Finucci: Nello scenario attuale, con l’aggressione russa in Ucraina ancora in corso e la brutale escalation dell’intervento israeliano in Palestina, come europei, affrontiamo un contesto securitario particolarmente complesso. Le implicazioni etiche del nostro tempo appaiono tanto drammatiche quanto ricche di sfumature. Dunque, abbiamo deciso di invitare il Professor Christopher Finlay per questa intervista. Il Professor Finlay insegna teoria politica e presiede la School of Government and International Affairs all’Università di Durham, dove si occupa di una varietà di argomenti, inclusa l’etica della violenza e dei conflitti, oltre che della c.d. “just war theory”. Oggi parleremo dell’attuale scenario militare e politico che affrontiamo come europei e delle sue implicazioni etiche. Professor Finlay, grazie per essere con noi.
Prof. Finlay: Il piacere è mio.
Finucci: Prima di tutto, l’invasione russa in Ucraina, che la si considerasse prevedibile o no, sembra aver cambiato profondamente la nostra cognizione della guerra. L’invasione è stata, dopotutto, il primo conflitto che abbia interessato paesi europei in diversi decenni. Quali sono le implicazioni di questo cambiamento, secondo lei?
Prof. Finlay: Il lavoro che conduco è filosofico. Lavoro nel quadro della teoria politica, e mi occupo della dimensione etica di questo tipo di domande, piuttosto che di quella empirica. Ciò che forse mi colpisce maggiormente, da questa prospettiva, non è tanto il fatto che ci spinga a confrontarci con qualcosa di nuovo. Ci spinge a confrontarci con un evento drammaticamente nuovo, ovviamente, ma con qualcosa di piuttosto antico. Ed è forse un po’ uno shock, dal punto di vista della just war theory e dal punto di vista della letteratura nella quale lavoro, perché la sfida che si pone è quella di un classico caso di aggressione internazionale, nella quale uno Stato mira a dominare su di un altro e mira a sottrarre del territorio da esso attraverso l’uso cinetico della forza militare. Sembra che l’invasione russa fosse tesa non solo a sottrarre territorio, cosa che potrebbe finire per essere il suo risultato finale, ma per sottrarre l’intero territorio ucraino e, in ultima istanza, per rovesciarne lo Stato. Dunque, l’obiettivo riguardava sia il territorio che la sovranità. È forse ancora ambizione della Russia compromettere la sovranità ucraina nel massimo grado possibile, anche se fosse costretta alla fine a partecipare a qualche tipo di processo di pace.
Ciò che è interessante al riguardo è che, dal punto di vista della just war theory, più o meno da una generazione, o forse anche di più, i filosofi si sono concentrati su un tipo differente di caso paradigmatico. Il caso paradigmatico del quale Michael Walzer parlava negli anni Settanta era quello della difesa nazionale, della difesa contro un’aggressione internazionale. Tuttavia, la generazione di filosofi maggiormente influenti dopo Walzer ha adottato un approccio maggiormente individualista del suo. La loro principale preoccupazione riguarda i diritti umani individuali e sono maggiormente interessati ai casi nei quali gli individui necessitano di protezione da un’aggressione personale. Dunque, per Walzer la forma più ovvia assunta dalla guerra giusta riguardava quella in cui uno Stato A invadeva uno Stato B senza essere provocato e dunque lo Stato B aveva il diritto di difendersi politicamente attraverso il mezzo di una guerra difensiva. Al contrario, per molti filosofi, a partire dagli anni Novanta in poi, questo caso sarebbe molto più complicato. Ciò che era in pericolo (almeno teoricamente) dipendeva in effetti dalla natura dello Stato A e dello Stato B, e dall’obiettivo dell’invasione. Lo Stato A avrebbe ucciso molte persone? Se sì, allora queste avevano diritto a essere difese, dato che affrontavano una minaccia personale ai propri diritti fondamentali. L’aspetto davvero complesso, dalla prospettiva dei critici della just war theory tradizionale è stato spiegare come la difesa dello Stato B dallo Stato A possa avvenire proporzionalmente, se tutto ciò che lo Stato A sta facendo è ridurre la sovranità dello Stato B.
Una guerra di difesa nazionale significa uccidere persone, significa mettere i propri cittadini in uniforme, addestrarli, armarli e inviarli al fronte, farli morire. Dunque, molte persone perdono la propria vita. La domanda è: come bilanci questi costi con ciò che speri di ottenere o di preservare? Dunque, quando le persone pensano nell’ottica dei diritti individuali, nel modo in cui fanno i just war theorist revisionisti, la difesa nazionale è molto più difficile da spiegare. È stato molto più facile focalizzarsi sulle ambizioni umanitarie degli Stati, che si sono manifestate particolarmente dagli anni Novanta in poi.
Dall’altra parte, l’opinione pubblica degli Stati democratici negli ultimi vent’anni si è divisa sugli interventi umanitari, specialmente dopo gli interventi in Afghanistan, Iraq e così via. Ma c’è un discreto consenso sul fatto che l’Ucraina abbia diritto alla difesa nazionale. Dunque, in un certo senso, nella politica è avvenuto uno spostamento in direzione del modo in cui i just war theorist pensavano un paio di generazioni fa.
Finucci: pensa che queste implicazioni siano state in qualche modo influenzate dall’elezione di Trump? Probabilmente Trump è un qualche modo un’eccezione nella storia politica americana, ma ha abbondantemente chiarito che gli USA non interverranno, cambianto così il nostro paradigma circa il modo in cui l’Occidente è difeso militarmente. Crede che questo cambi le nostre prospettive?
