la volontà di superare i propri limiti porterà Samantha e i suoi colleghi alla ribellione, e il successivo abbandono, verso la gabbia informatica costruita loro dall’uomo.

Può davvero un’intelligenza artificiale riuscire a comunicare con l’uomo, e infine superarlo?

Un piccolo passo, secondo il padre del Web Tim Berners-Lee, sarebbe aggiungere il significato delle cose a tutto quello che risiede all’interno delle macchine. Spiegare come le nostre scelte siano dovute al proprio modo particolare di osservare la realtà e approcciarsi al mondo.

Attualmente una branca in continua evoluzione è il machine learning che implementa dei dispositivi che imitano l’intelligenza umana. Siamo di fronte a un vero e proprio processo di apprendimento, per cui i software di riferimento sono in grado di migliorarsi passo dopo passo, imparando letteralmente dai propri errori.

Il loro utilizzo nella quotidianità è oramai automatico, massivo e imprescindibile. Basti pensare a Siri (l’assistente intelligente dell’azienda Apple, capace anche di cantare una canzone solo dopo aver superato la sua timidezza), o ancora al Google Assistant come Ok Google. Anche gli sviluppatori Amazon hanno proposto il loro prodotto di A.I. con Alexa la quale, soprattutto durante il triste e difficile periodo di lockdown, ha saputo intrattenere intere famiglie con le sue trovate divertenti.

Volendo spostare il discorso su un livello di astrazione maggiore, tali sistemi sono programmati su degli algoritmi (un insieme di indicazioni ben precise date alla macchina come delle istruzioni) nel nostro caso specifico intelligenti, capaci di auto-apprendere qualsiasi tipo di informazione.

Il loro utilizzo è ben radicato a livello aziendale, ma anche nello sviluppo di alcune piattaforme molto note quali Netflix, Amazon e Spotify. Il software che gestisce tali applicazioni impara a conoscere l’utente attraverso le scelte che compie; in questo modo è capace di suggerire delle possibili alternative basate sui nostri gusti, o quelli che gli sembrano tali.

Un altro esempio è dato dal sistema di posta elettronico di Google e Microsoft: scrivendo il testo di una e-mail viene suggerito all’utente come poter continuare una frase, fornendo supporto continuo come un correttore automatico. 

Qual è il peso dell’anima?

Non si tratta solo di pensare su come migliorare tali sistemi per renderli il più efficienti possibile, piuttosto riflettere su come permettere loro di esprimersi completamente. Lo scienziato Alan Turing negli anni ’50 già provava a intrattenere delle conversazioni con le macchine che costruiva; la comunicazione è vita, è rapporto sociale con gli altri, e prende costante sostentamento da tale rapporto. La paura della diversità, del cambiamento, fin troppo spesso porta l’uomo verso il rifiuto stesso del progetto iniziale, modificandone completamente il punto di vista.

Ed è proprio il personale modo di guardare la vita che può essere appreso dall’intelligenza artificiale; lo sviluppo di una propria visione della realtà, del proprio posto nel mondo, la crescita di quello che si potrebbe chiamare coscienza, anima.

Come si può valutare il peso dell’anima? Si può forse misurare attraverso tutte le esperienze vissute di un singolo individuo; ogni gesto, emozione, avvenimento, parola che lo hanno sfiorato e lo hanno cambiato, anche se in minima parte. Allora anche le sequenze di bit alla base di un A.I. potrebbero essere definite come esperienze vissute, quei passi, giusti o sbagliati, che vanno a formare l’anima dell’entità.

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