LE AVVENTURE DI HOLDEN

 1

 I DOLORI DEL GIOVANE HOLDEN

(oppure Holden in love)

Holden faceva la Holden. Può sembrare ironico ma è così. Si era iscritto ai corsi della scuola nella sua città, quella Roma caotica di cui avevano narrato Fellini e Pasolini, che oggi più che mai si presentava spaventosa, inquietante e out of control. Fior di politici si erano avvicendati nel cercare di governarla e tutti avevano miseramente fallito. Fu proprio questa la rovina di Holden, la politica. Era iscritto a un partito di sinistra che però praticamente non esisteva più, risucchiato dalla follia fascista italiana. E così ora Holden si trovava a fronteggiare la più ardita delle imprese. Restare a galla o soccombere. Ma Holden credeva nel pensiero debole, era un eroe romantico, e quindi credeva che le storie fossero più belle coi perdenti che coi vincenti. E lui era della prima categoria. Il perdente più grande di tutti. Facciamo una cosa di sinistra, perdiamo, direbbe Renzi, con la sua immancabile ironia da toscanaccio.

Fu così che Holden perse la testa, e cosa succede a tutti noi quando perdiamo la testa? Ci innamoriamo. Almeno per Holden fu così. E non si innamorò di una qualunque. Non gli piacevano le squinziette da una botta e via. Perse la testa per la sua professoressa di scrittura, Mikaila Monferrinus. Tac. La fine. Fu la sua fine. Non avrebbe mai potuto competere col suo acerrimo rivale, il potente vicesindaco Lucius Bergamowvskij, che ormai lavorava in pianta stabile per la terribile sindaca di Roma, Virginia Raggiovksij. Tac. La fine di tutto il sogno, l’ambaradam. This is the end, come diceva quella canzone.

Naturalmente la Monferrinus non se lo filava per niente, anzi lo guardava con quella bella faccia da matta che aveva lei, come dire, eccone uno più matto di me. Fu così che un giorno arrivò il momento di morire. Tac. C’è sempre quel momento in cui ti senti morire, in cui ti sei appassionato tanto a una vicenda che non ne esci, e perdi la brocca, detto alla romana. Quel giorno era il 1 maggio, la festa dei lavoratori. Intendiamoci, Holden era un lavoratore come tutti gli altri, lavorava nella libreria di un museo. Ma in quel giorno gli venne come un’illuminazione. Adesso scrivo un racconto che parli dei lavoratori. Tac. E lo mando alla Monferrinus e le confesso il mio amore, tanto peggio di così. Tac. La tragedia è sempre in agguato in ogni vicenda. Cazzo, pensava Holden, quel Lucius Bergamowvskij mi lascerà in pace almeno il 1 maggio. Intanto io apro il mio cuore, così la mia amata ci si può tuffare dentro e vedere che batte ancora, nonostante tutto, le sigarette, l’alcool, le vicende amorose andate a schifio. Se lei potesse tuffarsi nel mio cuore vedrebbe che è pieno d’amore per lei. La Monferrinus. Che dolore, però, fare questa cosa, rinunciare ai toni leggeri, da commedia, che erano tipici dello stile di Holden, molto irriverente e anticonvenzionale. Sgrammaticato quanto basta per dire questo lo boccio subito, e infatti a scuola l’avevano bocciato. Minchia. Lasciamo perdere. Ma ora la rimpiangeva la scuola. Quello era niente. Fesserie. Non c’era più niente di comico nella sua vita. Suo padre lo spronava ad andare avanti, ma anche lui non sapeva più che pesci pigliare, erano nello stesso partito, il partito dei perdenti. Sarebbero stati risucchiati dal vortice del nulla. Che era lì pronto ad arrivare. Lascia perdere, papà, non gli rispondere più a quelli, disse Holden. Ma suo padre non lo ascoltò e fece di testa sua, come al solito. E Lucius Bergamowvksij se la rideva in Campidoglio con in mano le loro vite, le loro fragili vite, poteva fare quello che voleva, aveva il potere di annientarli con un soffio. Sapeva tutto di loro: pure quanto ce l’avevano lungo. Sai quelle cose private che vorresti restassero tali, ecco, quelle non c’erano più. Era tutto su Facebook. Mattonate su mattonate, chili su chili di meme fascisti contro di loro, o meglio contro il loro partito, e alcuni erano anche divertenti, scritti da questo o quello, ma che importava chi li scriveva, ormai. C’era la campagna elettorale. E a meno che Zuckerberg in persona non avesse chiuso Facebook, Holden e suo padre l’avrebbero persa di nuovo. Il disastro.

HOLDEN: Ciao Mikaila.

MIKAILA: Holden, come stai?