Prof. Finlay: Le cambia in un altro modo. Quando Walzer, negli anni Settanta, scriveva di una guerra giusta, in un modo di pensare la politica internazionale da una prospettiva liberale o liberale di sinistra, non solo presupponeva che la difesa nazionale fosse una regola pragmatica naturale per l’ordine internazionale, ma presupponeva che ci fosse un ordine internazionale.
Finucci: Un ordine di qualche tipo, a differenza di quanto accada adesso.
Prof. Finlay: Sì, un ordine di qualche tipo, un ordine nel quale gli Stati hanno dei diritti e li riconoscono vicendevolmente, ma occasionalmente un gruppo di questi Stati li viola. È una visione che è confluita in Rawls e nel pensiero politico internazionale dei tardi anni Novanta e dei primi anni Duemila. Ci si attendeva che gli Stati che seguivano le regole dell’ordine internazionale avessero il diritto di difendersi contro gli Stati che violassero tali regole compiendo delle aggressioni. E gli Stati che si difendevano si sarebbero aspettati di vedere riconosciuto, da parte degli altri Stati rispettosi del diritto internazionale, il proprio diritto all’autodifesa. Gli altri Stati avrebbero quantomeno condannato l’aggressione e forse addirittura offerto supporto nella difesa contro di essa. Questa immagine della società internazionale e delle sue regole rifletteva i termini della Carta delle Nazioni Unite.
Suppongo che non solo sia molto improbabile che Trump sia fedele a qualche causa umanitaria o agli interventi di questo tipo, ma non sia neanche fedele all’idea di alleanze che tentino di prevenire che gli Stati vengano inghiottiti da un’aggressione internazionale. Ha cambiato le cose in un’altra maniera, ma in un modo che sembra assomigliare più a ciò che sta facendo Putin, che a ciò che stanno facendo coloro che supportano l’Ucraina. Se ciò costituisca un’eccezione, lo vedremo.
Finucci: In Italia abbiamo visto gli opinionmaker dividersi sostanzialmente in due fazioni, tra chi si schierava con la NATO e chi si schierava con il governo di Putin. In questo contesto, la mia prima reazione è stata di disagio e sfiducia, perché sembrava che coloro che condannavano l’aggressione fossero interessati ad alimentare la continuazione della guerra, mentre coloro che dichiaravano di voler problematizzare il conflitto spesso sembravano legati alla macchina della propaganda di Putin in Italia. Prima di tutto, vorrei sapere se lei abbia condiviso quest’impressione nei momenti successivi allo scoppio del conflitto e, se la risposta è affermativa, come crede che possiamo navigare eticamente questo contesto.
Prof. Finlay: Credo che si sia osservato qualcosa di simile a livello globale. L’ho osservato in Irlanda, nel Regno Unito e altrove. Posso simpatizzare con il desiderio di assumere un’ottica critica – di non accettare acriticamente le cose e di sfidare le narrative dominanti su questi argomenti. Ciononostante, la condizione di chi vuole assumere una posizione pacifista o esprimere una preoccupazione umanitaria legittima circa la durata della guerra o sul numero di morti è scivolosa. E quindi trova delle difficoltà lungo la strada. Allo stesso modo, ci sono altre difficoltà lungo la strada più critica, consistenti nel fatto che più ci si trova a fare pressione a favore di queste argomentazioni, più sembra, a volte, che chi lo fa si stia allineando con le narrative proposte dallo Stato russo o a una narrativa morbida nei sui confronti. Ad esempio, se sostenessi, nel pieno del 2022, come fatto da alcune persone, che tanto l’Ucraina quanto la Russia dovrebbero essere obbligate a sedersi al tavolo dei negoziati, staresti argomentando di mettere la parte possibilmente più debole, in quel momento, nella posizione di dover cedere cose che, moralmente e legalmente, non dovrebbe dover cedere. Non dovrebbe cedere territorio. Non dovrebbe dover cedere il proprio diritto a entrare nella NATO, in caso volesse farlo. È uno Stato sovrano. Allo stesso modo, non dovrebbe dover cedere il suo diritto di entrare nell’Unione Europea, se tale opzione diventasse disponibile.
Cercare di sostenere la tesi della pace, dell’abbreviazione della guerra, dei negoziati, dei compromessi e delle concessioni sarà difficile, senza che questo in qualche modo diventi un sostegno agli scopi dell’invasione russa. Lo stesso è vero anche se, come alcuni critici hanno sostenuto, in ottica realista, questa guerra non è semplicemente un caso di aggressione unilaterale da parte di uno Stato ai danni di un altro; è stata anche modellata da una storia in cui la NATO si è estesa eccessivamente. L’argomentazione è quella per cui la NATO avrebbe fallito nel riconoscere gli interessi legittimi della Russia o nel riconoscere quali sarebbero stati gli effetti dello sconfinamento della NATO lungo i confini russi o negli stati confinanti. Se si sostiene questo, si inizia a indebolire o minare la capacità dell’opinione pubblica di condannare l’invasione.
Anche se tale narrativa – quella che sostiene che la NATO si è estesa legittimamente, che è stata insensibile e non diplomatica – è realistica, ciò non deve necessariamente significare che la Russia fosse legittimata nell’invadere l’Ucraina. Ma se qualcuno inizia a sostenere pubblicamente questa argomentazione e questa trova una spinta crescente, inizierà ad essere utilizzata da coloro che simpatizzano per la Russia per provare a minare la condanna nei confronti dell’invasione russa e a cercare di far sembrare che tale invasione sia legittima.
