Quasi quotidianamente ormai sentiamo parlare di intelligenza artificiale, guerra tecnologica e competitività. Ma quali sono gli approcci, le strategie e gli orizzonti di due grandi, diverse potenze, come Stati Uniti e Cina?
Attori protagonisti con ruoli diversi.
Gli Stati Uniti leader del settore, con disponibilità economiche e scientifiche dominanti e la Cina che insegue muovendosi però su traiettorie e modelli diversi. È proprio tale diversificazione, evidenziata dal recente studio del Boston Consulting Group, “The Great Divide: How the US and China Are Splitting the AI World” a plasmare l’odierna competizione tecnologica.
Una competizione, quella in campo tecnologico, le cui dinamiche sono in rapidissima evoluzione e ciò conduce gli attori a confrontarsi su più dimensioni, non solo scientifica, ma anche politica, infrastrutturale ed ambientale.
Nell’intervento del mese scorso a Shanghai, durante la World Artificial Intelligence Conference, il presidente Xi Jinping ha annunciato la nascita di un’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’intelligenza artificiale (Waico), nuovo organismo con sede a Shanghai a cui hanno aderito 29 paesi, tra cui Russia, Pakistan, Indonesia e Kazakistan. «Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere un’impresa solitaria di un singolo paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale» ha dichiarato.
Un posizionamento, quello cinese, che ha l’obiettivo di presentare il paese come il solo capace di mettere a disposizione del mondo l’intelligenza artificiale attraverso programmi di formazione sull’intelligenza artificiale ai paesi in via di sviluppo, creazione di nuovi centri di cooperazione e il tentativo di costruire una Nuova via della seta tecnologica fondata sui principi della tradizionale Belt and Road Initiative: Interdipendenza ed Infrastrutture (materiali e non).
E gli Stati Uniti? Gli USA continuano a privilegiare un ecosistema dominato da poche grandi aziende e accompagnato da controlli sulle esportazioni verso i rivali strategici e restrizioni all’accesso al mercato americano per imprese e laboratori rivali. Disponibilità di capitali, capacità di sostenere grandi investimenti e collaborazione con paesi che occupano posizioni decisive nella catena produttiva dei semiconduttori, come il Giappone e la Corea del Sud. Una guerra diversa da quella tradizionale a cui purtroppo siamo ancora tristemente abituati. Il tentativo di anticipare, conoscere le mosse del rivale; sanzioni e controlli sulle esportazioni; controllo dei dati ed alleanze strategiche. Questi gli elementi cardine di quella che L’ISPI definisce guerra fredda tecnologica.

Origine ed evoluzione della guerra tecnologica

L’origine dei contrasti può essere collocata nei primi anni 2000. L’ISPI in particolare, evidenzia un intensificarsi delle ostilità nel 2010, al verificarsi di una serie di azioni e sviluppi che hanno contribuito ad accrescere le tensioni.
Al centro della contesa, l’industria dei semiconduttori. Eventi rilevanti, sottolinea sempre L’ISPI, furono l’assunzione del mandato di segretario generale del partito comunista cinese e presidente della repubblica popolare da parte di Xi Jinping e la formalizzazione del New Chinese Dream. Da ultimo, non per importanza, il lancio del Made in China 2025, strategia decennale presentata nel 2015 con l’obiettivo di rendere la Cina una superpotenza autonoma e dominante dal punto di vista tecnologico e innovativo.
Se Washington sotto la prima Amministrazione Trump aveva scelto di seguire un approccio di chiusura, caratterizzato dall’imposizione di regolamentazioni rigide sull’export di semiconduttori avanzati, intelligenza artificiale e macchinari litografici per impedire a Pechino un avanzamento in termini qualitativi, durante la presidenza Biden l’azione governativa è stata caratterizzata sempre da una logica di difesa nazionale orientata però su una direttrice di lungo termine. Ne è testimonianza il CHIPS and Science Act del 2022. Il ritorno del Tycoon alla Casa Bianca è coinciso con il rafforzamento di una strategia protezionistica caratterizzata dalla revisione di un approccio tipicamente statale in favore di un’azione economica e politica più aggressiva, dai tratti tipicamente trumpiani.
L’obiettivo, contrastare l’ascesa tecnologica di Pechino, il riconoscimento dei semiconduttori come asset centrale per l’economia nazionale e la tutela della sicurezza nazionale.
Il quadro odierno evidenzia dunque la definizione di due prospettive contrapposte:
Il modello occidentale, fondato su sistemi privati nei quali gli algoritmi rimangono chiusi e accessibili esclusivamente attraverso i servizi offerti dai loro sviluppatori. Il modello cinese caratterizzato da modelli aperti e personalizzabili con dirette conseguenze dal punto di vista dell’accesso e dell’economicità. Una differenza che secondo Massimo Cerofolini “non è soltanto tecnica […] ma è una diversa idea di come debba svilupparsi l’ecosistema dell’intelligenza artificiale”.