HOLDEN: Non lo so, un po’ nell’ambaradam, nel mio caos quotidiano, uno ne esce e si chiede: ma che cazzo ho fatto di male per meritarmi questo?

MIKAILA: Ah, ah, si, capisco, perchè hai abbadonato il tuo stile comico, era fico?

HOLDEN: Non c’è più niente di comico in me, la mia vita è una tragedia.

MIKAILA: Esagerato, non ci credo.

HOLDEN: E’ vero, quel Lucius Bergamowvksij me l’ha rovinata, la vita, colpa mia, che mi sono fidato di lui, pensavo che mi avrebbe aiutato e invece è uguale agli altri politici. Sa solo farsi i cazzi suoi. Ho cercato di mettermi d’accordo con loro, ma quelli sono dei pazzi scatenati, non si può parlare con loro. C’hanno i grilli per la testa.

MIKAILA: In tutti i sensi.

HOLDEN: Quindi balbadam, dico cose senza senso finchè fine non sopraggiunga.

MIKAILA: Non potresti farti dare il reddito di cittadinanza?

HOLDEN: Quella stronzata? Fossi matto, piuttosto mi compro un battello e me lo porto a Venezia a nuoto.

MIKAILA: Ah, ah, ah….

HOLDEN: Che te ridi? Non c’è niente da ridere. E’ la fine per me.

MIKAILA: Dì una cosa senza senso.

HOLDEN: Ok. Le principesse sono cambiate.

MIKAILA: Ah, ah, ah…. Beh, un senso ce l’ha, sicuramente Biancaneve era diversa da Jasmine.

HOLDEN: Era meglio Biancaneve, Jasmine  è quella gran puttana che è.

MIKAILA: Senti, ma questo è un corso di scrittura, devi scrivere.

HOLDEN: E secondo te cosa sto facendo? Sono mesi che scrivo come un cretino davanti a questo computer di merda e fosse servito a fargli cambiare una virgola a quegli stronzi. Lucius Bergamowvskij mi vuole morto, mi odia dai tempi in cui feci un blitz comico estemporaneo al suo festival. E’una nuova forma d’arte: il blitz comico estemporaneo. L’ho inventato io. Comprendi? Eh, peh, peh, peh, peh… Anche questo lo è. Ma poi la butto in tragedia.

MIKAILA: Non posso farci niente, sono solo una professoressa di scrittura, e quel Lucius Bergamowvkij mi piace anche abbastanza. Non posso amarti. Tu sei come Edward mani di forbice.

HOLDEN: E’ vero. Tim Burton me fa’ lo shampoo a me.

La fine era vicina. Arrivò Lucius Bergamowvskij.

LUCIUS: Babalabam, Monferrinus, andiamo a prenderci uno Spritz.

HOLDEN: Bastardo, tu hai ucciso mio padre.

LUCIUS: No, Holden, sono io tuo padre.

Holden gridò Nooooo al vento. Ma era tardi. La dea Kalì lo aveva già preso fra le sue braccia nel paradiso delle cause perse. Ma c’era un qualcosa di buddhista nell’aria, la dea Kalì voleva che Holden si reincarnasse in uno spirito buono, cosa che Holden non era, sempre stato cattivo.

KALI’: Ti daremo una nuova vita, Holden, scappiamo da questa mediocrità.

HOLDEN: Io non la voglio una nuova vita, rivoglio quella vecchia. Ci ero affezionato, se proprio devo rinascere preferirei rinascere fico, magari una rockstar e sposato con Selena Gomez, ammazza, che bona.

KALI’: Mi dispiace, ma la Raggiovksij ha altro in serbo per te.

HOLDEN: No, c’è lei pure di qua.

Holden chiedeva l’elemosina all’angolo della strada. Era un giorno freddo. Aspettava che le guardie venissero a prenderlo e lo portassero in un posto caldo. Ormai erano gli unici amici che aveva. Non c’era più la sua vita. Non c’era più niente. In quella mefitica città di merda.

 

2

 Holden a New York

“Papà, io sono stufo di questo paese. Vado a vivere nella Grande Mela e cerco fortuna  lì, nemo propheta in patria e non parlo di Nemo il pesciolino del cartone animato.”

“Sei sicuro di volerlo fare? Tu hai paura di tutto: anche di volare.”

“Devo farlo, questo paese non lo capisco più, è barocco, complicato, bizantino.”

“Va bene, Holden. Ma sentirò la tua mancanza, figlio mio.”

“Mi dispiace, papà. Io sono un pessimo figlio, ho tentato di fare lo scrittore ma l’unico libro che potrei scrivere sono Le mie stronzate volume 1.”

“Non essere così duro con te stesso, fai il commesso, è una nobile professione.”