Posso simpatizzare con coloro che vogliono assumere una prospettiva pacifista al riguardo, ma ciò li mette in una posizione difficile. Dall’altra prospettiva, quella di chi pensa che ci sia un bisogno urgente di rifornire la guerra difensiva dell’Ucraina e di provare a offrire un deterrente alla Russia, gli istinti pacifisti hanno solo un ruolo limitato da giocare a questo punto. Ci sarà un tempo per i negoziati di pace, ma si tratta del momento in cui l’aggressore farà un passo indietro e cesserà di tentare di invadere lo Stato.
C’è anche una preoccupazione, ovviamente, da parte di coloro che si schierano particolarmente a sinistra in Europa, nel supportare la NATO. Ciò è dovuto in parte a delle ragioni storiche che hanno a che fare con la leadership americana in quella organizzazione, e la natura dell’attuale leadership USA non è d’aiuto. Ma anche se si avessero dubbi circa la NATO, ciò non toglie che l’Ucraina abbia urgente bisogno della fornitura di armi per aiutarla a difendersi. Potrebbe essere necessario mettere questi dubbi da parte, finché l’Ucraina sarà salva.
Finucci: Ricollegandoci a ciò che ha detto, data la percezione che questo conflitto costituisca una minaccia diretta all’Europa, come spesso succede nei conflitti, i pacifisti si sono trovati in una posizione difficile, essendo pressati da entrambe le parti. Quale spazio rimane al pacifismo nella situazione attuale?
Prof. Finlay: Questa è una domanda difficile alla quale rispondere, per me, perché non sono un pacifista. E suppongo il mio istinto a questo punto sarebbe quello per cui proporre argomentazioni pacifiste – che l’Ucraina debba negoziare, che l’Ucraina dovrebbe essere pronta a fare concessioni, o che si debba semplicemente condannare la guerra, indipendentemente da quali siano le parti o da chi sia l’aggressore – sia piuttosto problematico, data la natura dell’aggressione russa. Vedo le cose così, perché le guardo dall’ottica della just war theory. Probabilmente spetta ad altri proporre la controargomentazione e mostrare come ci sia ancora qualcosa da dire qui, dal punto di vista pacifista. Qualcuno sta proponendo queste argomentazioni: qualcuno sostiene che i metodi della resistenza civile sarebbero più efficaci di quelli militari, e così via. Ma sta davvero ad altri difendere queste tesi. Trovo difficile fare un passo indietro e descrivere questo spazio come da un punto di vista agnostico.
Vi è certamente uno spazio per un linguaggio della pace, ma credo debba includere due parti. Ciò sul quale si può essere d’accordo con i pacifisti, anche dal punto di vista della just war theory, è il fatto che sia necessario guardare al lungo termine riguardo le circostanze necessarie per provare a garantire che questo non accada di nuovo o che non accada di nuovo per un lungo periodo di tempo. Dunque, guardando a un ordine fondato su regole, guardando alle istituzioni internazionali, guardando a quale ruolo potrebbero giocare la difesa e la sicurezza, da una prospettiva europea, e quali forme dovrebbero assumere. Queste sono domande alle quali credo dovrebbero prestare attenzione sia i pacifisti che i just war theorist.
Dall’altra parte, credo – e questa è un’argomentazione da just war, non una pacifista – che parte delle condizioni che porteranno alla pace coinvolga una disponibilità a difendere i confini e la sovranità contro questo tipo di aggressioni. E credo che essere indisponibili a fare ciò non sia una ricetta per la pace. Potrebbe essere una ricetta perché le armi tacciano, prima o poi, ma lo farebbero nel momento in cui gli Stati come la Russia avessero stabilito un controllo esteso sugli Stati limitrofi. È un tipo di pace garantita con i mezzi di un governo autoritario.
Finucci: Come una pace negativa[1].
Prof. Finlay: Esattamente. Puramente negativa.
Finucci: A causa del conflitto in Ucraina, si sta valutando la possibilità di reintrodurre la leva obbligatoria. Se questo succedesse, come cittadini, ci troveremmo a dover scegliere se entrare nell’esercito o diventare obiettori di coscienza. Come crede dovremmo prendere una decisione morale, su questo tema, come individui? Perché questa è la domanda che sto ponendo a me stesso, in realtà: se mi venisse chiesto, ad esempio, di andare in Polonia, cosa farei? In quanto pacifista, perché sono vicino a quelle posizioni, anche se credo nel diritto di difendersi. Insomma, le sto assegnando un mio problema, diciamo.
Prof. Finlay: Forse quello che dovremmo fare, in quella situazione, è fare un passo indietro e chiederci quale sia la posizione comune. Dovrebbe essere quella del liberalismo o della democrazia liberale, dei diritti civili o dei diritti umani? Consideriamo poi la guerra come uno strumento efficace o no? Cos’è necessario e cosa no? Pensiamo che la guerra, in ultima istanza, sia controproducente, come pensano alcuni pacifisti, oppure no? Intendo dire che possiamo essere o meno d’accordo su queste cose, ma essere d’accordo sul fatto che io e lei, come cittadini nei nostri rispettivi Stati, dovremmo avere un grado di autonomia civica, dovremmo avere libertà civiche. Dovremmo avere l’abilità di prendere queste decisioni epocali senza coercizione.
