Il silenzio in aula il giorno prima della festa. C’è qualcosa di profondamente rivelatore in un episodio apparentemente banale, di quelli che capitano ogni giorno nelle scuole italiane e che si consumano nel silenzio discreto delle famiglie, senza fare rumore, senza lasciare traccia nei verbali o nelle circolari ministeriali. Un genitore compra per suo figlio, di otto anni, alcuni libri adatti alla sua , libri indicati esplicitamente come adatti ai bambini di fasciaa 7- 10 anni da parte degli stessi editori, esposti nelle sezioni apposite delle librerie, con copertine colorate e personaggi amati come Topolino, Paperino, Geronimo Stilton ma con un contenuto che va oltre le avventure fantastiche. Le tematiche sono: la storia, la filosofia in pillole, la politica spiegata ai piccoli, l’economia vista con gli occhi di un bambino curioso, la Costituzione raccontata con immagini e fumetti, l’educazione civica trasformata in dialogo accessibile. Nel colloquio con il genitore viene condivisa la perplessità degli insegnanti, non legata all’inadeguatezza dei libri, che sono risultati appropriati e privi di contenuti violenti, bensì a un malinteso: il bambino aveva attribuito la fascia d’età al fratello adolescente. Chiarito l’equivoco, il colloquio è proseguito serenamente.
Pochi giorni dopo, lo stesso genitore scopre che quella classe, una classe della scuola primaria, in un paese in cui il 25 aprile è festa nazionale dal 1946, non ha ricevuto alcuna spiegazione su cosa sarebbe accaduto il giorno seguente. Gli insegnanti non avevano detto ai bambini che il 25 aprile era una festività, non avevano spiegato cosa si celebrava, non avevano dedicato nemmeno dieci minuti a raccontare, in forma adeguata all’età, perché quel giorno l’Italia si ferma e ricorda. Non è un aneddoto isolato. È il segnale di una frattura culturale che si consuma silenziosamente, anno dopo anno, nella distanza che cresce tra la memoria collettiva di un paese e la formazione delle sue generazioni più giovani.
È necessario, a questo punto, fare una precisazione importante e il genitore protagonista di questa storia la farebbe per primo, con convinzione. Quella stima profonda che nutre nei confronti degli insegnanti di suo figlio non è venuta meno nemmeno di un millimetro. Rimane intatta, anzi si rafforza nel riconoscimento della difficoltà di un mestiere straordinario, spesso non riconosciuto da alcuni genitori, svolto con dedizione e professionalità ogni giorno. La ramanzina sui libri, il silenzio sul 25 aprile sono sintomi di qualcosa di molto più grande e molto più complesso di una singola classe, di un singolo istituto, di un singolo anno scolastico. Il problema, come si vedrà, è sociologico. È radicato nella cultura collettiva, nella struttura del sistema scolastico, nelle pressioni che gli insegnanti stessi subiscono dall’esterno, nelle ambiguità di un’intera società che non ha mai del tutto chiarito a se stessa cosa voglia trasmettere alle generazioni future riguardo alla propria storia più difficile e più necessaria.
Il baratro della dimenticanza
C’è un baratro di cui non si parla abbastanza nel dibattito pubblico italiano, un baratro profondo e pericoloso: il baratro della dimenticanza civile e storica. Il progressivo svuotamento di senso delle ricorrenze fondative della nostra Repubblica. L’incapacità o la pigrizia, o il pudore mal riposto, di trasmettere ai bambini e ai ragazzi non solo la cronaca degli eventi storici ma il loro significato morale, politico, esistenziale. Quello che quelle date ci dicono su chi siamo, da dove veniamo e soprattutto a cosa andiamo incontro se non custodiamo con attenzione il patrimonio di libertà che generazioni prima di noi hanno conquistato a caro prezzo.
