IL MAIALE (bar Lino)

Arrivava al bar di Lino verso le 20 annunciato da una sgasata.  Un nome ce l’aveva,  ma per noi era il Maiale, per il grasso di motore che lasciava scoperto solo il viso ed il soprannome  gli andava bene, perché era dimostrazione della sua abilità a destreggiarsi tra cilindri e carburatori.

La tuta da meccanico che puzzava di olio di macchina era la sua divisa. Dall’officina del Trionfale al bar arrivava, impennando con il suo italjet taroccato, col serbatoio che superava il metro. Ci si sdraiava che pareva un siluro. Diceva che quel 48 superava i 120 e se la batteva con un 250.  Se ti dava un passaggio, cosa assolutamente a rischio,  riusciva a farti spazio e diventavi preda delle  paraboliche curve, spinte a strisciare l’asfalto. Si distrincastrava dal mezzo e offriva da bere a tutto il bar anche a chi non conosceva.

Con l’aria strafottente da vissuto, per non sentirsi inferiore a chi aveva studiato, lui che dai 13 anni aveva avuto per scuola l’officina. “ avvocà, fatte na bira”. Sapeva che andavo all’università e non capivo se mi ammirasse o mi prendesse per il culo.

Dalla tuta estraeva un portafoglio lordo e lanciava un deca sul bancone. Chi possedeva un motorino  se aveva coraggio glielo affidava e lo trasformava in un bolide. Così,  vespini e lambrette che non reggevano la potenza sulle ruote minuscole, carambolavano  inesorabilmente quando tiravi in curva.

 Il bar di Lino era a confine  tra Trionfale e  Prati.  La’, zona proletaria,  trattorie per muratori, botteghe ed officine, qua’,  negozi e palazzi umbertini per piccola e media borghesia.

Era la nostra zona e aveva sostituito il campetto di calcio della parrocchia e le scuole ove erano nate molte amicizie.

Lino non aveva orario, restava aperto fino all’ultima partita a tresette. Al tavolo si alternavano squadre di semiprofessionisti immersi nella nebbia di Camel e  Nazionali.  Capitava che neppure chiudesse o  la serranda calava poche ore. Alle sei arrivavano a gruppi gli operai a mangiarsi i cornetti caldi del  forno lì vicino, alle otto gli impiegati del Tribunale di Giulio Cesare. Infine  qualche pensionato o chi non faceva un cazzo, tranne lo scrocco di un giornale fresco.

La sera era il nostro regno.  Chi  veniva dopo aver studiato, chi dal lavoro e il gruppo si formava. Il calcio o la politica con qualche scazzo tra sinistra e destra. Chi ce l’aveva, per farsi bello, portava  la pischella. Alle nove puntuale iniziava il gioco tra peroncini e sigarette e si tirava a tardi con vincite e rivincite per qualche soldo o le consumazioni,  liti furibonde e qualche sgrugnata.

La posta vera era l’orgoglio ed il carisma del vincitore.

Se perdevi la colpa era sempre del compagno che aveva calato a cazzo e si beccava bestemmie e carte in faccia, prima di essere sfanculato.  Il mio budget limitato da studente mi consentiva solo un peroncino, chi lavorava gli dava sotto a canadesi, poi lo stravecchio o il campari con il gin.

A fine serata molti sbiascicavano con discorsi stralunati,  e barcollando andavano a pisciare o vomitare, in piazza dei Quiriti, perché Lino si incazzava se lo facevi in bagno. Alcuni bevevano per stordire una sorta di rancore esistenziale verso la vita o una famiglia borghese e tradizionale che non reggevano. Per molti la’ si segnò il destino in una sorta di autolesionismo che li portò agli spinelli e al buco. Qualcuno non arrivò ai 30 anni.

Il Maiale rompeva la monotonia del sabato con il suo “namo a fà casino”. Ci si stipava nella sua 500 giallo ocra, maxi ruote, marmittone  cromate e rombo da reattore. Primo passaggio a prendere per culo le mignotte che stazionavano tra gli alberi di Via delle Milizie. Qualcuna con trucco pesante e chili di cerone a mascherare un’età da pensione. Il maiale si sporgeva “quanto voi”? e partiva il primo vaffanculo, con comici tentativi di inseguimento su tacchi da 40. “tremila a cranio te va bene che qui semo tanti e ce guadagni. Si rischiava d’incappare in qualche pappa con la Giulia parcheggiata là vicino. Se accadeva c’era  lui che interveniva, a far valere il coraggio e la strafottenza. Il fisico nervoso e mingherlino ma se menava, dava giù duro. Una volta uno ci tagliò la strada. “a regazzì annate via che mejo, oppure v’abbozzo sto giocherello”.  Il Maiale restò calmo, la mano sotto il sedile a stringere il cric. “se ce voi mette na piotta sopra, se la giocamo fino a Piazza Mazzini e ritorno; tu con la Giulia, io col giocarello”.

