Passare dal Papeete al purgatorio politico è un attimo, e la parabola della Lega ne è la dimostrazione plastica. Archiviati i fasti del 35% alle Europee del 2019, quando Matteo Salvini dettava l’agenda politica tra un mojito e un decreto sicurezza, oggi il partito si ritrova a galleggiare nei sondaggi intorno a un modesto 5%

La vera beffa per via Bellerio non arriva nemmeno dalle opposizioni, ma dall’interno dello stesso condominio del centrodestra. Mentre Fratelli d’Italia scende al 25% ma resta distante dai numeri del Carroccio, la vera spina nel fianco è Futuro Nazionale. Il movimento del generale Roberto Vannacci, con il suo 7% ha compiuto il più classico dei sorpassi a destra, lasciando la Lega a inseguire i suoi stessi vecchi slogan.

Eppure, a dispetto dei requiem prematuri cantati dagli avversari, il partito non è ancora pronto a sparire dal palcoscenico nazionale, avendo attivato la modalità sopravvivenza su tre fronti distinti. Il primo è la ritirata strategica nella vecchia “trincea del Nord”. Fallito il sogno di conquistare il Meridione a suon di felpe intercambiabili, la Lega si è riscoperta barricadera nei suoi storici feudi operosi. La vera cassaforte del partito non sta più nei talk show romani, ma nei palazzi della Regione Lombardia e del Veneto. Qui i governatori e i signori delle preferenze locali gestiscono il potere vero, ignorando i trend di TikTok e garantendo al partito quel radicamento territoriale che i leader passeggeri possono solo sognare.

Il secondo fronte è la cinica gestione dei ministeri chiave, usati come palcoscenico per piantare bandierine ideologiche a uso e consumo dei nostalgici. L’Autonomia Differenziata viene sbandierata ai quattro venti come la terra promessa finalmente conquistata, l’ultimo trofeo rimasto per placare la base militante del profondo Nord. Nel frattempo, dal Ministero delle Infrastrutture, la strategia si affida alla mistica dei grandi cantieri, con il plastico del Ponte sullo Stretto evocato come antidoto a qualsiasi calo nei sondaggi, mentre la promessa eterna della Flat Tax continua a essere sussurrata alle partite IVA per evitare la fuga di massa verso altri lidi.

Infine, l’ultimo rifugio rimasto è l’arroccamento identitario nel club dei cattivi ragazzi della politica continentale. Reclusa nel gruppo europeo dei Patrioti per l’Europa, la Lega cerca la legittimazione che Roma le nega ballando con i sovranisti d’oltreconfine. Tra un post allarmista sulla sicurezza urbana e la caccia ai fantasmi dei flussi migratori, la comunicazione salviniana tenta disperatamente di tenere caldo il nocciolo duro dell’elettorato. In conclusione, la Lega si è trasformata da schiacciasassi della politica italiana a partito di roccaforte: una forza decisamente ridimensionata nei numeri, ma ancora abbastanza arroccata nei suoi territori da poter sperare di calcare la scena politica anche alle prossime elezioni italiane. 

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