Il posizionamento dell’Ue e i possibili scenari futuri.

C’è un terzo soggetto in questa guerra fredda tecnologica, l’Unione Europea.
Il gigante burocratico, a differenza di Washington e Pechino potrebbe ricoprire la veste di co-protagonista. Osservatore attento che individua il suo principale obiettivo nel tentativo di ridurre la dipendenza tecnologica dai due protagonisti. Dipendenza a cui si somma un ritardo tecnologico notevole rispetto ai competitor. Secondo le stime della Commissione, gli Stati membri spendono ogni anno circa 264 miliardi di euro in tecnologie statunitensi, con il mercato europeo del cloud dominato dai giganti della Silicon Valley. Così Bruxelles, ha deciso di introdurre il concetto di Sovranità digitale, definita come “la capacità dell’Unione europea di agire in modo autonomo nel mondo digitale, regolando infrastrutture, dati e tecnologie secondo le proprie leggi, i propri valori e interessi di sicurezza, senza indebite dipendenze da attori esterni, ma restando comunque aperti alla cooperazione con i partner internazionali che condividono i principi europei”, una dichiarazione sottoscritta anche dal Governo Italiano nel novembre 2025. Non isolamento o protezionismo, ma un tentativo di rafforzare la propria capacità di scelta e sviluppo in campo tecnologico. L’evoluzione pratica della normativa si ritrova nell’ European Technological Sovereignty Package, all’interno della quale troviamo il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act che ha l’obiettivo di intensificare la costruzione di data center in Europa e quindi ridurre la tradizionale dipendenza dai sopracitati competitor e l’Eu Open Source Strategy, sostenuto dall’idea di un sostegno rivolto a PA e Startup. L’efficacia delle proposte dovrà necessariamente valutarsi su un orizzonte di medio termine, restano però i dubbi sulla velocità di quest’evoluzione e sull’effettiva riduzione di questa dipendenza. Il rafforzamento della capacità tecnologica e della competitività nel settore digitale si inseriscono in un quadro mondiale di cambiamenti repentini ed il rischio, se non già la realtà, è quello di un’Europa schiacciata dagli attori in primo piano, relegata non più a un ruolo di co-protagonista ma di comparsa. La spesa e gli investimenti ancor prima di un eccesso normativo e regolatorio potrebbero rappresentare la strada per tentare, in un’ottica di lungo termine, di ridurre – seppur in minima parte – non solo il divario ma soprattutto l’eccessiva dipendenza che oggi caratterizza i paesi europei. L’unica alternativa, qualora il tentativo fallisse, sarebbe scegliere da che parte stare.
Tornando ai protagonisti di questa guerra, non si può non osservare come Pechino rifletta sul rapporto tra intelligenza artificiale e capitale umano considerando la prima come una tecnologia destinata a modificare processi decisionali, organizzazione del lavoro e rapporti economici. Un problema che è, ma sarà ancor di più in futuro, oggetto della riflessione e delle attenzioni di Bruxelles e Washington. Con le elezioni di MidTerm alle porte, gli scenari di guerra ancora aperti in Ucraina ed in Medioriente, gli Stati Uniti di Donald Trump sembrano vivere una situazione di estrema difficoltà dal punto di vista dei rapporti con alleati e rivali. Ciò nonostante, il primato statunitense in campo tecnologico sembra essere al riparo da condizionamenti politici e militari, nonostante l’interconnessione e il legame sempre più stretto tra intelligenza artificiale e scenari di guerra tradizionale. Il tema dell’IA al servizio delle scelte belliche è quantomai attuale e ricco di problematicità; dalla regolamentazione al tema della sovranità, passando per il rispetto degli accordi internazionali, l’impiego di tale tecnologia ha già oggi dei risvolti determinanti in ogni ambito della nostra esistenza e del nostro futuro.

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