Esattamente come la disuguaglianza economica non si manifesta all’improvviso ma è il risultato di processi lenti e silenziosi, tassi di rendimento del capitale che crescono più velocemente dei salari, politiche redistributive che si erodono, welfare che si restringe, anche la disuguaglianza civile e culturale si installa gradualmente. Una generazione che non conosce il fascismo perché nessuno gliel’ha spiegato. Una generazione successiva che non conosce nemmeno il significato della parola “partigiano”. E poi, inevitabilmente, una generazione che non riconosce più i segnali d’allarme quando riemergono, travestiti con abiti diversi, con linguaggi nuovi, con piattaforme digitali al posto dei megafoni di piazza.
Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. Ma questa frase nasconde una domanda più difficile e più scomoda: chi è responsabile di insegnare a ricordare?
La Liberazione non è un’opinione. È un fatto
Prima di procedere oltre, è necessario sgombrare il campo da un equivoco che troppo spesso emerge nel dibattito pubblico e che paralizza gli insegnanti, rende timorosi i genitori, e lascia i bambini nell’ignoranza: l’idea che parlare del 25 aprile significhi fare politica, schierarsi, prendere partito.
Il 25 aprile 1945 non è un’opinione. È un fatto storico. Quel giorno, le truppe naziste e i soldati della Repubblica di Salò cominciarono a ritirarsi da Milano e da Torino. I partigiani, uomini e donne di ogni estrazione sociale, di ogni orientamento politico, dai comunisti ai democristiani agli azionisti, avevano organizzato un piano coordinato per riprendere il controllo delle città. Era la fine di un’occupazione straniera, la fine di un regime dittatoriale che aveva privato gli italiani delle libertà fondamentali per vent’anni: la libertà di parola, di stampa, di associazione, di pensiero, di opposizione politica.
La decisione di scegliere il 25 aprile come “festa della Liberazione” fu presa il 22 aprile 1946, quando il governo italiano provvisorio, il primo guidato da Alcide De Gasperi, stabilì con un decreto che quella data dovesse essere “festa nazionale”. La legge che la confermò definitivamente fu approvata nel maggio del 1949. Da allora, per settantasette anni, il 25 aprile è giorno festivo in Italia, esattamente come il Primo Maggio, il giorno di Natale, la festa della Repubblica del 2 giugno. Un insegnante che spiega il 25 aprile in modo storico, fattuale e adeguato all’età non sta facendo propaganda. Sta facendo il suo lavoro.
Spiegarlo ai bambini non è fare propaganda politica. È fare educazione civica. È insegnare la storia del paese in cui vivono. È dare loro gli strumenti per capire perché la Costituzione italiana, nata proprio dalla Resistenza e dai valori antifascisti, garantisce loro i diritti di cui godono ogni giorno senza saperlo: il diritto all’istruzione, alla salute, alla libertà di espressione, alla partecipazione democratica.
Il mondo che cambia. La democrazia che vacilla
Non viviamo in un’epoca di pace democratica consolidata. Sarebbe bello poterlo dire, ma i fatti raccontano un’altra storia.
Negli Stati Uniti, la presidenza di Donald Trump ha portato con sé una messa in discussione sistematica di istituzioni democratiche fondamentali: il sistema di pesi e contrappesi che la Costituzione americana aveva costruito proprio per impedire derive autoritarie. L’approccio rigido e violento adottato nei confronti degli immigrati e dei loro sostenitori, attraverso un utilizzo massiccio e controverso dell’ICE, l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione. Le minacce esplicite alla sovranità territoriale di alleati storici: il Canada, la Groenlandia, Panama, pronunciate senza pudore dal presidente della nazione che per decenni ha incarnato l’ideale democratico agli occhi del mondo. Eppure sono accadute. Stanno accadendo. Mentre scriviamo.
L’Iran è attualmente al centro di un conflitto innescato da USA e Israele che, senza prospettive di risoluzione a breve termine, sta causando un numero crescente di vittime e pesanti ripercussioni sull’economia mondiale, senza che si intravedano per la popolazione segnali concreti di cambiamento dell’attuale assetto politico. In Palestina e Libano si sta assistendo ad un conflitto ancora più cruento. Per proseguire con diversi paesi Africani. In Venezuela, Nicolás Maduro governava con il pugno di ferro. Ora esautorato da Trump è stato rimpiazzato dalla sua spalla destra più connivente con gli USA. In Ungheria , in Polonia, in Turchia, in Brasile, forze populiste e nazionaliste hanno eroso o tentato di erodere lo stato di diritto, la separazione dei poteri, la libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura. Gli esempi potrebbero andare avanti a lungo con Russia, Myanmar e altri Peasi.
