Complotti inventati e rapimenti inesistenti. Se la giustizia italiana è lenta, la fantasia dei giornalisti italiani viaggia alla velocità dello share. Ecco come il caso Orlandi è diventato il più grande ufficio di collocamento per i “professionisti dell’informazione”. Quali, meglio non dirlo, perché si urtano le code di paglia. 

Il vero tocco di classe del giornalismo nostrano è l’atteggiamento dei nostri anchorman, ormai convinti di aver ricevuto un’investitura divina. Nelle loro menti, le procure, la polizia e la gendarmeria vaticana sono solo un manipolo di dilettanti che ostacolano il lavoro dei veri professionisti: loro. Si presentano in video con lo sguardo grave, la cartellina sottobraccio e quell’aria di chi la sa lunghissima, convinti di avere in tasca la verità assoluta che nessun magistrato ha mai osato scoprire. Poco importa se le loro “verità rivelate” cambiano a seconda del palinsesto o dello sponsor della serata; l’importante è guardare la telecamera con l’espressione di chi sta per svelare il Terzo Segreto di Fatima, per poi lanciare la pubblicità sul più bello.

Nelle redazioni italiane vige poi una regola aurea: se lo dice Pietro Orlandi, diventa dogma di fede. Il Grande Fratello non è d’accordo? Tutti a dargli ragione. Il fratello della scomparsa potrebbe presentarsi in studio dichiarando di aver ricevuto un faldone segreto da un’entità venuta da Marte, e i nostri cronisti non farebbero una piega. Anzi, annuirebbero solennemente. Per il giornalista medio, la disperazione comprensibile di un familiare non è un elemento da trattare con delicatezza e doveroso spirito critico, ma un generatore automatico di titoli a scatola chiusa. L’importante è non fare domande scomode, non chiedere riscontri e, soprattutto, bere qualsiasi teoria come se fosse acqua santa. Altrimenti addio intervista esclusiva.

Il primo comandamento del giornalista d’inchiesta che è invecchiato dando la caccia ai fantasmi nel caso Orlandi è semplice: se la realtà è noiosa, fabbricane una migliore. Davanti al caso Orlandi, i pennaioli hanno dimostrato una creatività che farebbe impallidire i migliori sceneggiatori di Hollywood, regalando al pubblico scenari che nemmeno Dan Brown. Per mesi i detective dei faldoni hanno tremato davanti alle telecamere evocando i Lupi Grigi, la Stasi e il KGB. Poi ecco la criminalità romana promossa a eminenza grigia capace di tenere in scacco lo IOR. Una narrazione da romanzo criminale, utilissima per riempire i palinsesti della seconda serata senza fare la fatica di cercare notizie vere. E poi faldoni segreti, messaggi in codice e corvi d’oltre Tevere. Il complotto clericale vende sempre bene, specialmente se condito con indiscrezioni anonime scritte su un tovagliolo di carta da qualche “gola profonda” inventata di sana pianta e giunta dalla nebbia di Londra. Mancano solo gli alieni (quelli veri), ma qualche redattore ci sta lavorando.

Nel circo dell’informazione italiana, la qualifica di “supertestimone” non si nega a nessuno, specialmente se ha una storia assurda da vendere. Chiunque si sia svegliato la mattina con una rivelazione dell’ultimo minuto ha trovato un giornalista pronto a porgergli il microfono con lo sguardo commosso e adorante. Pentiti dell’ultima ora, millantatori di professione e sciacalli da salotto televisivo sono stati trattati come premi Nobel della verità. Il meccanismo inventato dai nostri cronisti è collaudato: si lancia la bomba in prima pagina, si incassa il picco di share e, quando la procura smonta l’ennesima bufala tre giorni dopo, la smentita viene confinata in un trafiletto a pagina 24. Lo spettacolo deve continuare, e chissenefrega dei fatti e dei riscontri. 

La spettacolarizzazione del dolore ha raggiunto vette d’eccellenza. La disperazione di una famiglia è diventata un appuntamento fisso nei palinsesti, un genere letterario-televisivo dove il giornalista non è più un testimone, ma il protagonista che cammina pensoso a rallentatore nelle sigle dei programmi. La pressione dei media non ha solo confuso l’opinione pubblica, ma ha intasato le scrivanie dei magistrati con fiumi di segnalazioni nate nei salotti TV. Ma d’altronde, a quale giornalista importa della verità giudiziaria quando la “verità alternativa” garantisce ospitate televisive, contratti editoriali, click sui siti e documentari in streaming?

Il bilancio finale di questa epopea informativa è che, per i nostri eroi, il tempo si è fermato definitivamente. Il mondo va avanti, la tecnologia evolve, la modernità avanza, ma i nostri fenomeni del giornalismo sono rimasti ibernati quel pomeriggio del 22 giugno 1983, intrappolati in una giostra che gira e rigira e ti lascia sempre al punto di partenza. C’è chi ha scoperto, grazie alle ricerche fatte però da altri, che lo zio di Emanuela passava dalle parti della scuola di musica della nipote. Lo ha scoperto lui che senza una rivelazioni elargita misericordiosamente starebbe ancora a chiedersi perché il papà di Emanuela chiama il cognato un’ora e mezza dopo il mancato rientro della figlia. Guardateli: sono lì, immobili da anni, con lo stesso identico impermeabile da detective consumato, a rileggere le stesse carte ingiallite e a rincorrere gli stessi fantasmi per non rischiare di scoprire la verità. Perché la verità, purtroppo per loro, spegnerebbe i riflettori. E a quel punto, a questi professionisti dello share, chi glielo spiega che devono finalmente iniziare a cercare le notizie vere?

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Mario Barbato
Mario Barbato è un blogger d'inchiesta e ricercatore indipendente specializzato nella cronaca nera italiana, nei grandi misteri irrisolti e nell'analisi dei depistaggi storico-giudiziari. Attraverso il suo lavoro digitale, si è distinto per la capacità di riaprire freddi casi di cronaca (cold cases), offrendo nuove chiavi di lettura basate sullo studio rigoroso delle fonti dirette. Barbato applica un approccio analitico, documentale e privo di sensazionalismi. Il suo stile comunicativo, diretto e orientato ai fatti, mira a coinvolgere il lettore nel processo investigativo, trasformando la complessa mole dei documenti legali in narrazioni accessibili, logiche e dettagliate. È una voce autorevole e attiva all'interno dei principali forum e community di discussione sui gialli italiani.

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