“Sì, ma sono come un medico che è talmente pippa che lo mettono a fare il farmacista. Comunque guarda caso  ho trovato un posto come commesso all’hotel Scottex di Nuova Iorca, hanno una piccola libreria per bambini.”

“Ah, ti sei organizzato, allora vai, ma lasci indietro un padre col cuore spezzato.”

“Lo so, papà, mi dispiace, è colpa mia, io ti voglio bene, ma io sono claustrofobico, agorafobico, ipocondriaco, paranoico e qui non ci vivo più bene.”

“Va bene, ma spero tu sappia quello che fai, il lavoro che fai qui a Roma non è male, in molti te lo invidiano.”

“Roma è una dannata cloaca piena di topi de fogna che ce magnano sopra.”

“Eh eh, va bene.”

Holden abbracciò il padre. Nello stringerlo lo sentì fragile e si commosse, mettendosi a piangere.

“Suvvia figlio, smetti di piangere, io sono fiero di te anche se hai fatto qualche fesseria.”

“Qualche? Ricordati il titolo del mio libro. Le mie stronzate volume 1.”

Holden aspettava di prendere l’aereo. Odiava volare. Pensava sempre il peggio. “E se si schianta? E se il pilota si è bevuto una birra di troppo? E se mia nonna va in carriola?” Cavolo. Paranoia allo stato puro la sua. Ma funzionava nel suo crogiolarsi nella sua falsa intellettualità. Era stato in Italia uno scrittore mediocre, che non era mai decollato da qualche commediola per il teatro dei centri sociali, insomma le sue commedie erano stupide perché Holden non amava fare quello intelligente, il so tutto io, per intenderci, non era un professore di liceo o universitario o che caspiterina ne so io o un giornalista supercolto che fa il fico in Tv o sui social o un avvocato di quelli che sembrano usciti dallo studio di Peter Banning che poi invece era Peter Pan ma col nome cambiato o un giudice di quelli fichi che mettono in galera i mafiosi. Quelle di Holden erano solo favole irriverenti sulla società contemporanea, come quella di Rosmunda, eccentrica principessa che finiva con l’uccidere tutti gli altri personaggi dell’opera.

Ora la nuova avventura. Cielo. New York City. Holden si vedeva già proiettato in una realtà ancora più complessa della sua, e la cosa lo spaventava a morte. E il suo inglese era pessimo. Quando lo parlava sembrava Benigni in Daunbailò di Jim Jarmusch. “La vita non è un film, Holden. Devi crescere, tu vivi immerso nella tua cinefilia, ma c’è un mondo là fuori che ti odia, non ti ama, nossignore. E ora te ne vai a New York. Cielo, New York City, USA. Stati Uniti. Come mi accoglieranno? Come un profugo? Un migrante? E’ quello che sono.” Pensò Holden.  Vi risparmio il racconto lacrimevole di come Holden si cagò sotto in aereo. Bevve non so quanto vino e prese degli ansiolitici. Poi si sparò il filmazzo di Scorsese sul poliziotto  e il criminale che si scambiano il ruolo e alla fine non si capisce più niente. Ma proprio quel film dovevano fare? Paranoia. Poi si sparò il nuovo cartone animato della Disney in cui Paperino si vendica su zio Paperone strozzandolo con una bandiera americana. Ci mancava. Ma che fai, Paperino? Mah… Aveva affittato una piccola stanzetta nel Bronx a Fordham Road, una delle vie principali del Bronx. Chissà che aria si respirava lì? Si sarebbe trovato bene? Era quello che poteva permettersi coi suoi magri risparmi, mica era zio Paperone, lui. Strozziamolo … Scroooge, tu morirai male.

“Cielo, Il Bronx. Proprio uno dei quartieri più tristemente famosi.” Pensò Holden. Ma poi se ne fregò, “Oh, senti, io vado nel Bronx, voglio morire, magari mi fanno fuori, così non devo suicidarmi.” Pensiero positivo di Holden.

