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Il mondo fuori

Sentivo la testa esplodermi, mentre guardavo con bramosia il mondo fuori: immaginai di essere a pochi metri dalla spiaggia, le onde ribelli a lambire la battigia, il sole che si scioglieva tra le acque in filamenti ondeggianti…

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Per fortuna il sole c’era: superata la convalescenza invernale, si divertiva a trasformare l’asfalto in un calderone ardente.

Appunto, l’asfalto: il mare era lontano, remoto ancor più delle dune che lo celavano alla vista, disperso tra memorie opache e speranze ancora più offuscate.

Restava l’asfalto, il grigio sentiero cittadino: una distesa deserta, con pochi individui che transitavano a debita distanza; se capitava che gli sguardi si incrociassero, una smorfia di paura segnava i loro volti semicoperti.

«È della paura che non ci si può fidare» aveva detto una ragazza, mentre esternava i suoi ricordi, cristallizzandoli in masse ghiacciate.

Quell’affermazione era remota, avulsa dalla presente realtà come i regni fiabeschi pervasi di armonia; ora la paura regnava senza opposizioni, irretiva gli uomini notte e giorno, se soltanto qualcuno avesse provato ad esplorare il mondo fuori, connettendosi ad esso anche solo con un respiro.

Impossibile resistere al richiamo del mondo fuori: gli occhi spalancati e curiosi si ubriacavano di suadente aria primaverile, la loro indole vorace si risvegliava al semplice moto controcorrente di un vento inquieto che filtrava da uno spiraglio della finestra; persino la natura voleva scappare all’interno, fuggire da quella strana condizione.

Mi affacciai all’esterno, attivando ogni mio fisiologico mezzo percettivo: l’odore della stasi inondava lo spazio, il clamore delle attività umane si era disperso nel vuoto opalescente delle ribelli giornate di marzo.

Un velo terribile aveva costretto al silenzio sogni e sorrisi, mentre il futuro fu scagliato lontano, lontano, tramutato in un vacuo simulacro.

In questo momento fatto di nulla, la mente si reinventava, la natura rinasceva, tant’è che ne avvertivo il canto: la sua voce sovrastava finalmente il degenere operato dell’umanità, cieca avidità e marcescente lussuria; ascoltavo il tubare innamorato di una coppia di tortore, il calpestio delle lucertole sugli arbusti del mio minuscolo giardino, riproduzione illusoria di un mondo che non esiste.

Eppure era bello immaginarlo così, il mondo fuori: in un’atmosfera al rallentatore, ogni gesto si compiva, qualunque cosa accadesse, incurante, individualista come l’istinto di una felice sopravvivenza, ma rispettoso e discreto come l’agire per il solo bene del pianeta, senza urlare.

Mentre l’umanità affondava, la vita indossava un nuovo ritmo, prendeva nuove distanze: avevo sempre sposato questa prospettiva, ma adesso la rivalutavo, riconoscendone un metabolismo costruito su piccoli passi e respiri profondi, sguardi persi nella contemplazione di una novella simbiosi con la natura… il ticchettio dell’orologio svaniva nei pensieri sonnolenti, l’ansia venne inghiottita dall’indifferenza divinizzata.

Uno spirito tanto vero quanto inumano era capace di superare una prolungata ma corroborante attesa, senza scomporsi né ansimare.

C’era bisogno di chiudere il mondo fuori, affinché si riprendesse e acquistasse una nuova consapevolezza; spensi il cellulare, la radio, la televisione, il loro torneo della disperazione mi impediva di instaurare quella relazione autentica che unisce la mia interiorità con l’universo, l’interno con l’esterno.

L’esistenza avrebbe ripreso a rifiorire se il suo percorso fosse stato scevro dalle paralizzanti nubi dell’inquietudine, dalle insensate tribolazioni umane, sorde al pianto di una foresta in fiamme, ai rantoli dell’Antartide accaldato, alle grida dell’umanità, indebolita dai suoi stessi veleni… e dalla paura che spinge ancor più nell’abisso.

«È della paura che non ci si può fidare» ripeteva la ragazza dalla gola profonda del fiume ghiacciato; dal mondo fuori attendeva una risposta.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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