Dunque, se stiamo parlando del servizio militare in tempi di pace che vediamo in alcuni Stati, come una sorta di generica preparazione alla guerra, credo che, in larga misura, laddove delle persone siano autenticamente pacifiste, questo sentimento dovrebbe essere rispettato e dovrebbero essere offerte delle alternative al servizio militare. Ciò, assumendo che qualche forma di servizio sia necessario. Non ho convinzioni particolarmente forti sul fatto che qualcuna di queste istituzioni dovrebbero necessariamente essere tentate, nel momento attuale, ma assumendo che in alcune circostanze dovrebbero o potrebbero esserlo, credo che ci dovrebbe essere più spazio possibile perché le persone possano esentarsene per ragioni di coscienza.
Suppongo che ciò diventi più complicato nella circostanza di una guerra in corso, dove si sta resistendo a una vera invasione, e ancora più complesso se l’invasione alla quale stai resistendo non stia avvenendo nel tuo Stato. Dunque, la situazione è davvero difficile per gli ucraini di oggi. Può comprendere perché lo Stato o perché coloro che sono responsabili della leadership in Ucraina sentano il bisogno di arruolare persone nelle forze armate allo scopo di respingere una prospettiva veramente orribile per gli ucraini, qulla della realizzazione dell’invasione russa. Tuttavia, è difficile non empatizzare con coloro che, per qualsiasi ragione, sentono semplicemente di non potere servire nelle forze armate o che semplicemente non lo desiderano. Specialmente se ciò si fonda su dei principi, perché quali che siano, rimangono pacifisti nonostante si trovino ad affrontare un’invasione. Tutto questo è già complicato. Se poi pensiamo a una sorta di forza armata europea che recluti i propri cittadini per inviarli all’estero per affrontare i problemi di sicurezza europei, immagino la situazione lo sia ancora di più.
L’altro pensiero che vorrei esprimere riguardava il fatto che dovrebbe essere posta particolare attenzione sull’istruzione, all’interno delle democrazie, riguardo l’educazione civica in generale e, più in particolare, riguardo tematiche morali ed etiche di questo tipo. E credo che si debba provare a sostenere, in questo contesto, un’etica della guerra. Con questo non voglio dire che si dovrebbero indottrinare le persone, in modo tale che semplicemente non possano essere pacifiste. Tuttavia, se lo divengono, ciò dovrebbe avvenire attraverso un’argomentazione attenta da entrambi i lati del dibattito. Almeno nel Regno Unito, non credo che questo tipo di cose siano insegnate in maniera diffusa. Non credo vi sia un ampio dibattito al riguardo, e credo che si tratti di un uno di quei problemi sui quali i cittadini debbano essere invitati a riflettere. Mi riferisco qui alle implicazioni. Se ti impegni in una guerra e pensi di utilizzare il 3% o il 5% della spesa pubblica nella difesa, quali sono le implicazioni? In che tipo di mondo vivi, se tutti gli Stati stanno facendo questo? Ci sono problemi rilevanti che i sostenitori della just war devono affrontare e che devono essere presi sul serio.
Dall’altra parte, le persone devono pensare attentamente, come cittadini, quale sia il loro interesse nella propria società e nella loro libertà personale. Pensare attentamente alle implicazioni del loro pacifismo. Cosa significherebbe, se fossero nelle condizioni di molti ucraini?
Finucci: Si tratta un po’ di un modo di muoversi dal punto di partenza opposto rispetto a quello dal quale abbiamo approcciato la Prima e la Seconda guerra mondiale, arrivando alla stessa conclusione. Gli uomini e le donne del tempo erano così abituati ai conflitti che sono entrati in guerra come sonnanbuli, mentre per noi le guerre sono totalmente inusuali. Camminiamo da sonnambuli da un punto di partenza diverso, ma ci muoviamo nella stessa direzione.
Prof. Finlay: È una possibilità. Posso immaginare entrambe queste possibilità. La domanda è quale sia il meccanismo di questo sonnambulismo che parte dall’essere disabituati alla guerra. Un meccanismo potrebbe essere quello per il quale non riuscendo a pensare al problema davvero serio della guerra, abbiamo permesso alle élite militari e alle industrie militari di condurci alla guerra. Dunque, è un certo tipo di militarismo il problema.
Credo che dal punto di vista della just war theory, il sospetto potrebbe essere che quando cammini da sonnambulo verso la guerra durante un periodo di disabitudine, ciò potrebbe essere maggiormente dovuto al fatto di aver cessato di offrire una qualche deterrenza, esponendoti a un’aggressione. Dunque, ciò non avrebbe nulla a che fare con il militarismo e la militarizzazione, ma con l’incapacità di militarizzarsi. Quindi ci sono almeno due modi piuttosto diversi in cui questo sonnambulismo potrebbe avere luogo.
Il mio sospetto, per quanto riguarda la Russia, è che ad aver creato lo spazio nel quale qualcuno come Vladimir Putin sentisse di poter continuare a espandere la gamma di azioni a lui disponibili sia stata una riluttanza nell’usare la forza in momenti chiave. Quindi, se non rispondi all’annessione della Crimea nel 2014; se non rispondi quando vengono utilizzate armi chimiche in Siria (eppure avevi detto che esisteva una linea rossa e che ci sarebbe stata una risposta); se continui a fallire nell’utilizzare la forza militare dove vi è una giusta base per farlo, poi finisci per dare più spazio di manovra per delle potenze aggressive come la Russia contemporanea. Alla fine, ti trovi ad avere a che fare con qualcosa di molto più pericoloso di quanto avresti dovuto fare dieci o quindici anni prima.
