IL PAIOLO DI RAME

Luce rosata, d’alba o tramonto scivola sulla piana desertica e lambisce le spalle e la fronte, come se due soli accompagnassero i miei passi verso la cornice di monti che chiude l’orizzonte. Veli di sabbia si sollevano ad ogni passo, li avverto sulla pelle delle caviglie, ma non restano orme dietro di me, né linea d’ombra al mio fianco. Chiarore che sembra abbagliare ma non ferisce gli occhi. Poi lentamente tutto sfuma, impallidendo e, come sogno che smarrisce il suo percorso per apparire dalla parte sbagliata del sonno, schiudo gli occhi a volti e voci che ho intorno. Ma una profonda stanchezza mi immobilizza. Ho solo voglia di chiudere le palpebre per tornare al mio cammino. Ora l’orizzonte appare più vicino ed i monti sono contorno a voci,  suoni e sapori che credevo lontani e persi.

“Gira gira la pulenta, che vedrai la vien più bona,

gira forte se gh’a fam e che poi se va  magnar”

Il contadi’ se mai non lenta, il miglior posto suo è la pulenta,

Per far bona la pulenta, bone braccia a rimestarla.

Questa cantilena dava cadenza e forza a quelle braccia che avevano conosciuto il vigore contadino della Bassa Padana e voltolavano il mestolo nel paiolo di rame deformato dall’uso e dal tempo. Osservavo a lungo quel rito che sapeva di magia ed i piccoli crateri che si formavano in superfice ad eruttare aria.

La nonna con la retina sui capelli scuriti da misteriosi unguenti a coprirne il candore, rimestava a lungo la farina gialla a grana grossa, passava ore a rimestare nel paiolo.

Ammiravo la forza che esprimeva in quel gesto. Come una fattucchiera tra fluttuanti fumosità che si perdevano nella caligine della cappa e le lunghe fiamme che salivano da sotto il paiolo, da parer vive, con colori mai uguali:  rosso, violetto, giallo e anche verde e azzurro.

Fare la polenta è un gesto antico che scalda il cuore, prima di saziare la fame. “A chi nei campi, sul lavoro si stanca non mancano cipolle e la polenta”.

Attendevo nell’impazienza “l’è prunta” ,e poi che colasse nei piatti e mi ustionasse il palato, sfuggendo l’attesa. D’un sol colpo la rovesciava nel buon fumo ravvolta, suddividendola in tante porzioni quante erano le bocche da sfamare. Il primo piatto al nonno che sedeva a capo tavola e ripiangeva gli osei, rimpiazzati da mai sopportate polpette che ne svilivano la dignità di real piatto contadino.

Se penso al mio ricordo più dolce e profumato, è quello della polenta appena rovesciata nel piatto, quel salire di un filo di fumo ed il sugo che intrinde la fetta, inebriandola di sapore. A volte, se mi capita di mangiarla, a rivangare nel cuore, più che nei sensi, quel sapore, resto deluso. Quella della nonna era alta e corposa, da tagliare con il cucchiaio e la sera, indurita e fritta, da inzuppare nel latte. A riempire stomaci contadini con poche lire. Ora svilisce nel semiliquido di ricette gourmet, o si imbastardisce nella precotta da supermercato.

Resta così, come un’icona, il vecchio paiolo annerito dal fuoco, immagine sacra di età mai trascorse. Come un legame tra la Bassa Padana e Roma ove i nonni erano approdati in cerca di lavoro e per sistemare le quattro figlie.

Moratti Giuseppe da Pozzolo sul Mincio e Galvan Cornelia Desdemona da Guidizzolo. Sembrano essere passati mille anni, ma riesco a ricordare i luoghi di cui mi parlavano e che frettolosamente ho rivisto da adulto, per l’unico passaggio fatto a ricercare origini e nomi. Ho trovato, invece,  mutazioni sconosciute e nomi su lapidi di piccoli campi al lato delle chiese. Ma l’umidità, il verde intenso tra i canali e le zanzare erano quelli di cui mi parlavano.

Cercavo le mie storie, trovavo malinconia. Neppure il ricordo acquistava vita, era restato laggiù, dove lo avevo conosciuto, dov’era trasmigrato nel primo dopoguerra,  ove era immagini nelle parole; memoria impressa in altre menti e riportato come impronta indelebile. La realtà vera era rimasta dove è nata per me e dove l’avevo conosciuta. Non qui, da straniero. Ciò che si è perso fuori resta al tuo interno.

La Bassa Padana ed il Mincio, unici simulacri di un mondo rurale che apparteneva al passato, con le sole verticalità di campanili e piloni e il vento che non filtra, appiattito da nebbie  e umidità perenne, con l’aria che pesa il respiro. La terra feconda, smossa da trattori, era la stessa, ma non per braccia e schiene piegate. In lontananza un cane abbaiava tra quelle case basse e monotone come la natura. Il lavoro per i pochi che restavano, perché era ancora zona di ricchezza e solidità. Cani e motori, per il resto, il silenzio assoluto e nel silenzio vagavano come ombre persone conosciute per nome, cui mancava solo l’immagine a dare vita.