Poi si passava a Tor Di Quinto per il massimo del divertimento. Aumentavano, con il numero delle prostitute, vaffanculi, rincorse e spesso qualche sasso.

La gara dei rutti in Piazza Cavour, facilitata dalle birre, chiudeva la nottata. La’ il Maiale dava il meglio di sé, raggiungendo imbattibili sonorità. 

Una volta piroettammo intorno a Piazza Mazzini con due carambole prima di fermarci. A parte qualche botta, non ci facemmo male. Lui scese preoccupato ad osservare il suo gioiello e le ammaccature.  “Domani la rimetto a posto, namo”.

Un giorno sapemmo ch’era morto il padre che faceva il portiere a Via Trionfale. Andammo tutti al funerale al San Giuseppe e, per la prima volta, lo vedemmo pulito. Al primo banco con l’abito scuro che gli stava largo. Si voltò e ci sorrise.

Dopo qualche giorno ripassò da Lino, arrivò senza sgassate e mi offrì  una birra sulle panchine in Piazza Dei Quiriti. “Avvocà, le cose vanno come devono annà ! La morte de mi padre; poi cianno tolto la casa dov’era portiere e semo annati sulla Torrevecchia. Mi madre fa quarche servizio, ma li sordi nun basteno ed io nun vojo stà più sotto padrone a sgobbà tutt’er giorno pe du sordi. Me vojo mette in proprio. N’officina mia. Ma ce vole la granali e me devo dà da fa”. Poi mi salutò  “vengo na sera e annamo a fa casino”.

Da quel giorno non lo vedemmo più. Qualcuno diceva che era andato a lavorare fuori Roma.

Al modo di fare i soldi Il Maiale ce l’aveva in testa da tempo. Una rapina. Una sola, che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Pensava solo a quello, anche quando lavorava e si beccava i cazziatoni del capo. Per il colpo aveva individuato una gioielleria a Via Mario Dei Fiori. Ci andava spesso la sera, dopo il lavoro, ad osservare e a studiare. Aveva calcolato quando agire e la strada per la fuga. Piazza di Spagna,  poi su per la salita di San Onofrio e attraverso Villa Borghese e Valle Giulia, da lì tutto sarebbe stato facile. Per la merce c’era uno a Valle Aurelia.

S’era comprato un vecchio Morini e lo aveva trasformato come sapeva fare lui. Anche Il ferro a Porta Portese, ma quello serviva solo a far paura.

Le 19, era l’ora migliore. Quando la commessa apriva la porta e toglieva i gioielli  dalle vetrine esterne. Velocità e sorpresa e sarebbe andato tutto liscio. Sotto Natale ci sarebbe stata più roba per i regali.

Quella sera lasciò il motore acceso, calò il passamontagna ed entrò spingendo di lato la commessa. Frenò mani e voce che tremavano, puntando la pistola: “namo, infilate tutto dentro ar sacco, svotate la cassa, l’assegni no, perchè sò carta straccia”.

Il proprietario era impallidito e tentò una reazione poi s’accasciò sulla sedia, mentre la cassiera riempiva il sacco. Poi il Maiale si diresse verso l’uscita “se ce tenete alla pelle,  zitti e boni, finchè me ne so annato”. Volse le spalle e ci fu lo sparo e un bruciore gli corse sulla schiena. Il gioielliere stringeva una piccola pistola con la canna che fumava. Lui puntò il ferro contro l’uomo che cadde in ginocchio. Ma non era un assassino il Maiale; solo uno che voleva cambiare la sua vita.

Sgommò per San Cosimato, tagliò per Villa Borghese  e la Valle dei cani, verso Valle Giulia. Poi sentì un gelo che riempiva il corpo e la vista gli si annebbiò. Ad una curva andò dritto e finì nel prato.  Rimase là sdraiato, al buio, col volto verso cielo. Al buio, raspò l’erba per trovare il sacco: il suo tesoro e sorrise. Pensò alla sua officina, con la tuta pulita da padrone e qualcuno a sporcarsi di grasso al posto suo.

Quella sera, quando arrivai al bar, stavano tutti intorno a Lino che leggeva il giornale. In cronaca si parlava di un rapinatore rimasto ucciso dopo un colpo in Centro. Un romano risultato incensurato. Un certo Giuseppe Scatolati.

Si fumava in silenzio; qualcuno aveva gli occhi rossi. Poi brindammo al Maiale e per ricordarlo andammo “a fà casino”.

Giampaolo Pierno

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