In questo quadro globale, il caso di Israele merita una riflessione particolarmente dolorosa e necessaria, perché inverte in modo tragico il paradigma storico della vittima che diventa carnefice. Lo Stato di Israele nacque dalla Shoah, dalla più sistematica e industriale campagna di sterminio che la storia ricordi, perpetrata dalla Germania nazista contro il popolo ebraico. Sei milioni di ebrei sterminati. Un orrore che sembrava impossibile da dimenticare, un monito che sembrava impossibile da ignorare.
Eppure oggi, a ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, lo stesso Israele risponde all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas con un’escalation militare che la comunità internazionale definisce sproporzionata. Gaza devastata. Decine di migliaia di civili palestinesi morti. Ospedali colpiti. In Cisgiordania, i coloni israeliani avanzano con la protezione delle forze armate, espropriando terre, demolendo abitazioni. Il Libano bombardato. L’Iran attaccato direttamente in una spirale di escalation che minaccia la stabilità di un’intera regione.
Non si tratta di negare il diritto di Israele alla difesa. Non si tratta di ignorare la brutalità del terrorismo di Hamas. Si tratta di riconoscere che la storia insegna, o dovrebbe insegnare, che la violenza sproporzionata non genera sicurezza, genera soltanto altro odio. Che la memoria dell’Olocausto non è una giustificazione per qualunque azione militare, ma al contrario dovrebbe essere l’argine più alto contro qualsiasi forma di disumanizzazione dell’altro. Ecco perché la memoria conta. Ecco perché il 25 aprile conta. Non come celebrazione retorica, non come rituale svuotato di significato, ma come momento di riconnessione con i valori fondamentali che permettono alle società di rimanere umane anche nelle crisi più acute.
Cosa insegniamo davvero a scuola?
La scuola italiana ha un curriculum ricchissimo. I bambini imparano l’italiano, la matematica, la storia, la geografia, le scienze. Imparano le stagioni e i pianeti, le moltiplicazioni e i verbi irregolari. Imparano le tradizioni: il Natale con il presepe e l’albero, la Befana con la calza, Carnevale con i travestimenti, la Pasqua con le uova di cioccolato.
Ma quante ore dedica la scuola primaria a spiegare cos’è la democrazia? Cos’è la Costituzione? Cos’è il fascismo e perché è stato combattuto? Chi erano i partigiani e cosa hanno rischiato? Perché ogni anno, il 25 aprile, le piazze italiane si riempiono di bandiere e canti? La risposta, nella maggior parte dei casi, è deprimente. Pochissimo. Troppo poco. Quasi niente.
Eppure gli studi sulla formazione civica e democratica dei bambini sono chiari e concordi: i valori democratici, il senso di appartenenza alla comunità, il rispetto per la diversità, la capacità di riconoscere e resistere alla propaganda. Tutte queste competenze si formano precocemente, nella prima infanzia e nella scuola primaria e si consolidano attraverso la ripetizione e il contesto emotivo. Non si improvvisano a sedici anni, quando un adolescente già scorrendo i social media assorbe quotidianamente narrazioni distorte sulla storia, sulla politica, sul presente.
Il pedagogista americano John Dewey sosteneva che la democrazia non è soltanto una forma di governo: è prima di tutto una forma di vita associata, una modalità di esistere insieme che va imparata, praticata, coltivata. E come ogni forma di vita, si impara da piccoli. Si impara nell’esempio quotidiano, nel racconto, nella storia condivisa, nei valori che gli adulti trasmettono ai bambini non solo con le parole ma con i comportamenti, le scelte, le priorità.
Se scegliamo, come sistema educativo, come comunità, di non dedicare tempo a insegnare il significato del 25 aprile a un bambino di sette anni, stiamo implicitamente trasmettendo un messaggio: quella data non è importante. Quella storia non è urgente. Quei valori possono aspettare. Ma i valori che possono aspettare di solito aspettano per sempre. E nel frattempo, il vuoto che lasciano viene riempito da altro.