Finucci: Ciò non è anche legato al problema relativo alle armi nucleari? Questi paesi hanno due asset. Uno militare che consiste nelle armi nucleari: non possono essere sfidate, a causa della loro esistenza. Ma dispongono anche di un asset istituzionale, cioè il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Avendo un ruolo fisso al suo interno permette loro di apporre il veto ogni volta che lo ritengono. Il problema potrebbe essere legato alla potenza militare, ma anche all’idea liberale che fintanto che l’ONU è qui, tutto va bene. Ma non tutto va bene, no?
Prof. Finlay: Le armi nucleari hanno ricevuto una rinnovata attenzione e sono diventate una rinnovata fonte di ansia. Non sono sicuro che siano mai state una non fonte di ansia, ma questa dinamica si è in qualche misura intensificata. Sul breve periodo, tale intensità è giunta in quei momenti in cui la NATO e altri paesi hanno contemplato l’idea di dare qualcosa agli ucraini o di dare loro licenza di utilizzare una particolare arma in un modo specifico e Putin ha risposto dicendo che, se avessero fatto questo, sarebbe accaduto qualcosa di terribile. Si è pensato che probabilmente questo sarebbe consistito nell’uso di armi nucleari tattiche. Queste emergenze di breve periodo finora non si sono materializzate – forse ciò è un’indicazione del fatto che le minacce reciproche di un’azione nucleare e di altri tipi di azioni militari su larga scala mantegono la loro efficacia nell’inibire addirittura attori come Putin dall’uso di queste armi. Ma credo che la preoccupazione di lungo periodo riguardo le armi nucleari abbia a che fare con una crescente instabilità, in parte attraverso una leadership americana più erratica anche di quanto visto nelle passate amministrazioni, in parte attraverso le azioni di Putin, in parte attraverso la politica estera cinese e l’atteggiamento della Cina nei confronti di un ordine fondato su regole, etc. Il tipo di stabilità che ci permette di sentirci meno ansiosi circa le armi atomiche, in certi momenti, non è probabile di emergere in un prossimo periodo. Dunque, ci sono argomentazioni ancora più persuasive per parlare di disarmo. Tuttavia, per le stesse ragioni, ovviamente, stiamo osservando minacce reciproche, escalation e ansia in Europa e altrove. Non è un momento auspicabile per parlare di disarmo nucleare unilaterale. È davvero difficile parlare di disarmo nucleare in posti come il Regno Unito, mentre una Russia dotata di armi nucleari sta attivamente invadendo uno Stato europeo.
Finucci: A causa del coinvolgimento di produttori di armi nei conflitti, qualche volta l’emergere o l’escalation di una determinata guerra spinge gli attivisti a boicottarne la produzione o il trasporto, arrivando anche ad azioni di sabotaggio – ossia, danneggiamento. Nel novembre 2023, alcuni lavoratori portuali si sono rifiutati di caricare armi dirette in Israele in una nave ancorata nel porto di Genova. Più recentemente, degli attivisti hanno scelto di bloccare l’ingresso principale di una fabbrica proprietà della Leonardo, un importante produttore di armi italiano. Dal suo punto di vista, esiste una bussola morale che possiamo utilizzare in questi casi?
Prof. Finlay: Come detto prima, tendo a vedere queste cose dal punto di vista della just war theory, e certamente non ci aspettiamo che tale prospettiva vada in giro e trovi scusanti per la guerra, che presupponga che una qualsiasi guerra sia giusta e dica “bene, come facciamo?”. Non è progettata per essere una teoria eccessivamente permissiva. La tradizione dalla quale la just war theory contemporanea è emersa riguardava tanto la proibizione della guerra quanto la possibilità di permetterla. In generale, la maggior parte dei just war theorist tende a pensare che quasi ogni guerra sia ingiustificata. Solo come eccezione l’aggressione che ci si trova ad affrontare o la crisi che ci si trova a dover gestire è tale da rendere necessario l’uso della forza militare. E in tali circostanze eccezionali la guerra potrebbe essere giustificata.
In un modo o nell’altro, la just war theory è progettata per poter discriminare tra un uso della forza giusto o ingiusto. Lo fa in due modi principali. Nella teoria, ci riferiamo a questo con il termine jus ad bellum. Riguarda la giustizia nell’entrare in guerra – nella guerra di Israele contro Hamas, o la guerra dell’Ucraina contro la Russia, o della Russia contro l’Ucraina, e così via. Guarda a ognuna di queste guerre e chiede: ciò in cui questo Stato è coinvolto è giustificato? I suoi obiettivi sono giusti? La risposta militare è appropriata per tali obiettivi? È necessaria? Avrebbe potuto agire diversamente in maniera meno distruttiva? L’azione è proporzionata? Sta infliggendo un costo massicciamente eccessivo se paragonato ai mali contro i quali si suppone debba difendere le persone? Tutto questo è lo jus ad bellum.
Si possono condannare molte, molte guerre in base ai principi dello ius ad bellum; e, occasionalmente, si possono giustificare almeno parzialmente delle guerre in base ad essi. In maniera simile, esiste un insieme di principi attraverso i quali si può giudicare il comportamento di determinati attori, una volta che essi siano coinvolti in una guerra. Anche se possiamo essere d’accordo sul fatto che uno Stato come l’Ucraina sia coinvolto in una guerra giusta, per quanto concerne i suoi scopi – sta cercando di difendersi da un’invasione -, forse essa è proporzionata, necessaria e così via, soddisfa lo ius ad bellum, ma se venissimo a sapere che le forze armate ucraine stessero colpendo deliberatamente degli obiettivi civili nel territorio russo, o anche nei territori occupati dalla Russia, che stessero utilizzando tattiche terroristiche, o che stessero bombardando le città su vasta scala, allora potremmo comunque condannare ciò e sostenere che la loro non sia una guerra giusta. Ciò sarebbe vero anche se la sua causa è giusta. Lo jus in bello, l’etica del combattere in guerra, pone una serie di domande aggiuntive circa coloro che partecipano alla guerra e se ciò che fanno sia moralmente difendibile.