Sbarcò a New York che era uno zombie  quasi dormiente con due occhiaie da ubriacone. Un poliziotto gli imbruttì. C’aveva ragione il poliziotto. Holden era un criminale di mezza tacca, un reietto, un drogato, un essere unicellulare in cerca del Bronx. Prese la metropolitana per andare alla sua stanza. Questo dopo un comodo taxi guidato da un nero che lo aveva condotto a Manhattan. L’hotel in cui prendeva servizio era situato presso il n°3 di Washington Mews, vicino Washington Park. “Cielo, New York.” Pensò Holden “E ora che faccio? Mi odieranno dal primo all’ultimo secondo in cui mi vedranno. Io sono italiano, sono il cattivo, il pizzaiolo, l’essere unicellulare cugino di campagna sbagliato dell’americano medio fico.” Invece furono gentili. Molto accoglienti, anche simpatici, a tratti. Holden fece conoscenza di un ragazzo che si chiamava Johnny e della sua fidanzata Kelly. Una bella coppia. “Sei italiano? Fico, ci sono stato in Italia, a Venezia, gran ficata, ragazzi.” Disse Johnny. “In realtà mio padre è italiano, mia madre è brasiliana. Quindi sono un italo-carioca convinto e orgoglioso. Sono fuggito dall’Italia, paese complicato.” Rispose Holden. “Fico.” Ribadì Johnny a Holden. “Ma perché ti chiami come il giovane Holden?” “Non lo so, è il nome che mi hanno messo i miei genitori, mi sa che stavano in fissa con Salinger. Ma io sono un lettore pigro. L’ho letto e compagnia bella. Sono pigro in tutto quello che faccio, pure quando prendo il bus.

“I grattacieli di New York sono asfittici e altissimi, a Roma le case sono basse. Urca, che pensiero profondo, Holden.” Il suo coinquilino di casa era un cinese che faceva l’architetto. Sembrava simpatico. Si presentò a lavoro puntuale ma bestemmiando un inglese da far schifo. Come avrebbe fatto quell’impresa di fare il commesso non si sapeva. Non lo sapeva nemmeno lui. Vendere libri a Manhattan, perdipiù al Greenwich Village, zona scicchettosa. I newyorchesi c’hanno la puzza sotto il naso che manco i parigini e i romani messi insieme. Però sono simpatici. Magari poteva andarsi a vedere Cats, il suo musical preferito. Geniale. Ma paranoia per il nuovo lavoro.

Così cominciò l’avventura. Come Indiana Jones, Holden si giostrava fra la spericolatezza della sua sregolatezza e la giusta misura di un garbo puramente mmiricano ostentando la cultura che non aveva. Mai stato un uomo di cultura. Più che altro un gaglioffo goffo pieno di complessi. Il capo sembrava ok.  Si chiamava Kevin Smith, che in Italia sarebbe Marco Rossi. Un nome piuttosto comune. Ma il personaggio misterioso era il portiere dell’albergo, Lenny. “Caspita”, pensò Holden “ma quello è Woody Allen.” Si avvicinò a Lenny incerto se stesse sognando o fosse reale. “Piacere, Holden.” “Piacere, Lenny, sono il portiere.” “Non se la prenda, ma lei somiglia molto a Woody Allen.” “Sì, ma qui sono in incognito, ho smesso con il cinema, ora faccio il portiere.” “Signor Allen, sono un suo fan.” “Lenny, prego.” “Scusi, Lenny, io amo alla follia i suoi film.” “Tu sei quello nuovo, come ti chiami?” “Holden, signore.” “Come quello del libro?” “I miei stavano in fissa con Salinger.” “Ah ah… Ma tu non sei americano.” “Sono italiano. Appena arrivato nella Grande Mela. Ma perché ha smesso di fare cinema, Lenny?” “Grossi guai.” “Accidenti, lei era un genio.”

Dialogo surreale ma il cinefilo Holden stava al gioco. Lenny era Woody Allen ma ora si faceva chiamare così. Holden non credeva ai suoi occhi. Non poteva credere di avere davanti la leggenda. Troppo forte. Il lavoro era duro in quell’hotel, ma almeno aveva conosciuto Woody Allen. In incognito. Lenny.

“Sa, ho sempre sognato di lavorare nel cinema. Lenny, almeno ora lavoro con lei.” Woody Allen lo guardò intensamente. “Vuoi fare un giro in un localino che conosco col piano bar?” “Ma che scherza? Io la trovo grandioso. E Selena Gomez nel film è così bella. Sono innamorato pazzo di lei.” “Te la faccio conoscere.” “No, ma questo è troppo, sono in visibilio. Lenny, Selena Gomez è la mia Diane Keaton.” “Addirittura.” Rispose Lenny divertito. “Era per farle capire a che punto la venero.” Sussurrò Holden timidamente.

Andarono in un localino di quelli fichi a Manhattan. La musica era jazz. Lenny offrì a Holden un drink. Gli spiegò che anche lui lavorava allo Scottex da poco e che aveva raggiunto Smith tramite un annuncio sul giornale. Holden disse che aveva conosciuto Smith in Italia ed erano divenuti amici, così quando aveva pensato di venire a New York aveva optato per chiedere a lui un aiuto. Tutto ruotava intorno a Smith. Era lui il protagonista assoluto in realtà. Loro le comparse.  Arrivò Selena Gomez e si prese un drink anche lei. Holden restò imbambolato a guardarla. Era bellissima. La donna più bella del mondo e bla bla bla, le solite cose, cosa fai, cosa non fai, sono un commesso, faccio l’attrice e la cantante e come nel film Notting Hill, sembrerà incredibile, Holden e Selena si fidanzarono, Lenny cupido scherza e spazza.

