L’evoluzione della rappresentazione cinematografica del Vietnam fino agli anni Ottanta attraverso la grande produzione Hollywoodiana, tra cui in particolare “Il Cacciatore” di Michael Cimino, “Apocalypse Now” di Francis F. Coppola e “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick Il Vietnam visto attraverso Hollywood Direttore Claudio Palazzi

LA GUERRA DEL VIETNAM SUL GRANDE SCHERMO

La produzione cinematografica del Vietnam è stata per molto tempo ostacolata dalla drammatica storia del paese che, colonia francese dal 1887, conobbe prima l’occupazione giapponese e, successivamente, la guerriglia contro la Francia madrepatria; la lotta all’indipendenza comportò la divisione tra Vietnam del Nord e Vietnam del Sud, cui seguì un’intensa guerriglia antigovernativa, poi trasformatasi in guerra.

La guerra del Vietnam, combattuta dal 1955 al 1975, fu uno dei conflitti più lunghi e devastanti dopo le guerre mondiali. Lo scontro coinvolse, da un lato, le forze filocomuniste del nord e, sul fronte opposto, la repubblica del Vietnam del sud, sostenuta dagli Stati Uniti che ben presto si rivelarono pienamente coinvolti nelle operazioni belliche.

Si trattò, inoltre, di una guerra che ebbe un enorme impatto mediatico e sociale: il giornalista Daniel C. Hill la apostroferà come “The Uncensored War”. Si trattava, infatti, della primo conflitto ad essere trasmetto e trattato in televisione e per questo motivo è stata spesso oggetto di trattazione nella cinematografia.

Tuttavia, una vera e propria filmografia sul Vietnam è nata solo alla fine degli anni Cinquanta, fino a raggiungere alti livelli alla fine dei Settanta; essa ha però dovuto attendere gli anni Novanta per acquisire una certa visibilità internazionale.

L’INTERESSE DI HOLLYWOOD

Hollywood inizia a mostrare un certo interesse per il tema del conflitto nel Sudest asiatico soltanto alla fine degli anni Settanta, cioè dopo il definitivo ritiro delle forze americane dal Vietnam e la cessazione delle ostilità dopo la caduta di Saigon nel Aprile del 1975.

Il completo silenzio delle majors in merito al Vietnam negli anni in cui il conflitto era ancora in corso e nel periodo dell’immediato dopoguerra si spiega con la tradizione dell’industria del cinema statunitense a non affrontare temi politicamente scottanti. Hollywood ha sempre evitato di prendere una posizione, al contrario di quanto era avvenuto invece durante il conflitto mondiale o anche durante la più recente guerra di Corea. I grandi produttori Hollywoodiani infatti non realizzarono film né a favore né contro l’intervento in Vietnam da parte dell’esercito statunitense.

Sicuramente, un’altra ragione che spiega l’assenza di una produzione cinematografica risiede nel fatto che i principali registi dell’epoca trovavano difficile parlare in maniera diretta di un argomento così violentemente dibattuto nel paese: finché, infatti, l’America era spaccata in due tra interventisti e pacifisti, il Vietnam rimaneva un soggetto scomodo e poco adatto.

Alla fine degli anni Settanta la ferita lasciata dal “primo conflitto impopolare d’America” ha iniziato lentamente a rimarginarsi, per cui il cinema poté finalmente cominciare a lavorare attorno a questo argomento.

I VIET-MOVIES

I film sulla guerra del Vietnam hanno costituito un nutrito filone cinematografico e possono dividersi in tre macro-categorie:

– la prima è una fusione tra film di guerra classico e film d’azione, in cui è in gioco il raggiungimento di un fine superiore. Un classico esempio è la serie “Rambo”.

– La seconda categoria è incentrata sugli effetti generati dalla guerra e sui tentativi di reazione dei personaggi. Gli esempi più significativi in questo senso sono “Taxi Driver” e “Il Cacciatore”.

In particolare, il ruvido realismo di “Taxi Driver” costituisce una delle interpretazioni più inquietanti e riuscite della figura del reduce: le difficoltà di adattamento sociale di Travis, il protagonista, interpretato magistralmente da Robert De Niro, possono essere risolte solo attraverso un’azione violenta, come la legge della guerra insegna.

