LA DISOCCUPAZIONE IN ETÁ AVANZATA: UNA TESTIMONIANZA

La disoccupazione, in età avanzata e non, è una piaga che affligge il nostro Paese dalla crisi finanziaria del 2008. A causa di quest’ultima infatti, moltissime fabbriche ed aziende si sono trovate fortemente indebitate e sono state obbligate a chiudere. Tali chiusure hanno a loro volta portato al licenziamento di ampissime parti della nostra società e ad un reinserimento nel mondo lavorativo che per molti si è rivelato piuttosto difficile. 

Una testimonianza di quella situazione ce la fornisce Fabrizio (nome di fantasia per proteggere la privacy dell’intervistato), che ci ha raccontato di come si è trovato disoccupato e di come ha reagito a tale situazione.

Intervista ad un disoccupato
Intervista a Fabrizio (nome inventato) sulla disoccupazione

Quando e come ti sei trovato senza lavoro? 

“Io ho lavorato fin dalla prima età adulta presso una fabbrica in cui venivano prodotti articoli in finta pelle come magazziniere. Mi occupavo quindi degli inventari. I primi problemi sono iniziati con il cambio di dirigenza, dai genitori ai figli, a causa di mala gestione dell’attività. La disoccupazione effettiva è avvenuta tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. In quel periodo venivo chiamato sempre meno, fino all’effettiva notizia.”

Qual è stata la tua reazione iniziale davanti alla notizia di licenziamento?

“Sicuramente tanta rabbia. Lavoravo in quella fabbrica da quando avevo 20 anni e mi hanno lasciato in mezzo ad una strada dopo 30 anni di lavoro. Non ti nascondo che ho provato anche tristezza, forse anche un po’ di malinconia e paura.”

Come ti sei posto di fronte alla nuova situazione? Come hai iniziato ad occupare il tempo libero?

“All’inizio ho immediatamente cercato una nuova occupazione, anche per sostenere la mia famiglia. Certo, non è stato esattamente facile occupare la sovrabbondanza di tempo libero che avevo. Fortunatamente vivendo in campagna è stato più semplice, coltivando un piccolo orto e prendendomi cura dei miei animali. Resta sempre il fatto che ti senti svuotato quando ti trovi in quella situazione.”

Hai trovato facilmente una nuova occupazione o hai incontrato delle difficoltà?

“Non molte, ma questo è dovuto al fatto che mi sono sempre accontentato delle proposte che mi venivano fatte. Ho fatto dei lavori umili, anche a nero e senza contratto, ma ero obbligato dalle circostanze. Ho lavorato in questo periodo come giardiniere, manovale edile, anche come impiegato di una pompa funebre. Ovviamente c’erano i rischi legati agli infortuni sul lavoro, ma in qualche modo dovevo portare qualcosa a casa,”

Com’è cambiata la tua famiglia da allora a causa della situazione?

“Ovviamente dal 2008 ad oggi i miei figli sono cresciuti e mia moglie è stata per un periodo l’unica che portava denaro in casa. É stata in generale una situazione piuttosto difficile.”

Ti sei sentito aiutato dallo Stato?

“No, mi sono trovato davanti un vero e proprio muro. Lo Stato non si è minimamente attivato per aiutarmi e lo stesso è successo ad altri miei amici o conoscenti. Ho seguito alcuni corsi di formazione in informatica o psicologia, ma mi sono serviti a ben poco nella ricerca di un nuovo lavoro.”

Come pensi si dovrebbe attivare lo Stato per risolvere tale problema?

“Io penso che le persone disoccupate potrebbero essere impiegate nei Comuni, anche per lavori più umili come operatori ecologici o simili. Inoltre l’idea dei corsi di formazione era un’idea giusta, ma avrei preferito insegnamenti più pratici. Tali insegnamenti mi avrebbero aiutato più facilmente a trovare lavoro. Imparare materie più teoriche a cinquant’anni non è facile e non è stato neanche utile.”

IL MERCATO DEL LAVORO POST-2008 IN ITALIA ED IN EUROPA

Gli effetti della crisi economica: un'intervista

La crisi finanziaria del 2007-2008 ha influito notevolmente sull’incremento dei disoccupati in tutta Europa, colpendo alcuni Stati in particolare. L’intervento stesso dell’Unione Europea ha riguardato maggiormente il mercato del lavoro in sé rispetto all’effettiva crisi finanziaria e macroeconomica.