Quel vecchio d’un Lenny gli aveva concesso tale mirabolante conquista. Fidanzarsi con la donna più bella del mondo. Ma seguire Selena in tournée non fu un’impresa facile. Una volta cantò in un centro commerciale in mezzo a una marea di Elfi e Babbi Natali che ballavano, era Natale, e molestarono Holden. Proprio un elfo venne lì da lui, gli andò sotto e lo abbracciò. “Lasciami, lasciami” diceva Holden. Odiava essere toccato. Soprattutto dai finti elfi di Natale. Così l’elfo disse: “Vieni a ballare con noi.” “No.” Rispose Holden. Troppo pigro anche per ballare, Holden. Disastro Holden.

Così Holden andò da Selena e le disse: “Io ti amo ma non posso seguirti, sono troppo orso e tu sei una star perseguitata da fan, Babbi Natale e paparazzi.” “Va bene, Holden.” Disse la povera Selena corrucciata. Poi Holden l’abbracciò e nel farlo si mise a piangere. “Mi dispiace, mi dispiace” diceva. E piangeva come un vitello. Disastro Holden.

Holden rientrò a casa ed era un uomo distrutto. Aveva appena lasciato la donna della sua vita.  Si sdraiò sul suo lettino e scoppiò di nuovo in lacrime. L’architetto cinese si affacciò nella sua stanzina. “Ehi, Holden, ho un nuovo videogioco, vuoi provarlo?” “No, grazie, non so giocare ai videogiochi.” Rispose funereo Holden. “Ma che ti è capitato?” Chiese il cinese. “Io e Selena ci siamo lasciati.” “Ahi, mi dispiace, amico. TI lascio solo.” Il cinese se la diede a gambe nella sua stanza e riprese il suo torneo di videogiochi di Star Wars.

Lenny piombò in casa di Holden all’improvviso. Holden gli aprì la porta in lacrime. “Tu, è tutta colpa tua.” Disse Holden furioso. “Che è successo?” Domandò Lenny. “Io e Selena ci siamo lasciati, troppi Babbi Natale fra me e lei.” “L’hai lasciata tu?” “Sì, a malincuore, io sono uno sfigato e lei è tipo l’idolo dei teenager, troppi fan, paparazzi, Babbi Natale, io sono agorafobico.” “Vabbè, dàì, non farne un dramma.” “Non farne un dramma? I miei stanno venendo apposta a New York  per Natale per conoscere la mia nuova fidanzata, e io che faccio? Sono nella cacca.” “Sanno che si tratta di Selena Gomez?” “Per fortuna mi sono tenuto sul vago, ho detto loro che si chiama Selena e fa la l’attrice, ma l’ho lasciata, ora come faccio? Sono sfidanzato.” Holden si sedette sulla poltrona sconsolato; osservava il suo misero alberello di Natale, aveva lucine di tutti i colori, blu, rosso, verde. Lenny invece meditava sul da farsi. Illuminazione. “Ho un’idea” “Quale?” Chiese Holden preoccupato: le idee di Lenny spesso erano guai per lui. “Conoscevo una nota attrice che si chiamava Selena, potresti chiedere a lei di interpretare la parte di Selena.” “Lenny, prima o poi dovremo fare un discorsetto sulle attrici che frequenti tu, ma comunque non posso fare questo ai miei, poverini, non se lo meritano.” “Beh, tanto loro non sanno che è lei.” “E dove vive?” “A Madison avenue. Magari lei ti può aiutare.” “E va bene, Lenny, proviamo, ma se è uno dei tuoi scherzi, giuro che stavolta te la faccio pagare.” “Tranquillo.”