Il coraggio dei libri giusti
Torniamo all’episodio iniziale, a quel genitore che comprava libri adatti all’età di suo figlio e si trovava rimproverato dagli insegnanti. C’è in questa storia un dettaglio che merita di essere sottolineato: quei libri esistono. Il mercato editoriale italiano produce da anni materiali di altissima qualità pensati per spiegare ai bambini, con linguaggio accessibile, con immagini, con personaggi amati, con storie coinvolgenti, temi che gli adulti tendono a considerare “troppo complessi” per i più piccoli.
Ci sono libri che spiegano la Costituzione italiana attraverso fumetti e illustrazioni. Ci sono volumi che raccontano la storia della Resistenza con il linguaggio dei bambini di otto anni. Ci sono testi che introducono alla filosofia attraverso il dialogo tra personaggi inventati che affrontano domande autentiche: cosa è giusto? Cos’è la libertà? Perché alcune cose sono proibite e altre no? Chi decide le regole e perché?
Geronimo Stilton è comparso in avventure che affrontavano temi come l’amicizia tra popoli diversi, la difesa dell’ambiente, la lotta contro le ingiustizie. Non è un caso isolato: Topolino, nelle sue versioni più recenti, ha affrontato tematiche storiche e sociali con rispetto e profondità.
La resistenza degli insegnanti, quando c’è, non è quasi mai malafede. È spesso incertezza: paura di dire qualcosa di sbagliato, paura di affrontare argomenti “politici”, paura delle reazioni dei genitori, paura di non avere gli strumenti giusti. È il riflesso di una formazione professionale che non ha dedicato abbastanza spazio all’educazione civica e democratica come pratica quotidiana, continuativa, trasversale alle materie.
Ma questa incertezza ha un costo. E quel costo lo pagano i bambini, che crescono senza gli strumenti per capire il mondo in cui vivono. Lo paga la democrazia, che si svuota di cittadini consapevoli e li sostituisce con consumatori passivi di narrazioni preconfezionate. Lo paghiamo tutti, ogni giorno, nelle scelte politiche di un paese che ha sempre più difficoltà a distinguere il bene comune dall’interesse di parte, la verità dalla propaganda, la complessità dalla semplificazione demagogica.
La memoria come vaccino
C’è una metafora che circola nel dibattito sulla Shoah e più in generale sulla trasmissione della memoria storica: quella del vaccino. Come i vaccini proteggono il corpo dalle malattie insegnandogli a riconoscere e combattere i patogeni, la conoscenza storica protegge le società dalle ricadute nei totalitarismi insegnando a riconoscere i segnali d’allarme prima che sia troppo tardi.
I meccanismi attraverso cui il fascismo si è imposto in Italia e il nazismo in Germania e il franchismo in Spagna, e tutti gli altri autoritarismi del Novecento, non erano misteriosi o imprevedibili. Erano invece straordinariamente simili tra loro e ricorrenti: l’identificazione di un “nemico interno” da cui la nazione doveva essere protetta; la delegittimazione della stampa libera e la costruzione di un’informazione di regime; l’erosione progressiva delle istituzioni democratiche, presentata ogni volta come misura d’emergenza necessaria e temporanea; il culto del leader forte e infallibile; la repressione violenta del dissenso; la retorica della grandezza nazionale offesa e da restaurare.
Questi meccanismi non appartengono al passato. Si ripropongono, con variazioni stilistiche e tecnologiche ma con struttura sostanzialmente invariata, ogni volta che le condizioni sociali ed economiche creano abbastanza frustrazione e abbastanza paura da rendere la popolazione ricettiva a promesse di ordine e di potenza in cambio di libertà. La memoria non è nostalgia. Non è celebrazione rituale fine a se stessa. La memoria è uno strumento di sopravvivenza collettiva. È il modo in cui le società si proteggono da se stesse.