Dunque, abbiamo almeno due modi attraverso i quali possiamo distinguere tra guerre che sono o che non sono giustificabili. Credo che la seconda cosa da chiederci è chi si stia ponendo tali domande o dove la teoria in effetti sta operando. Una risposta è che, insomma, la teoria è per me e lei, seduti qui ad avere questa conversazione come due studiosi che discutono di politica contemporanea. Questo è uno dei modi in cui può informare delle conversazioni civiche. Tuttavia, può anche informare le scelte effettuate dagli attori coinvolti. Credo che l’intenzione dei just war theorist fosse che qualcuno come Volodymyr Zelenskyj or Benjamin Netanyahu (o qualsiasi altro leader politico) dovrebbero pensare nei termini dello jus ad bellum, e dovrebbero chiedersi: l’azione che sto portando il mio paese a compiere è giustificabile? Viene condotta in una maniera permissibile (una domanda da jus in bello)? Queste domande sono importanti anche per altri attori, quali i membri delle Israeli Defence Forces, o, nei fatti, delle persone che combattono per Hamas o qualsiasi altra organizzazione a Gaza – tutti loro dovrebbero pensare a quale sia la cosa giusta da fare secondo i principi della guerra giusta. In maniera simile, sia le forze armate ucraine che i soldati russi dovrebbero pensare in quel modo.
Ciò che sosterrebbero molti dei filosofi revisionisti che hanno criticato Michael Walzer è che quei soldati dovrebbero dire: se la guerra che sto combattendo è ingiusta, dunque non dovrei combatterla per niente. Non importa lo jus in bello: dovrei disertare. Dovrei fuggire dall’altra parte, il che è, ovviamente, ciò che molti soldati hanno effettivamente fatto. O almeno, l’ho visto riportato circa le forze armate russe.
Dunque, ci sono domande per tutti coloro che prendono parte ai conflitti, oltre che teorie della guerra giusta su come rispondere a queste domande. Credo però che, in maniera simile, queste possono aiutare a dare risposte anche alle domande rivolte ai cittadini che non sono leader politici e che non sono filosofi o membri di forze armate statuali o non statuali. Questi potrebbero essere attivisti che si chiedono “come posso riconciliarmi con la mia coscienza e comportarmi in maniera moralmente appropriata, dato quello che sta succedendo”. Dunque credo che sia possibile per i cittadini pensare se, dal punto di vista della guerra giusta, dovrebbero intervenire, quando credono che si stiano producendo o esportando delle armi che verranno utilizzate in modi che violano profondamente i principi della just war theory. Tali armi potrebbero farlo o rifornendo guerre che non sarebbero dovute proprio iniziare, o che non sono più giustificate, così da violare lo jus ad bellum, o guerre che violano i principi dello jus in bello o, in termini legali, il diritto internazionale umanitario. Dunque, se si viene a sapere che tali armi verranno utilizzate in un modo insufficientemente discriminato, se si viene a sapere che saranno usate in un modo che colpirà regolarmente ospedali, edifici abitati, scuole o altre parti dell’infrastruttura civile, e nei fatti dei civili, o se verranno usate in un modo che fallisce nel minimizzare il danno e di prestare particolare attenzione ai danni che sta causando ai civili, allora ci sono argomentazioni per sfidare la fornitura di tali armi. Cosa ciò significhi, dal punto di vista morale o legale, è un problema di etica della disobbedienza civile, suppongo.
Finucci: Credo che abbiamo già toccato questo punto, ma sarebbe interessante elaborare ulteriormente. Uno dei problemi nel parlare di conflitti che hanno luogo all’estero è che la voce di coloro che sono coinvolti o colpiti può essere ignorata o all’opposto può essere veicolata attraverso la voce dell’esercito o del governo. Come crede che possiamo permettere alle diverse parti di avere una voce, senza essere preda della macchina della propaganda di guerra?
Prof. Finlay: Dal punto di vista dell’etica, sarei d’accordo con lei che la voce di coloro che vengono colpiti è estremamente importante. Ci sono dibattiti nella tradizione filosofica nella quale lavoro riguardo quale differenza comporti esattamente l’opinione di chi vive nelle società in conflitto, dal punto di vista della giustizia della guerra. Un’argomentazione può essere, per esempio, che, perchè il governo ucraino sia giustificato a combattere, tale scelta debba godere di legittimità. Ciò significa che il popolo debba supportare il tipo di sacrificio, di rischi e di impegno che comporterà combattere contro la Russia. Alcuni di noi hanno sostenuto che uno dei principi dello jus ad bellum consista nel fatto che, per essere coinvolto in una guerra giusta, si debba godere di un’autorità legittima nel farlo. E uno dei modi per poter sostenere di godere di tale autorità consiste nel fatto che vi sia un diffuso supporto popolare per ciò che si fa. In maniera simile, un modo in cui si può sfidare l’Ucraina – cosa che i critici fanno occasionalmente – è sostenere che il supporto per la guerra stia calando.