Holden si trascinò stancamente fino a Madison avenue. Era un uomo finito, distrutto. Il sogno della sua vita, la donna della sua vita, e lui l’aveva lasciata, come un cretino. Suonò alla porta. Gli aprì Selena. “Ciao, chi sei tu?” “Un amico di Lenny.” “Lenny? come sta? E’ un secolo che non lo vedo.” “Posso parlarti in privato?” “Va bene.” Disse Selena. La casa di Selena era un trionfo del kitsch e appesi sul muro c’erano due maiali che copulavano. La Selena di Lenny era una ragazza bionda e alta, molto bella e prosperosa. “Io, scusami se ti disturbo, ma Lenny mi ha detto che sei un’attrice.” “Sì, lo sono.” “Che genere di film fai?” “Sono una pornostar.” “Una pornostar?” Holden si alzò di scatto dal divano, afferrò il telefonino e chiese se poteva fare una telefonata sul terrazzo. Chiamò Lenny. “Una pornostar, Lenny, è una cazzo di pornostar, e io dovrei presentare ai miei una pornostar come mia fidanzata?” “Tranquillo, Selena è simpatica, starà al gioco.” “Lenny, io ti uccido, ti disintegro….” Chiuse il telefono e rientrò in casa. L’imbarazzo di trovarsi in quella situazione. “Ehm , eh, eh, io….” “Tranquillo, non essere in imbarazzo.” “Il fatto, vedi, è che sono disperato, mi sono lasciato con la mia ragazza e devo presentarla ai miei genitori, vengono dall’Italia apposta per conoscerla, potresti interpretare la sua parte, solo per una sera?” “Quindi sei italiano.” “Italo-carioca per la precisione, mia madre era brasiliana.” “Va bene, ma come attrice le mie prestazioni hanno un prezzo. Quello standard è di 1000 dollari.” “1000 dollari? Ma stai scherzando? Non li ho… Al massimo posso dartene 100.” “Va bene, ma solo perché sei amico di Lenny.” Holden voleva sprofondare nel pavimento. “Quindi tu sei un amico di Lenny, sei carino.” Selena cominciò ad accarezzarlo. Holden faceva le fusa come un gatto ma poi si allontanò bruscamente. “No, senti, allora mettiamoci d’accordo, tu fai questa cosa per me e io ti do il centone, fine. Ih, cara mi costa questa cosa. Io sono solo un commesso, non navigo nell’oro.” “Dove lavori?” “All’hotel Scottex, Greenwich village, zona scicchettosa, ma vivo nel Bronx.” “Fico.” “Lenny lavora con me, ormai non fa più film. “Prima o poi tornerà a farli, quello non può stare lontano da una macchina da presa.” “Va bene, allora ci sentiamo quando arrivano i miei.” Holden uscì ed era ancora più disperato di prima. Una pornostar. L’aveva mandato da una pornostar. Era un uomo morto. I suoi genitori lo avrebbero ucciso e seppellito al cimitero degli Elefanti.

La notte Holden sognò la morte che veniva a prenderlo a casa. “Ciao stronzetto” diceva la morte “Vieni con me nei Beati territori di Caccia. Tu e le pornostar.” Il senso di colpa lo stava divorando.

Arrivarono i suoi genitori direttamente da Roma. Holden li accolse festosamente, li abbracciò e li baciò. Gli chiesero della sua fidanzata. Allora Holden pronto afferrò il telefono e chiamò Selena. “Pronto, Selena, è il tuo momento, vieni qui.” Disse. Selena arrivò a casa di Holden vestita elegantemente con un tailleur di Gucci che nascondeva tatticamente le sue belle gambe. “Buongiorno, signora, io sono Selena, la fidanzata di Holden, e sono un’attrice.” La madre di Holden la guardò interrogativa. “E che film hai fatto?” Chiese. Holden voleva sprofondare nel pavimento. “Film impegnati”, rispose Holden “Schindler’s list e compagnia bella.” “Ah, che bello.” Disse sua madre. “Figliolo” disse la madre “Siamo fieri di te e speriamo che questa tua nuova avventura newyorchese ti vada bene.” Mangiarono insieme e risero di gusto. Poi il padre e la madre di Holden tornarono al loro hotel.  Holden se ne sprofondò sul divano sollevato. “Uff, se la sono bevuta. Poveri mamma e papà, sono una persona orribile.” “Suvvia, non essere così duro con te stesso.” Disse Selena e cominciò ad accarezzarlo. “Senti, tu sei carina, ma io sono solo uno sfigato, non so se noi dovremmo….” Selena lo baciò e fecero sesso. La mattina dopo Selena sgattaiolò via da casa di Holden mentre lui ancora dormiva.

Holden si svegliò nel suo lettino in preda al senso di colpa. “Dio” pensava “che cosa ho fatto. Sono uno stronzo.” Andò in cucina e si preparò un caffè Illy che si era coraggiosamente procacciato per evitare il caffè americano, una brodaglia. “Dio…” Pensava Holden. Si svegliò anche l’architetto cinese. “Ehi, Holden, indovina un po’, è uscito l’ultimo film della tua ex.” “Dobbiamo andarlo a vedere.” Il film era un film d’autore dal titolo La Repubblicagna.

