Poesia

La poesia è morta. Sappiatelo. È bene che si sappia. Non esistono movimenti culturali, associazioni, istituzioni, poetry slam, contest, concorsi (gratuiti e a pagamento), reading poetici, presentazioni, eventi comunali, regionali, nazionali. Non esistono libri (raccolte di autori vari o singoli), non esistono scaffali su cui questi tomi – che spreco di carta! – risiedano o abbiano spazio. In nessuna libreria.

Non ci sono sezioni dedicate nelle biblioteche comunali. Non esistono gruppi di giovani che scrivono in verso. In vernacolo. Che studiano i vecchi e grandi poeti e facciano proselitismo. Non esistono attività in piazza, giornate culturali, feste mondiali. Non esistono scritte sui muri, poesie attaccate, incollate come poster. Non esistono collettivi. Non esiste… la poesia non esiste. Non c’è più.

Voltiamo pagina: non vogliamo sostegni statali, quote rosa, scioperi bianchi, lotte sociali, lotte di classe, non vogliamo vedere iniziative a favore della poesia. Non vogliamo “favoritismi”. Staccate la spina. Ammazzatela. Provateci almeno. Non sovvenzionatela, non provate a salvarla. Non vi azzardate a farlo. Non-lo-fate. Al funerale della poesia ci saranno tutti. Tutti. Come una grande sfilata. In silenzio.

Qualcuno con una bella fiaccola in mano, qualcuno con una casacca bianca ed il viso coperto da un cappuccio dello stesso colore. Qualcuno farà finta di niente ma se la riderà sotto i baffi da tricheco. Qualcuna, come la famosa vecchia imbellettata di Pirandelliana memoria, smalto sulle unghie, labbra rosso magenta, sorriderà. Ammiccherà. E sfregherà le mani come una novella Crudelia De Mon. «La poesia è morta!» diranno “finalmente” alla tv. «Dimenticate la poesia. La poesia non c’è più. Ne danno triste annuncio gli ultimi, sparuti poeti della Val Brembana.». Non esiste più poesia. Non esistono centri dedicati a quest’arte millenaria. Ma che dico millenaria… un’arte, divenuta poi genere letterario, da sempre. È morta. E se non lo è lo sarà presto. Ma non vi azzardate a salvarla. No. «Ciò che deve morire, è giusto che muoia!» sentenziano i Dottori in prosa. Io dico: «Hanno ragione.». Ce l’hanno. Si, avete letto bene. La poesia non ha bisogno di essere salvata. Non ha bisogno di “elemosine”, di sconti. Di “favori”. Di pietà. La poesia si nutre di se stessa e dell’animo umano, più che di quello che dei poeti stessi: noi siamo un tramite. Un mezzo dentro cui / grazie a cui la poesia diviene viva. Reale. Tangibile. Nero su bianco, inchiostro su carta. Non ha bisogno di aiuto, Lei.

La poesia si salverà e lo farà da sola. Senza sovvenzioni, stanziamenti, petizioni, raccolte fondi, gazebo, proclami sui giornali o iniziative e raccolte firma. Senza atti di protesta, grida, furia, esposizione di fazzoletti appesi sui rami degli alberi infelici, spogli, nudi. Senza megafoni, senza leggii, senza smartphone, senza fogli di carta. Senza scenate. Non ne ha bisogno. Non ne ha bisogno, Lei. La poesia si è sempre salvata da sola. Sempre. E sempre lo farà.

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