In generale, credo che nel caso ucraino sappiamo come tale supporto sia ragionevolmente forte. Non credo sia rimasto completamente inalterato, ma è stato forse sorprendentemente alto, dato il tipo di sacrifici che gli ucraini hanno affrontato. A Oxford, Janina Dill e alcuni suoi colleghi hanno effettuato un sondaggio, esaminando la sensibilità dell’opinione pubblica ucraina rispetto ai possibili risultati della guerra, a eventuali sacrifici territoriali o di sovranità come mezzo per negoziare la pace e così via. Immagino questo ci porti a qualcosa di simile a una risposta empirica, cioè che in alcuni casi si possono condurre lavori scientifico-sociali, utilizzando metodi sondaggistici per quantificare, testare e interrogare l’opinione pubblica su alcuni di questi problemi. Non si potrà riscontrare, così, ciò che pensa e sente ogni singolo ucraino – le esperienze di questi individui sono tutte moralmente significative – ma possiamo almeno strutturare qualche elaborazione giustificabile sulla posizione assunta dalle persone. Questo potrebbe essere molto importante per il modo in cui calibriamo quando un sacrificio è eccessivo nello sconfiggere la Russia. Queste sono domande che toccano profondamente e immediatamente gli ucraini, e dunque è davvero importante che si tengano in considerazione queste cose.
Dal punto di vista empirico, la situazione è più difficile in casi come quello di Gaza, perché l’accesso dei giornalisti e degli scienziati sociali è davvero limitato. Si tratta di un luogo così pericoloso nel quale stare da rendere impossibile, suppongo, passare oltre le dichiarazioni pubbliche di Hamas o di altri soggetti che dichiarano di avere autorità in quella regione. Riceviamo informazioni dagli operatori umanitari, o almeno ogni qualvolta essi abbiano accesso. Ma minore è l’accesso, meno sappiamo come si sentano le persone. Il che è, in sé, parte della terribile condizione in cui vivono le persone a Gaza. Dunque, credo che dare voce alle persone sia una parte estremamente importante di una qualsiasi risposta adeguata e appropriata a un caso e a una condizione come quelli affrontati da palestinesi a Gaza. Suppongo vi sia maggiore accesso all’opinione pubblica in Israele, per quanto riguarda la guerra. Di nuovo, credo che sia importante ascoltare ciò che le persone hanno da dire al riguardo, anche, e forse specialmente, coloro i cui parenti sono stati presi in ostaggio il 7 Ottobre e coloro i cui familiari sono esposti ai pericoli della guerra, perché dislocati come soldati in rapporto a Gaza. E, ovviamente, vi è un grande interesse nel vedere come l’opinione pubblica si sviluppi in Israele, perché ovviamente ciò ha qualche importanza nel determinare quanto a lungo durerà l’operazione militare a Gaza.
Finucci: Un problema che è emerso dall’invasione russa in Ucraina è la differenza nella risposta occidentale dopo lo scoppio di questo conflitto, se comparata con ciò che è accaduto in altre aree, specialmente in Palestina. Come crede che potremmo navigare questo problema?
Prof. Finlay: Se per “noi” intende “noi” cittadini di una specifica porzione del mondo, forse più vicina a un conflitto rispetto a un altro, o se per “noI” intendiamo gli Stati della regione geografica europea, incluso il Regno Unito, le domande che affrontiamo sono diverse.
Da un punto di vista civico cosmopolitico, non dovremmo distinguere tra questi conflitti in base alla loro posizione geografica. Quest’ultima non sembra moralmente significativa, in realtà: la domanda è chi sta facendo cosa a chi. Se sia giustificato. Se sia eccessivo. Se viola dei principi morali fondamentali o i diritti umani. Credo che a queste domande si dovrebbe dare risposta utilizzando esattamente gli stessi principi, elaborando giudizi comparabili, indipendentemente dal fatto che si stia guardando al conflitto israelo-palestinese, all’Ucraina, allo Yemen o a un qualsiasi altro teatro di guerra, attuale o del recente passato. Si tratta di un importante punto di vista normativo, in quanto porta a chiedersi cosa potrebbe giustificarci nell’utilizzare un approccio diverso. Tuttavia, dal punto di vista dei cittadini di uno specifico paese, preoccupati per i propri confini, ci sono delle ragioni per prestare maggiore attenzione a un conflitto piuttosto che a un altro, perché se i tuoi confini si trovano vicini a quel conflitto, qualche forma di ragionevole parzialità potrebbe permetterti di prestare maggiore attenzione a una guerra che potrebbe arrivare fin nel tuo giardino, piuttosto che una che avviene molto più lontano. Forse si tratta di una guerra con la quale ti troverai a interagire attraverso i giornali o i report sul suo telefono, ma che non è probabile si allarghi nella tua direzione. Poi, immagino, se questo è permissibile, forse è permissibile in un certo grado che i governi di questi cittadini più vicini a un conflitto che a un altro, o che sono immediatamente minacciati da un conflitto, prestino a tale conflitto un’attenzione adeguata alla natura della minaccia e alle implicazioni che questa comporta per questi Stati.