– La terza categoria, infine, riporta la guerra vietnamita a una dimensione emotiva e mentale: possono, a tal proposito, essere citati “Apocalypse Now” e “Full Metal Jacket”. questa tipologia di pellicole pongono il Vietnam in una dimensione simbolica e interiorizzata. La delusione pessimistica che le caratterizza è il miglior linguaggio cinematografico per esorcizzare quella che è stata la prima pesante sconfitta delle forze armate americane.

IL BIENNIO ’78-’79

La prima ondata di film che affrontano apertamente il tema della “dirty war” arriva tra il ’78-79’, quando escono rispettivamente “Il Cacciatore” di Michael Cimino e “Apocalypse now” di Francis Ford Coppola.

Soprattutto grazie alla presenza di una grande quantità di immagini e testimonianze documentarie sulla guerra del Vietnam prodotte della televisione, Cimino e Coppola hanno compiuto la strategica scelta di collocarsi al di fuori della tradizione del “war film”. I due film, infatti, si rifiutano di raccontare la guerra attraverso i codici del realismo, scegliendo invece una rappresentazione simbolica.

IL CACCIATORE

“uccidere o morire in montagna o nel Vietnam è esattamente la stessa cosa”.

La pellicola si è aggiudicata cinque premi Oscar per miglior film, regia, attore, supporter, montaggio e sonoro. Le tre ore di durata de “Il Cacciatore” corrispondono a una divisone del film in tre atti ben distinti:

Il primo ci mostra l’esistenza e la coesione di un gruppo di amici di Clairton, cittadina industriale del Sud della Pennsylvania, operai in un’acciaieria e appartenenti a una comunità ortodossa originaria dell’Europa dell’Est. Il film si apre con la celebrazione delle nozze tra due dei componenti del gruppo di amici, gli ultimi momenti gioiosi e di normalità che precedono la partenza dei ragazzi per il Vietnam.

La sezione centrale segna invece un brusco salto temporale e spaziale dei tre protagonisti, catapultando lo spettatore nel cuore dell’inferno asiatico.

La miracolosa sopravvivenza al Vietnam conduce al terzo atto: il ritorno a casa. Tuttavia, non vi è alcuna traccia dell’ottimismo dell’America uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale.

In realtà il film dedica poco spazio alla guerra in sé per sé. La rappresentazione del conflitto passa esclusivamente attraverso la metafora della roulette russa, una lucida visualizzazione del dramma di una nazione che manda a morire un’intera generazione per una guerra futile e che non è in grado di uscire da quel meccanismo di morte azionato. L’opera, spietata e cruda in alcune scene, mostra allo spettatore tutte le debolezze e fragilità dell’animo umano. Sarebbe sufficiente una pallottola per mutare il destino di un essere vivente, sia per una battuta di caccia sia in guerra.

Uno dei personaggi più profondi è infatti quello di Nick, che valse a Christopher Walken l’oscar come miglior attore non protagonista. Nick è l’amico sensibile e gioviale nella prima parte del film, ma in Vietnam, dopo aver partecipato alle torture dei Vietcong attraverso la sadica roulette russa, finisce per smarrire sé stesso, precipitando in un abisso di alienazione da cui non può più far ritorno.

APOCALYPSE NOW

“Lo senti? Lo senti l’odore? Mi piace l’odore del Napalm al mattina”.

Si tratta forse del  film più completo e folle sul Vietnam, in cui il viaggio di un soldato si trasforma in un percorso allucinato attraverso la guerra. Come disse infatti lo stesso Coppola: “Apocalypse Now non è un film sul Vietnam; è il Vietnam”.

La storia vede il capitano Benjamin L. Willard, uomo provato dalle violenze della guerra, a cui viene affidata la missione di affrontare la giungla cambogiana per intercettare ed eliminare l’ex colonnello Kurtz (interpretato da uno straordinario Marlon Brando),considerato un disertore e una minaccia.

Dato che si trattava della prima guerra trasmessa in diretta televisiva, le immagini provenienti dal Vietnam hanno sconvolto i salotti delle case americane per anni; perciò il modo migliore per raccontare quell’avvenimento consisteva nell’esaltare la finzione. Il conflitto viene rappresentato come un enorme show: tutto il viaggio di Willard lungo il fiume è costellato di scene spettacolari: in particolare la celebre sequenza dell’attacco aereo con il sottofondo della Cavalcata delle Valchirie di Wagner.