Per affrontarla, l’Unione Europea ha chiesto ai Paesi membri delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro. Per alcuni Paesi rispetto ad altri è stato più facile implementarle ed interventi di questo tipo hanno portato inoltre ad un indebolimento significativo della tutela dell’occupazione in alcuni Stati.

Questa mancanza di tutela si è rivelata altamente svantaggiosa sia per il mercato del lavoro che per la stessa economia. La situazione occupazionale in Italia rimane ancora oggi un argomento delicato, nonostante siano passati quindici anni.

Infatti, nonostante nel post-crisi siano aumentati (sebbene solo parzialmente) i posti di lavoro da occupare, questi, grazie alla deregolamentazione, erano atipici e di scarsa qualità. Si ha infatti un aumento dei lavori part-time o lavori a tempo determinato. Altri ancora hanno preferito buttarsi maggiormente sul lavoro autonomo individuale. 

Se subito dopo la crisi si è vista una diminuzione significativa dei contratti a tempo determinato, dopo la crisi vediamo una situazione diametralmente opposta. Infatti all’inizio della crisi i primi ad essere licenziati furono proprio gli impiegati a tempo determinato, per spostarsi in seguito, quando necessario, al licenziamento degli impiegati a tempo indeterminato.

Secondo i dati della Banca d’Italia, il picco massimo di disoccupazione in Italia si è raggiunto nel 2014, con un 12,7% e con picchi (nell’ultimo periodo dell’anno) pari a 13,5%. Si è poi assestato in seguito intorno al 11%. Queste cifre rappresentano un grande salto dalle cifre già alte del 2008, in cui la disoccupazione era pari a 6,7%. Tali percentuali rappresentano numeri elevatissimi della popolazione: dai più di un milione di disoccupati del 2008 si passa nel 2014 a tre milioni e mezzo.

All’interno di questi milioni di disoccupati ritroviamo tutte le categorie che compongono la società italiana, di qualsiasi età o sesso. Le difficoltà incontrate da giovani o dalle donne ci sono tuttavia familiari, ma vengono ignorate le difficoltà di tutti coloro che sono nel pieno dell’età adulta e si ritrovano improvvisamente senza lavoro.

La disoccupazione in età avanzata presenta per moltissimi un vero dramma. C’è però da dire che, dati alla mano, la categoria degli ultra 55enni sta affrontando una crescita dell’occupazione con un tasso pari a 1,9%, maggiore della crescita affrontata dalla fascia di persone tra 35 e 49 anni d’età.

Questa maggiore crescita tuttavia è da rapportare al minor numero della popolazione che ha tra i 15 ed i 49 anni d’età rispetto ai cosiddetti anziani. C’è inoltre da tener conto che molti appartenenti alla fascia dei 55 anni ed oltre che non lavorano spesso percepiscono dallo Stato una pensione o qualche tipo di agevolazione.

Restano fuori tutti coloro che hanno più di 55 anni ma non hanno né un lavoro né percepiscono una qualche pensione. 

Come combattere la disoccupazione in età avanzata?
La difficoltà nel trovare un impiego dopo una data età

(per approfondire: https://www.bollettinoadapt.it/la-disoccupazione-dei-lavoratori-anziani/?pdf=148096 )

(dati ISTAT: http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCV_TAXDISOCCU1 )

COME SI POTREBBE INTERVENIRE?

Il problema della disoccupazione provoca una reazione a catena che si ritorce su tutta la popolazione italiana: se meno persone percepiscono uno stipendio fisso, allora meno persone saranno contribuenti. Questo porta quindi una minor quantità di entrate a disposizione dello Stato per mantenere o iniziare lavori e di servizi di pubblica utilità. Tra gli esempi più banali, minor soldi per il sistema sanitario e per il sistema scolastico, ma anche meno soldi per l’effettuarsi di lavori riguardanti strade o ferrovie.

Esisterebbero vari modi per superare l’ostacolo sociale della disoccupazione in tarda età adulta che il governo potrebbe attuare. Tra i più banali ci sarebbe ad esempio un aumento della spesa pubblica, seguendo la falsariga del presidente americano Delano Roosevelt con il suo New Deal.