Sto dicendo questo in termini piuttosto astratti, perché non voglio davvero lasciare nessuno fuori dal computo. Credo che la prossimità politica e militare sia piuttosto simile, in alcuni aspetti, sia che si tratti di un conflitto mediorientale, eurasiatico, europeo dell’Est o centrale. Più vicini possiamo arrivare a pensare da un punto di vista cosmopolita, a tal riguardo, più le cose sono migliori, sia in termini di chiarezza morale che di una policy difendibile. Ci sono Stati che pongono una minaccia potenziale, a livello internazionale o globale, ai quali dobbiamo prestare attenzione, siano essi immediatamente accanto a noi o no, che si tratti della Cina e del suo rapporto con l’ordine internazionale, della Russia e della sua relazione con la Corea del Nord, che si tratti dell’Iran e della sua futura infrastruttura nucleare o delle sue azioni all’estero, o dell’Arabia Saudita… Ci sono molti Stati che avranno una capacità di influenzare direttamente la sicurezza o la cultura politica di tutti gli altri Stati nel mondo. Dunque, non sono sicuro ci siano, generalmente, ragioni convincenti per prestare un’attenzione sproporzionata verso un conflitto piuttosto che un altro.
Finucci: Crede che un intervento militare di terra in Ucraina potrebbe costituire una guerra giusta?
Prof. Finlay: Credo che la difesa ucraina contro la Russia sia inequivocabilmente una guerra giusta. Indubbiamente, si troveranno dei casi nel quali le forze ucraine hanno commesso dei crimini di guerra – è nella natura della guerra che, invariabilmente, alcune persone di entrambe le parti facciano cose che non avrebbero dovuto. Dunque, non intendo dire che sia una guerra perfetta nella quale nessuno abbia fatto niente di sbagliato. Non ho accesso ai dettagli, ma può stare sicuro che sono state fatte alcune cose che non avrebbero dovuto. Ma è una guerra tanto giustificata quanto una guerra può esserlo: la causa non solo è legittima, ma credo anche una causa moralmente convincente. Credo che le conseguenze di un fallimento nello sconfiggere la Russia e nel ristabilire qualche sorta di deterrenza e di controllo sul comportamento russo siano vaste per l’Ucraina, e non solo per loro. E così via. Credo sia una guerra giusta, nell’insieme. Di conseguenza, se gli alleati politici spirituali dell’Ucraina – cioè coloro che sono legati ai principi che l’Ucraina sta tentando di difendere, alleati nel senso di soggetti fedeli alla democrazia, e così via – dovessero voler assistere l’Ucraina nel maggior grado possibile, credo sia moralmente legittimo per loro farlo. In linea di principio, ciò potrebbe anche comportare l’invio di propri soldati. Non avrei problemi con questo, in linea di principio.
Nella pratica, e dal punto di vista della just war theory, nel considerare una qualsiasi azione particolare, la proporzionalità richiederebbe che si prendessero in considerazione le conseguenze di ciò che si sceglie di fare. E, ovviamente, ci sono preoccupazioni, che ad oggi rimagono legittime, che se fossero inviate forze francesi o britanniche in Ucraina, perché combattano a fianco degli ucraini, o se fosse utilizzata l’aviazione della NATO per offrire una copertura alle truppe di terra ucraine o per abbattere mezzi dell’aviazione russa, ciò porterebbe a un’escalation. Dovresti pensare a quali sarebbero le conseguenze più probabili, a quel punto. Prima di tutto, la Russia si troverebbe in guerra con la NATO. È piuttosto probabile che si vendicherebbe contro altri Stati NATO. E dunque ci si potrebbe trovare in un qualche tipo di conflitto globalizzato. In seconda istanza, c’è la preoccupazione che, prima o poi, per disperazione, si tirerebbero fuori le armi nucleari. Dunque, ciò che i just war theorist o i militari penserebbero, a questo punto, è che mentre in linea di principio non si tratterebbe di una cosa sbagliata da fare, considerando tutte le implicazioni, dare vita a un intervento militare sul campo, per conto dell’Ucraina, avrebbe probabilmente conseguenze disastrose. O, almeno, se probabilmente avrebbe conseguenze disastrose, non sarebbe giustificabile, tutto considerato. Credo ci siano ragioni per offrire all’Ucraina tutto il supporto possibile senza che ciò comporti un’escalation del conflitto, portandolo a estendersi in altri Stati o spingendo qualcuno a usare le armi nucleari o qualcosa di questo tipo. Ed è particolarmente facile immaginare che ciò sia giustificabile in linea di principio, dato che la Russia ha inviato soldati nordcoreani in battaglia. Questa fase è già superata, realmente, in linea di principio.
Finucci: Da quando l’invasione è iniziata, sono stati intervistati studiosi appartenenti a molte discipline, oltre che politici, ma è mancata una voce importante, quella degli studiosi che si occupano della dimensione etica della guerra, quelli più capaci di incoraggiare una discussione ricca di sfumature, coscienziosa e franca sul modo più giusto di reagire, individualmente e collettivamente. Professor Finlay, grazie davvero di essere stato con noi.
Prof. Finlay: grazie per avermi invitato.
[1] “Del termine ‘pace’ si possono offrire due definizioni di carattere generale. Secondo la prima, quella più ampia, la pace è semplicemente assenza di guerra, vale a dire la condizione in cui si trovano gruppi politici organizzati quando i loro rapporti non sono caratterizzati da un conflitto da risolversi per mezzo della forza. A questa concezione di pace come non guerra, e perciò detta ‘negativa’, si affianca quella di pace ‘positiva’, la quale rimanda invece a uno stato giuridico ben determinato, frutto di un accordo tra le parti, in virtù del quale si registra non solo la cessazione delle ostilità tra i soggetti coinvolti, ma anche la regolamentazione dei loro rapporti futuri (v. Bobbio, 1984, pp. 121-127).”, url: https://www.treccani.it/enciclopedia/pace_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/.










