(Non del santo di Padova ma di Sant’Antonio Abate)

Sant’Antonio Abate non gode della popolarità di cui gode il suo omonimo di Padova, peraltro originario del Portogallo, ma sicuramente ha i suoi devoti tra gli umani e, se solo potessero parlare, li avrebbe anche tra gli animali.

Il santo, infatti, viene ricordato soprattutto per essere il protettore degli animali, ma anche gli uomini gli sono grati perché, secondo una bella leggenda popolare, avrebbe portato  il fuoco sulla terra, anche se il fuoco era conosciuto  da tempo immemorabile.

S. Antonio Abate, impietositosi per le sofferenze degli uomini che pativano il freddo ed erano costretti a mangiare i cibi crudi, decise di andare nientemeno che all’inferno per catturare una fiammella da regalare agli umani infreddoliti.

Il viaggio non fu per nulla agevole, né il compagno scelto per l’ardito viaggio fu dei più tranquilli.

In compagnia di un vivace porcellino, il buon Antonio si avviò  verso l’inferno per compiere  la sua missione umanitaria, ma giunto alle porte dell’orrenda spelonca, i diavoli, armati di forconi appuntiti, urlando come ossessi improperi irripetibili, lo cacciarono via in malo modo, proprio perché era santo, ma nel trambusto che si era venuto a creare non si avvidero che l’astuto e veloce porcellino era riuscito ad intrufolarsi nell’inferno.

Non si era mai visto un porcello all’inferno, ma lì per lì i diavoli, abituati a vedere dannati di tutti i generi, non vi fecero molto caso.

Passati pochi giorni, però, il porcello, che non sapeva stare fermo nemmeno per un momento,  creò un caos tale che tutto l’inferno venne messo a soqquadro.

L’animaletto cominciò ad inseguire i diavoli  dappertutto e a nulla serviva l’attrezzatura di lavoro che avevano in mano per tormentare e tenere a bada i dannati, sicché uncini, bastoni e fruste finivano sistematicamente nel fuoco per non essere d’ostacolo al fuggi fuggi generale a causa dell’assatanato porcello.

Alla fine, i poveri diavoli, stanchi e trafelati, si riunirono a consulto e decisero di richiamare Sant’ Antonio affinché li  liberasse dal tempestoso suino.

Il santo non si fece pregare e pur di riavere indietro il suo porcellino, decise di accogliere immediatamente l’accorata richiesta.

Munito di un lungo bastone si avviò verso la bocca dell’inferno dinanzi alla quale una nutrita schiera di diavoli lo stava aspettando.

Giunto sul posto, il porcellino uscì di corsa per andargli incontro e in quel preciso istante il santo approfittò dell’occasione per infilare il suo bastone nel fuoco e catturare così una fiammella da portare agli uomini.

Compiuta l’operazione, il sant’uomo ed il porcello si allontanarono velocemente da quel luogo infernale.

Da quel momento la figura di S. Antonio, legata al fuoco,  è entrata nelle tradizioni popolari, specialmente a Novoli, in provincia di Lecce, dove a partire dal 1666, S. Antonio Abate fu  nominato  patrono  della cittadina.

La festa in suo onore si celebra nei giorni 16 e 17 gennaio di ogni anno.

All’inizio, in questa ricorrenza, nel  paese venivano accesi dei fuochi in vari punti della città, ma nel XV secolo, dei veneziani che si trovavano lì forse per commerci, suggerirono alla popolazione di fare un unico  grande fuoco nel centro del paese per rendere più spettacolare l’avvenimento.

Il suggerimento venne accolto ben volentieri perché la soluzione fu giudicata eccellente e così a Novoli nacque la grande  Focura.

La Focura, però, non è un fuoco qualunque perché le modalità con cui viene preparata, ed alimentata, sono rigorosamente prestabilite.

Viene  accumulata  una enorme catasta di legna, a forma di cono, di circa ottantamila fascine con in cima un ramo di arancio, delle spighe di grano e un’immagine di Sant’Antonio Abate.

Questo lavoro spetta ai Pignunai, cioè a contadini esperti nel fare i covoni di grano, perché accatastare adeguatamente tutte le fascine della Focura non è cosa da poco.

Il 16 gennaio avviene la benedizione  degli animali, come in tante altre città d’Italia,  poi inizia la processione con le confraternite che portano grossi ceri chiamati Sugghi.

Molto partecipata è la processione della sera con la statua del Santo che fa il giro del paese, con preghiere e canti della popolazione che vi partecipa in gran numero.

Non manca la raccolta delle offerte e subito dopo il rientro in chiesa della statua viene accesa la  Focura che deve essere alta quanto il Duomo di Novoli, e attorno ad essa si raccoglie la popolazione  per chiacchierare, per mangiare e per bere un buon bicchiere di vino delle generose uve della Puglia.

La gente si ferma a lungo per godere lo spettacolo dell’immenso falò, mentre i fuochi d’artificio  illuminano il cielo di mille colori.

Alla fine della lunga giornata ogni abitante si porta a casa un tizzone acceso, o un po’ di cenere calda, come ricordo della  Focura e come portafortuna.

L’indomani, alla conclusione della festa,  c’è la sagra del maiale e, dunque, la festa si conclude con grandi abbuffate, innaffiate ancora da allegre bevute di vino.

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