Coppola è stato il registra per antonomasia che ha portato alle estreme conseguenze questa scelta stilistica; la sua opera è quella che opta in maniera più radicale per una rappresentazione della guerra in chiave onirica.

ANNI ’80: FULL METAL JACKET

Dopo l’exploit di Cimino e Coppola, Hollywood inizia a prestare una certa attenzione alla guerra del Vietnam. Gli anni Ottanta hanno visto una vera e propria fioritura dei Vietnam movies. Questo prepotente ingresso nell’immaginario hollywoodiano è certamente dovuto al successo de “Il Cacciatore” e di “Apocalypse now”, che hanno fatto scuola per tutte le pellicole successive.

Ad influire però è stato anche il periodo storico che vedeva un clima di orgoglio patriottico creato dalla presidenza Regan e che contribuì alla riapertura del dibattito politico sul Vietnam, dopo anni di silenzio e di rimozione.

In questa fase il Vietnam non rappresentava più una pagina oscura che deve essere dimenticata, ma piuttosto un avvenimento glorioso in cui i soldati americani hanno mostrato il proprio onore. In tal ambito si inserisce un film come “Rambo II”, che, a differenza del primo, si presenta come un’opera decisamente bellicista.

Un elemento di assoluta novità sta nel fatto che i Vietnam movies degli anni Ottanta segnano un deciso ritorno alla tradizione del “war film”.

Da questo punto di vista l’opera di gran lunga più interessante è  “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick. Il regista ha optato per una scelta opposta a quella di Cimino e Coppola, volendosi collocare all’interno della tradizione del racconto di guerra.

La storia è divisa in due parti ben distinte, legate dalla presenza del soldato semplice Joker, una giovane recluta. La prima parte del film si svolge al campo di addestramento a Parris Island, dove i nuovi arrivati vengono spogliati dei capelli, della loro dignità e persino dei loro veri nomi, che vengono sostituiti da soprannomi ironici. In questa fase del film i soldati vengono addestrati a diventare “macchine da guerra” assetate di sangue, il cui unico amico vero è il proprio fucile.

Il soldato joker diventa in particolare il confidente del suo collega di campo più inetto, noto e soprannominato dal sergente maggiore Hartman come “Palla di lardo”. Nonostante la vicinanza del soldato Joker, la sua arretratezza si rivela incolmabile e una notta l’intera unità, incluso lo stesso Joker, si rivolta ferocemente contro di lui. L’incidente spinge il soldato alla follia ed il primo capitolo della pellicola termina in un bagno di sangue che coinvolge lui e il suo sergente.

Dalla seconda parte, l’ambientazione cambia e veniamo immersi nella realtà vietnamita, dove il soldato Joker lavora in un’unità di giornalismo. Ben presto scoppia la violenza della guerra e lo stesso Joker si ritrova nel bel mezzo dei combattimenti.

Anche in questo caso, il regista ha voluto dare al film un valore fortemente simbolico, aggiungendo particolari storici completamente inventati. Durante la sua permanenza in Vietnam, il soldato Joker indossa un elmetto con la scritta “Born to kill” ma anche una spilla raffigurante il simbolo della pace. Interrogato su questo da un ufficiale, risponderà ironicamente che si tratta di un commento sulla “dualità dell’uomo”.

Il contradditorio impulso umano verso la distruzione e la remissione è uno dei temi principali presi in considerazione da Kubrick. Il finale del film lo conferma, quando Joker uccide il cecchino, in realtà una donna vietnamita, per porre fine alle sofferenze che gli spari americani le hanno inflitto, nonostante avesse provocato la morte di diversi soldati del suo plotone.

Il film si chiude magistralmente con Joker ed i suoi compagni sopravvissuti che marciano non cantando i classici motivi di guerra dei Marines ma intonando la marcia di Topolino, simbolicamente introdotta da Kubrick.

“Full metal Jacket” ha assunto così il valore di un racconto sull’incompatibilità tra essere umano e macchina da guerra. Il registra non perde mai l’occasione di mostrare le contraddizioni, l’insensatezza, l’assurdità delle logiche di guerra.

Nel rilasciare un’intervista, Kubrick significativamente ha parlato del Vietnam, in correlazione anche al significato de “Il cacciatore” di Cimino:

La guerra del Vietnam è stata la prima guerra che negli USA è stata condotta soprattutto come una campagna pubblicitaria. La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa e del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna”.

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