Strana cosa la memoria. Lì non mi rendevo neppure conto del paesaggio, pur trovandomi realmente in luoghi che mi avevano nominato. Quel che restava era solo lo sfondo senza figure.

Sognavano un ritorno i nonni, a chiudere le loro vite lontane non loculi di cimiteri metropolitani che non gli appartenevano, ma fu solo un desiderio ad accompagnare le loro nostalgie. Così quel freddo dicembre del 59, da spaccare i tubi dell’acqua se di notte non ne lasciavi scorrere un filo, ebbi la mia prima esperienza con la morte. Le ante socchiuse ad attutire luci e rumori al terzo piano di Via Cola di Rienzo 203. Fuori un vento gelido che si incanalava a corrente da Piazza Risorgimento, su fino a Piazza della Libertà. La stanza illuminata dal piccolo abatjour accanto al letto ove il nonno sta dormendo, con le labbra increspate da un sibilo di respiro ed il corpo che si intravede appena sotto strati di coperte.

Troppa gente intorno al suo letto a riscaldare l’aria e rendere inutile la stufetta elettrica.

 “Perché non lo lasciano tranquillo”, con un brusio fastidioso che infastidisce il suo sonno. Don Mario con il suo naso a becco, che la luce proietta sulla parete, facendolo sembrare un uccello, tiene la mano del nonno poggiata al Vangelo e bisbiglia parole incomprensibili, con gli occhi al soffitto, di fronte, la nonna tiene l’altra mano e lo chiama piano, ripetendo “Giuseppe”.

Vorrei cacciare tutti e mettermi al suo fianco, come faccio ogni volta che torno da scuola, ad aspettare al suo risveglio le magnifiche storie che mi racconta. Luoghi che vedo attraverso i suoi occhi: la pesca delle rane e delle anguille nel Mincio, la nebbia che ovatta ogni cosa come una magia della natura. E poi delle sue fidanzatine, quando era soldato a Mantova, prima di conoscere nonna Cornelia. Era bellissimo nella sua divisa, conservo gelosamente una sua vecchia foto. Ora il suo respiro si è fatto impercettibile. Provo anch’io a chiamarlo, negli ultimi tempi dovevo quasi urlare per farmi sentire. La nonna ha le lacrime agli occhi e gli sussurra di non lasciarla, di non morire. Morire. Non ho un’idea chiara della morte. Don Mario ce ne ha parlato come di una cosa bella che ci schiude il regno dei cieli per la felicità eterna. Ma io non voglio che succeda e chiedo in silenzio, con forza, che il nonno si risvegli, ma mio padre mi stacca dal letto e mi fa uscire. Subisco quel gesto come una violenza. La porta si chiude. Fuori la stanza da pranzo è  piena di gente il Sor Luigi del quarto piano, mi abbraccia piangendo “ci mancherà”, il Sor Peppe del quinto che fa il presepe più bello del palazzo, anche lui in prima fila attorniato da figli e nipoti. Sono gli amici del nonno, con cui gioca a carte con il letto a far da tavolo. Poi la porta si apre e mia madre, con le lacrime agli occhi mi dice che il nonno lo hanno portato via gli angeli.

Fuggo nella calca del corridoio, tra altra gente che sale o scende dai vari appartamenti del palazzo. Mi chiudo in camera, pensando al nonno che in questo momento sta lottando con quei maledetti angeli che lo trascinano via da me. Vorrei aiutarlo e in un attimo sento una tristezza che non avevo mai provato; come se mi avessero spalancato la porta di un luogo che non conoscevo: quello dei pianti e degli abbracci, delle foto e dei ricordi. In quel luogo l’ho rivisto, ma non sdraiato in quella cassa, con un vestito scuro che non gli avevo mai visto,  gli occhi chiusi ed il piedi senza scarpe;  non capivo perché lo avessero lasciato senza scarpe. L’ho rivisto in piedi, accanto a me, prima che la malattia lo imprigionasse nel letto, che mi sorrideva. Mi ha accarezzato la fronte con la mano ossuta ed Il suo non era un saluto. Per questo non ho pianto come gli altri al suo funerale. Sapevo che avrebbe vinto gli angeli e sarebbe tornato ogni volta che lo volevo. Ora  ero giunto a quei monti e salivo leggero, come se una forza improvvisa accelerasse i miei passi verso la cima. Sapevo che mi aspettava qualcuno, che indossava la sua stupenda divisa.

Aveva sconfitto gli angeli e mi avrebbe aiutato a combattere i miei.

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