La Casa de Tuty: un campo di volontariato in Perù

“Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo.”(Tiziano Terzani).

La Casa de Tuty: il racconto di un campo di volontariato in PerùLa diversità può essere sfiorata, toccata o evitata. La diversità può essere rifiutata. La diversità può essere ignorata, può creare problemi, incertezze o paure. La diversità può far vacillare le convinzioni, può scuotere gli animi e muovere le coscienze. Ma la diversità può anche essere accolta. Si può amare la diversità. Ed è di amore e di diversità che oggi vi voglio parlare. Vi voglio raccontare una storia di condivisione e accoglienza.  Vi voglio raccontare di un luogo lontano e di tanti cuori vicini.

Siamo a Trujillo in Perù, più esattamente in campiña de Moche. Qui circa una ventina di anni fa nasce il CAEF (centro de Atenciòn y education a la familia) o “Casa de Tuty”, una casa-famiglia che accoglie bambini che hanno subito maltrattamenti, violenze o stati di abbandono. Il nome ha un significato ambivalente: Tuty è il diminutivo di Judith, direttrice e fondatrice del centro, ma ha anche una forte assonanza con il termine italiano tutti proprio ad indicare che la casa è un luogo aperto a tutti.

La Casa de Tuty: il racconto di un campo di volontariato in PerùQuesto centro non è finanziato dallo stato, ma tutte le spese economiche sono coperte dalla Compagnia del Perù Onlus. La Compagnia del Perù nasce una quindicina di anni fa da un gruppo di persone che facevano parte della lega missionari studenti italiana. In un campo di missione in Perù entrano in contatto con questa realtà e decidono di collaborare concretamente con Judith e il CAEF dando vita ad una serie di eventi, raccolte fondi e campi di volontariato.

Questo campo viene fatto ogni anno nel mese di agosto, sono circa 25 i volontari che raggiungono dall’Italia la Casa de Tuty. Questo anno tra loro c’era anche Azzurra, studentessa romana al sesto anno di medicina. È a lei che rivolgo alcune domande per capire meglio e più a fondo la realtà che si sono trovati davanti una volta arrivati in Perù.

Ciao Azzurra! Quando sei venuta a conoscenza dell’esistenza del CAEF e perché hai deciso di partecipare a questa esperienza?

In realtà io ho sempre voluto fare una esperienza di questo tipo, poi un giorno una mia amica, casualmente, avendo parlato a sua volta con una sua conoscente, mi informa circa l’esistenza di questa associazione e da lì io ho deciso di avvicinarmi a questo progetto e di informarmi meglio.

La Casa de Tuty: il racconto di un campo di volontariato in PerùIo ho scelto di partire fondamentalmente per due ragioni: la prima è che il volontariato ha in qualche modo sempre fatto parte della mia vita e non trovando più negli ultimi anni il tempo di farlo come avrei voluto, questa occasione mi sembrava un buon modo per dedicarsi all’altro nuovamente.

E poi sinceramente anche per relativizzare il mio punto di vista, io infatti mi sento di vivere una vita tendenzialmente privilegiata, vivo nel quotidiano una realtà tranquilla che riconosco non essere quella di tutti e soprattutto non è quella di tutto il mondo. Volevo uscire dal mio microcosmo e in qualche modo riuscire a percepire come si vive davvero nella stragrande maggioranza del mondo.

Come è stata la vostra esperienza in casa- famiglia? Quali erano i vostri compiti e come si svolgevano le giornate?

La nostra giornata tipo cominciava intorno alle 7 quando alcuni di noi a turno accompagnavano i bambini più piccoli a scuola, poi dopo la colazione ci dedicavamo alla preparazione delle attività e dei giochi da fare nel pomeriggio. Alcuni di noi davano una mano nella preparazione del pranzo o a pulire, andavamo a prendere i bambini da scuola e mangiavamo tutti insieme. Subito dopo pranzo li aiutavamo a fare i compiti e iniziavamo le attività previste per quel pomeriggio.

Ciascuno di noi era stato diviso e assegnato ad un gruppo ed era con quello che passava la gran parte del tempo. La giornata dei bambini si concludeva presto subito dopo la cena verso le 8, mentre la nostra proseguiva con un momento di condivisione nel quale ci raccontavamo le emozioni e i momenti più importanti vissuti durante il giorno.

Quale è la realtà del Perù? Cosa maggiormente ti ha colpito di questo paese e dove hai notato di più la diversità?

Sicuramente il Perù è un paese del terzo mondo, ti accorgi di essere in un paese diverso dall’Europa e dall’Occidente. Già all’arrivo a Lima ti rendi conto delle grandissime disuguaglianze sociali e dei divari esistenti, non esiste quasi per niente il ceto medio nel Sud America, ci sono i ricchissimi e i poverissimi.

Noi abbiamo visitato nella stessa giornata quartieri poverissimi dove le case erano fatte di baracche, sporche, senza finestre con donne che cucinano per terra dove le condizioni igieniche e sanitarie sono davvero precarie e poi due ore dopo quartieri, come il quartiere Miraflores, super occidentalizzati con bei palazzi, grandi giardini e vicini al mare.

Un’altra cosa che mi ha davvero toccato è il problema del lavoro minorile che lì è davvero una realtà estremamente radicata e diffusa. Il lavoro è prioritario anche rispetto alla scuola, i bambini a Lima lavorano principalmente come venditori ambulanti, ma in altre zone magari lavorano in miniera e questa realtà è così tanto radicata che iniziano a sorgere associazioni di bambini lavoratori che reclamano i loro diritti e che periodicamente si incontrano con le autorità proprio per far valere il loro stato di bambini lavoratori.

Poi l’istruzione anche. Le scuole pubbliche lì non ti garantiscono un’adeguata preparazione. Mi è stato spiegato che lì l’istruzione è pubblica o privata, i ricchi vanno nelle scuole private e i poveri in quelle pubbliche. Ma a livello di didattica è una didattica basica, noi facevamo i compiti con loro e mi sono resa conto che non c’era una vera e propria percezione dell’apprendimento. È difficile da spiegare, ma l’istruzione lì non è finalizzata alla comprensione, è piuttosto qualcosa di meccanico.

Un’altra cosa che mi ha colpito è ovviamente lo stato di povertà in cui verte la popolazione che inevitabilmente comporta una malnutrizione evidente. L’alimentazione non è un’alimentazione equilibrata o corretta, non ci sono proteine o vitamine, si mangia prevalentemente riso. La mortalità infantile in Perù è alta, così come numerosi sono i maltrattamenti, le violenze e gli abusi nelle famiglie.

Se ti dicessi pensa a tre colori riassuntivi per questa esperienza, quali sceglieresti e perché?

Il primo colore che mi viene in mente è sicuramente il rosso, il rosso perché ho visto tanta passione lì, sia da parte nostra, che da parte di chi si dedica a questo progetto da anni, dalla psicologa, alla cuoca o agli educatori che sposano questa causa e si prendono cura di questi bambini da tempo. Poi l’azzurro perché è il colore di un murales che si trova nel patio della casa-famiglia e mi ricorda tutto quello che abbiamo fatto e vissuto lì, i momenti di condivisione e quelli di spensieratezza trascorsi insieme ai bambini.

E poi direi il verde speranza perché in tutto quello che noi abbiamo ascoltato, in tutto quello che abbiamo visto o conosciuto di una realtà estremamente drammatica e sfortunata, il CAEF rappresenta quella nota di speranza che dona a questi bambini una seconda possibilità.

Giorgia Recchiuti

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