Holden nella sala cinematografica guardava incredulo questo film. In esso la Repubblicagna maltrattava la povera Cenerentola Selena e la riduceva a fare la cameriera. Nel film Selena si chiamava Milly. “Milly” diceva la Repubblicagna, “Pulisci qui, rassetta là… Lavora.” “No, no, no…” Pensava Holden e guardava con amore Selena. Holden entrò nel film. “Signora, la smetta di vessare la mia ex fidanzata. Voi repubblicani avete rotto con questa storia che voi siete i cattivi mentre gli altri fanno i buoni. Basta, tornatevene a casa. Fascisti.” “Holden, che ci fai qui? Lascia perdere.” Disse Selena. “E’ ovvio che io sono una democratica vessata dalla padroncina di turno.” Aggiunse. “Selena, amore, vieni, scappiamo via.” Holden e Selena uscirono dal film. S’incamminarono per Manhattan. Era notte tarda. “Grazie di avermi salvata.” “Dovere.” “Ma, Holden, mi spieghi una cosa?” “Cosa?” “Cos’è questa storia della pornostar?” “Niente, è un’idea di Lenny.” “Non sempre le idee di Lenny sono felici.” “Ma infatti la prossima volta che lo vedo lo uccido con le mie mani.” “Senti, se vogliamo stare insieme, dobbiamo essere sinceri l’uno con l’altro o non ne usciamo vivi.” “Va bene, amore, tutto quello che vuoi.”

La notte Holden sognò ancora la morte. “Ah, ti sei sistemato bene con la ragazzina. Vedi come ti rovino i piani.” Disse la Morte. “Morte, non scocciare, ho già tanti problemi.” Rispose Holden. “Io ti porterò con me nei Beati territori di Caccia e non si discute.” Sibilò la Morte “Non ci voglio venire.” Disse Holden insicuro “Sì, sì, raccontalo a tua sorella.” La morte aveva ragione, Holden non era adatto a fare la vita della popstar, ma amava Selena alla follia e non voleva deluderla.

Si risvegliò nel suo lettino in preda all’angoscia. Selena gli stava accanto avvinghiata come una patella. Holden cercò di non svegliarla e corse a farsi il suo caffè Illy gelosamente custodito nella teca della sua credenza. Mio caffè italiano, viva l’Italia. O forse no.  Mah…

Andò a lavoro. Lenny lo aspettava al varco. “La tua idea della pornostar non è piaciuta a Selena.” Disse Holden. “Ma sai, l’ineluttabilità del caso ci porta a compiere gesti inconsulti.” “Lenny, io faccio sul serio con questa ragazza, non mandarmi tutto a monte.” “Secondo me a questo punto quella che vuole mandare tutto a monte è lei.” “Non sarebbe la prima a farlo.” “Devi giocare d’astuzia, corteggiala, stalle accanto, falle capire che lei per te è importante.” “Lenny, ho fatto una fesseria, ed è tutta colpa tua.” “Io ti reggo il gioco.” “Ma quella ora è gelosa della pornostar.” “Ahia…. Ci sei andato a letto?” “Solo una volta.” “Pure tu però.” “Lei insisteva.” “Le donne sono inclini al perdono se non le strapazzi troppo sentimentalmente.” “Questo non è vero manco per niente. Comunque spero non sia troppo incacchiata o faccio la fine del somaro. Io sono uno sfigato, e lei una strafica, comunque a vincere sarebbe lei.” “Comprendo il problema. Ti va una partitina a Poker a casa tua?” “A casa mia? Ma c’è Selena.” “Che ti frega…” “Va bene” Disse Holden sempre più preoccupato.

Così Lenny organizzò un torneo di poker a casa di Holden con alcuni amici. Selena si aggirava per la piccola casa in cerca del suo telefonino. Si avvicinò al tavolo dei giocatori. Salì in braccio a Lenny. “Lenny” disse “quando facciamo un film insieme?” “Va bene, zucchero, per te lo farò.” Disse Lenny. Holden era furioso. “Potresti scendere dalle sue ginocchia, Selena. Tu sei la mia ragazza.” Selena si arrabbiò pure lei. “Uffa, Holden, quanto rompi, sei il solito maschio possessivo e geloso.” “Io non sono geloso.” “Sì, lo sei, e molto.” Chiosò Selena.  Lenny si alzò trionfante. “Faremo un film sull’ineluttabilità del caso nella vita di tutti i giorni.” Holden ghignò: “Originale” Disse. “Oh, insomma, Holden, non vuoi vedere un mio bel film?” “Sì, ma non provarci con la mia ragazza.”

Morale della favola: Lenny tornò a essere solo Woody Allen e si licenziò dall’hotel Scottex. Lui e Selena tornarono a fare film insieme e Holden ci restò fregato, perché i due s’innamorarono follemente. Selena lo lasciò malamente e Holden si ritrovò da solo come un cane a New York, senza conoscere nessuno che potesse aiutarlo.