Un bambino che ha imparato a scuola cos’era il fascismo è un adulto meglio equipaggiato per riconoscere quando quelle stesse dinamiche riemergono nel presente. Non è una garanzia assoluta, naturalmente. Ma è un anticorpo. È parte di quella “cittadinanza attiva” che i documenti ministeriali citano con grande enfasi e che nella pratica quotidiana delle scuole primarie rimane troppo spesso lettera morta.
Non solo Natale. Non solo Befana
C’è una gerarchia implicita nel calendario scolastico che racconta molto di ciò che consideriamo importante trasmettere ai nostri figli. Il Natale occupa settimane di preparazione: addobbi, recite, disegni, canzoni, letterine a Babbo Natale o ai Re Magi, spiegazioni accurate dei simboli religiosi e delle tradizioni popolari. La Befana ha la sua filastrocca e le sue calze. Carnevale ha i costumi e le sfilate. La Pasqua ha le uova e il coniglietto. Halloween, festa di importazione americana senza radici nella cultura italiana, ha guadagnato in pochi decenni uno spazio significativo nelle classi.
Il 25 aprile, il 2 giugno, il 27 gennaio, le date che fondano la nostra Repubblica, che ricordano il sacrificio di chi ha combattuto per la nostra libertà, che ci chiedono di non dimenticare le vittime del totalitarismo, ricevono nella migliore delle ipotesi una scheda informativa, un disegno, una frase da copiare sul quaderno. Nella peggiore, non ricevono nemmeno quello.
La Costituzione italiana, nata dalla Resistenza e promulgata nel 1948, è uno dei documenti più belli che la storia politica moderna abbia prodotto. I suoi principi fondamentali, la dignità della persona, il lavoro come fondamento della Repubblica, il ripudio della guerra, la tutela delle minoranze, sono valori che un bambino di sette anni è perfettamente capace di capire, se glieli si spiega con il linguaggio giusto. Non c’è nessuna ragione pedagogica valida per aspettare il liceo.
Come si racconta il 25 aprile a un bambino di 7 anni
La domanda pratica, quella che spesso blocca gli insegnanti e i genitori ben intenzionati è: come si fa? Come si racconta ai bambini della scuola primaria una storia complessa, violenta, politicamente delicata come quella del 25 aprile?
La risposta che la letteratura pedagogica fornisce con grande coerenza è: con rispetto per la loro intelligenza, con storie concrete di persone reali, con emozioni autentiche, con domande aperte, con un linguaggio adatto all’età ma non infantilizzante.
I bambini di sette anni non hanno bisogno di conoscere i dettagli degli orrori della guerra. Ma sono perfettamente in grado di capire la giustizia e l’ingiustizia, il coraggio e la paura, il concetto di regole buone e regole cattive, cosa significa essere liberi di fare qualcosa che altrimenti sarebbe proibito. Come potrebbe essere raccontata la ricorrenza del 25 aprile?
Immagina che la tua città, la tua scuola, il tuo quartiere, fossero stati occupati da persone che avevano deciso di fare le regole per tutti, senza chiedere niente a nessuno. Persone che ti dicevano cosa potevi leggere, cosa potevi dire, con chi potevi essere amico, cosa dovevi pensare. Se non obbedivi, ti punivano. Se dicevi che non eri d’accordo, ti rimproveravano.
Questo successe in Italia tantissimi anni fa, durante la Seconda Guerra Mondiale. Un governo cattivo, chiamato fascismo, governava l’Italia da più di vent’anni, cioè da prima ancora che nascessero i tuoi nonni. E poi arrivarono anche i soldati tedeschi di Hitler, che era il capo di un governo ancora più cattivo, conosciuto come nazismo.
In tutta Italia, però, c’erano persone che avevano deciso di non accettarlo. Si chiamavano partigiani. Erano uomini e donne di ogni tipo: contadini, operai, studenti, insegnanti, medici, mamme e papà. Vivevano nascosti nelle montagne o nelle città, in segreto, perché se li trovavano li arrestavano. Si organizzavano, si aiutavano a vicenda, cercavano di far sapere alla gente la verità su quello che stava succedendo, e combattevano quando era necessario.
