Il mercato azionario oscilla. I governi cadono. L’industria del mistero su Emanuela Orlandi, invece, non conosce crisi. Dal 1983 a oggi, la sparizione della quindicina cittadina vaticanese si è evoluta da tragedia familiare a solido asset finanziario per le redazioni giornalistiche e le piattaforme di streaming a caccia di un bonifico facile.
Per quarant’anni il giornalismo nostrano ha applicato una formula magica di straordinaria efficacia: prendere un faldone giudiziario, svuotarlo di ogni fatto noioso e riempirlo di spie bulgare, banchieri suicidati, agenti segreti e prelati lussuriosi. Il segreto del successo sta nell’evitare con cura qualsiasi forma di verifica delle fonti. Controllare una notizia, del resto, rischia di distruggere una bellissima teoria del complotto. E le storie di copertina non si fanno mica con i verbali della Procura. Si fanno con il brivido del dubbio, rigorosamente monetizzato da tanti allocchi.
Il culmine di questa strategia è stato raggiunto con l’esotico lancio della “pista inglese”. Con il tempismo perfetto che solo grandi giornalisti delle bufale sa dettare, sono spuntati dal nulla finti fogli spese del Vaticano, indirizzi di ostelli a Clapham Road, fantomatiche lettere dell’arcivescovo di Canterbury ricche di errori di sintassi e firme di cardinali presi dal web. Poco importa che le perizie grafologiche abbiano bollato quei documenti come palesi falsi. Per i pennivendoli dello share la “connessione inglese” è diventata una miniera d’oro. Una finta lettera vale pur sempre tre puntate in prima serata, un paio di speciali in streaming e decine di migliaia di visualizzazioni. L’importante non è che la pista sia vera, ma che sia fotogenica e abbastanza confusa da riempire i minuti prima del blocco pubblicitario.
Ad alimentare questa giostra mediatica che gira a vuoto dal 1983, c’è una legione di illuminanti penne del panorama giornalistico che di illuminante hanno solo il Bancomat notturno fuori dagli sportelli dell’istituto di credito. Ciascuno di loro sventola una propria cartellina colorata, urlando verità che durano esattamente lo spazio di uno spot pubblicitario. Non importa se le loro fumose teorie vengono smentite dai fatti cinque minuti dopo la messa in onda: il gettone di presenza è assicurato, la dicitura “esperto del caso Orlandi” sul biglietto da visita pure, e il circo può continuare a girare senza che nessuno chieda mai il conto di tante fesserie.
Il giornalismo d’inchiesta (anzi, su richiesta) ha così trasformato il caso di Emanuela Orlandi in uno show permanente. C’è chi segue la pista dei cardinali pedofili, chi parla di criminali che stanno più nei salotti televisivi che sulle sedie elettriche, chi scava nella case del jazz trovando solo polvere, chi cita il supertestimone di turno che ha la credibilità di un venditore di tappeti usati; l’importante è che tenga lo spettatore inchiodato allo schermo. Il capolavoro finale di questo sistema è la totale assenza di memoria. Una pista si rivela una bufala colossale? Nessun problema. Si archivia la “verità” senza chiedere scusa e si passa alla “verità” successiva, preferibilmente con un titolo strillato che contiene le parole “dossier segreto”, “Vaticano” e “svolta clamorosa”. La verità, in fondo, sarebbe un pessimo affare per tutti: se il caso venisse risolto, i giornalisti perderebbero il loro format più redditizio e dovrebbero inventarsi un’altra serie. Meglio continuare a fatturare sul nulla.