Ma i guai non erano finiti lì. Un giorno di pioggia uno sbirro si presentò a casa di Holden e non aveva per niente un’aria amichevole, come tutti gli sbirri. “Salve, signor Holden, sono il tenente Dick Tracy dell’FBI degli Stati Uniti d’America.” “Dick Tracy? Come quello del film?” “Esatto”. “Vorrei porle alcune domande riguardo alla pornostar Selena. Lei la bazzicava, giusto?” “Ci siamo visti un paio di volte.” “Lei forse non sa che la ragazza è stata ammazzata.” “Ahia…” “Da un mafioso di nome Cicc, che sostiene di averlo fatto perché l’attrice in questione a suo parere non sapeva recitare.” “Beh, ma che deve recitare una pornostar?” “Signor Holden, non faccia lo spiritoso. Lei era un suo amico. Da oggi è ufficialmente sotto indagine anche lei. Si va a processo, signor Holden, lei è un nemico degli Stati Uniti d’America.” “Io non sono un nemico degli Stati Uniti, signore, io sono italiano, il mio paese fa parte della NATO, lo sa cos’è la NATO?” “Lo racconterà al giudice questo.” “Ma io non c’entro niente, voglio un avvocato.” “E va bene, è un suo diritto.”

PROCESSO A HOLDEN

Il giudice Nanni Moretti si aggirava per il tribunale americano in preda al panico, era il solito Moretti, vestito con la toga e con la barba perennemente irsuta. Lui e Holden erano nemici di vecchia data e finalmente si sarebbe preso la sua rivincita. L’avvocato Peter Banning difendeva Holden. Era il migliore nel suo campo. Ma con quel giudice non ci sarebbe stato niente da fare. “Signor Holden” disse il giudice “Getti la maschera. Lei è solo un figlio di papà viziato e arrogante che si sente chissà chi. Lei non si chiama Holden, si chiama Antonio Causi ed è nato a Roma il 30-10-1983 nel quartiere di Monteverde dove io risiedo.” “E’ vero.” L’avvocato fece segno a Holden di tacere. “Lei lasci parlare me” disse Peter Banning. “Tutta questa mascherata, ma lei è solo un puttaniere e un alcoolizzato, un poco di buono, ma lei che lavoro fa?” Peter Banning rispose: “Il mio cliente fa il commesso in una libreria e lo scrittore per hobby.” “E secondo lei fare lo scrittore è un hobby?” Ghignò il giudice. “E’ la passione del mio cliente. Antonio scrive per dissacrare i falsi miti degli intellettuali che gli rompono i cabasisi.” “Eh, beh, comunque la cosiddetta pornostar l’hanno fatta fuori, puttaniere, e lei la pagherà. La sua condotta, signor Antonio, è immorale.” “Il mio cliente ha avuto un periodo difficile di crisi artistica ed è un grande amante delle donne.” “Sì, forse un po’ troppo.” “Lei è fazioso.” Tuonò Peter Banning. “Io dico la verità.” Rispose il giudice. “Io sono stato chiamato da questo tribunale americano per condannarla, signor Causi, lei ha finito di fare il puttaniere e l’alcoolizzato, perché lo decido io. La condanno al massimo della pena. Sì.” “Lei non è un giudice, è uno sciacallo, il suo è un processo mediatico.” Disse Peter Banning. “Oh, la faccia finita, avvocato delle cause perse, la legge è legge, ed è uguale per tutti.” “Ricorreremo in appello.” Disse Banning. “Fate come vi pare, tanto qualche annetto di carcere a quel criminale non glielo leva nessuno.” Sentenziò il giudice. Così Holden venne condannato alla reclusione forzata.

Fu così che la sera prima che gli sbirri venissero a prenderlo per portarlo in carcere Holden decise di compiere l’estremo gesto e si suicidò buttandosi dal ponte di Brooklyn.

La morte leggeva un libro su Bergman sul suo divano di casa: “Mah, secondo me questo Bergman si faceva troppe pippe mentali.”. Lo spirito di Holden piombò in casa sua. “Ehi, stronzetto, lo sapevo che avresti ceduto alle mie lusinghe. Vieni, andiamo via.” La morte e Holden s’incamminarono per le vie di Manhattan. “Dove andiamo adesso?” Chiese lo spirito di Holden. “A vedere Cats.”

3

EPILOGO

HOLDEN NELLO SPAZIO

Fu così che Holden s’imbarcò nella ciurma dello spietato pirata galattico Long John Silver e iniziò una nuova avventura.

Ringraziamenti: ringrazio mio padre, la mia famiglia, ma anche i miei maestri Alessandro Baricco, Marco Gervasio, Arianna Rea, Luca Ricci, Michela Monferrini e Paolo Di Paolo.

A.C.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

 

 

 

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