Il 25 aprile del 1945 accadde qualcosa di straordinario. I partigiani di tutta l’Italia del nord si organizzarono insieme e attaccarono le città che erano ancora occupate dai soldati tedeschi e fascisti. A Torino, a Milano, a tante altre città, la gente si ribellò. Gli operai occuparono le fabbriche. Le radio trasmettevano messaggi di libertà. I soldati che aiutavano la ditattura cominciarono a scappare.
Fu un giorno di grande paura, ma anche di grande coraggio. E alla fine, grazie al sacrificio di moltissime persone, l’Italia tornò libera. Non tutta insieme, non in un giorno solo: ci volle ancora un po’ di tempo. Ma il 25 aprile fu il giorno in cui cominciò davvero.
Dopo quella guerra, gli italiani si riunirono e scrissero la Costituzione: una specie di grande promessa collettiva, le regole più importanti di tutte, quelle che dicono che in Italia tutti sono uguali, che nessuno può essere arrestato senza un motivo giusto, che puoi dire quello che pensi, che puoi studiare, che puoi scegliere il governo. Quella Costituzione esiste ancora oggi e protegge anche te, ogni giorno, anche quando non ci pensi.
Per questo, ogni anno il 25 aprile, l’Italia si ferma e ricorda. Non per festeggiare una battaglia, ma per ringraziare chi ha combattuto perché noi potessimo essere liberi. E per ricordare a tutti; bambini, ragazzi, adulti, che la libertà non è gratis. È costata tanto. E va tenuta, curata, difesa. Come? Prima di tutto, conoscendola. Sapendo da dove viene. Sapendo cosa è successo quando non c’era. E scegliendo, ogni giorno, di non fare quello che i fascisti e i nazisti fecero: non escludere, non odiare, non pensare che qualcuno valga meno di un altro. Perché la libertà si protegge anche così: tenendo gli occhi aperti.
La responsabilità degli adulti
C’è un ultimo punto che merita di essere detto con chiarezza, senza giri di parole. Il problema è sociologico. È radicato nella società italiana in modo profondo, capillare, e per certi versi strutturale. È il risultato di decenni di ambiguità collettiva intorno alla memoria storica del Novecento — un’ambiguità che non riguarda solo la scuola, ma la famiglia, i media, la politica, la cultura popolare. Un paese che non ha mai del tutto fatto i conti con il proprio passato fascista, che ha preferito la narrazione degli “italiani brava gente” alla complessità scomoda di una nazione che ha aderito volontariamente, non solo subìto, il ventennio, paga ancora oggi quel conto in termini di fragilità della memoria civile condivisa.
Chi non trova il tempo o il coraggio di spiegare il 25 aprile alle nuove generazioni sta sbagliando nei confronti della storia. Sta mancando a una responsabilità fondamentale della propria generazione. Una responsabilità che va ben al di là della trasmissione delle nozioni e che riguarda la formazione di cittadini capaci di vivere in una democrazia. Ma la responsabilità è anche dei dirigenti scolastici che non creano spazio nel calendario per queste riflessioni. È dei ministeri che trattano l’educazione civica come una materia di seconda categoria. È dei genitori che non chiedono alle scuole conto di questi vuoti formativi. È della società intera, che troppo spesso considera la memoria storica un lusso culturale piuttosto che una necessità civile.
Il mondo che stiamo consegnando ai bambini di oggi è più complesso, più incerto, più fragile di quello che avremmo voluto. Le democrazie vacillano. I nazionalismi avanzano. Le disuguaglianze crescono. La disinformazione dilaga. I leader che promettono ordine in cambio di libertà trovano sempre più ascolto.
In questo scenario, la memoria non è un esercizio nostalgico. È una risorsa strategica. È uno degli strumenti più potenti che abbiamo per equipaggiare le nuove generazioni di fronte alle sfide che le aspettano. Il 25 aprile si celebra nelle piazze. Ma si preserva nelle aule. E si insegna (deve essere insegnato) sin dalla prima elementare.
Perché la libertà, come la democrazia, non si eredita automaticamente. Va conquistata, va compresa, va scelta. E quella scelta comincia, deve cominciare, nell’infanzia.