Con questa politica Roosevelt puntò tutto sulla spesa pubblica, secondo l’idea che la disoccupazione si risolvesse facendo entrare nuove persone nei lavori finanziati dallo Stato. Quindi, ad esempio, la costruzione di nuove ferrovie o di nuovi edifici porterebbe molte più persone ad essere occupate nel progetto.

Un’idea di questo tipo potrebbe inoltre includere posti di lavoro anche per persone che non posseggono titoli particolari o non conoscono a fondo un certo lavoro. Aumentando il numero degli occupati, aumenterebbe anche il numero di contribuenti come conseguenza e, avendo ora i disoccupati uno stipendio, si rimetterebbe anche in circolo l’economia. Infatti un maggior numero di persone sarebbe disposto a spendere il proprio denaro, portando ad un aumento della domanda e, per soddisfare la richiesta, verrebbero assunte nuove persone.

Un’altra soluzione potrebbe essere quella di fornire a queste persone un contributo statale mensile di una determinata cifra, per permettere loro di continuare a vivere dignitosamente ed evitare che cadano in depressione o in dipendenze, sia da alcool che da gioco che da droghe. La mancanza di un’occupazione per molti diventa infatti una grande fonte di problemi, nonché di vergogna.

Garantendo una cifra mensile fissa, tanto ad occupati quanto a disoccupati, si evita da una parte che le persone senza un lavoro si sentano un peso per la società; dall’altra parte però si garantisce che vivano dignitosamente. Con quella cifra infatti dovrebbero poter pagarsi un affitto e fare la spesa. In questo modo si eviterebbero malattie mentali più gravi o dipendenze che farebbero si che questi non si allontanino dalla società stessa, nonché un’eventuale vita sulla strada nei casi più gravi.

Infine, un altro modo per intervenire sulla situazione sarebbe appunto attraverso dei corsi professionalizzanti. Come detto dall’intervistato, dei corsi di formazione attualmente esistono, ma hanno dei programmi vaghi e molto teorici.

Si potrebbero quindi creare una serie di corsi con personale specifico che è competente nell’area tra i quali le persone possono scegliere. Questi potrebbero infatti indirizzarli precisamente verso una determinata strada e permettere anche di trovare un’effettiva professione alla fine del percorso.

Si potrebbero quindi preparare una serie di incontri ai quali ci si potrebbe iscrivere attraverso una specifica piattaforma. Gli incontri toccherebbero quindi tutti gli ambiti di quella professione, da quelli più pratici fino ad arrivare a quelli economici, ad esempio.

Si potrebbero trovare quindi corsi di cucina, in modo da poter lavorare in ristoranti o bar, ma anche corsi di guida per particolari veicoli come tir o camion, in modo da potersi inserire nel trasporto o nella consegna a casa di oggetti comprati su siti online.

Alla fine del percorso, i frequentanti verrebbero quindi presentati ad aziende, negozi o altre realtà che cercano personale nel settore in cui la persona si è specializzata. In questo modo si risolverebbero due problemi contemporaneamente: sia quello dei disoccupati, che quello dei datori di lavoro che dicono di non riuscire a trovare personale.

É comunque vero che, perché una visione del genere si avveri, è necessario anche regolare il costo orario che viene attribuito al lavoro di una persona. Sarebbe quindi necessario arrivare ad un salario minimo orario che sia basato anche sull’attuale costo della vita in Italia. Questo è necessario perché, per poter evitare ricadute quali depressione o alcolismo, chi si immetta nuovamente nel mondo del lavoro deve riuscire a poter vivere decentemente con il proprio stipendio.

Diventa necessario allora l’intervento dello Stato e del governo, che devono monitorare sia lo stipendio mensile dei propri cittadini per verificare che sia adeguato, sia la sicurezza sul posto di lavoro di questi. Senza interventi sulla sicurezza sul posto di lavoro e sullo stipendio, gli altri progetti per diminuire la disoccupazione diventano frivoli.

Secondo la nostra Costituzione, l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Eppure gli interventi effettivi a favore del démos portati avanti negli ultimi tempi sembrano essere sempre fallaci e poco influenti nella società reale. A questo punto verrebbe da chiedersi se non ci si sia totalmente scordati del significato di tale articolo mentre si legifera in Parlamento.

Il lavoro è la base della nostra Costituzione
“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here