Shock collettivo
Stati Uniti, 1996. Uno studioso americano di origini ebraiche, Daniel Jonah Goldhagen, pubblica con la casa Alfred A. Knopf un libro destinato a diventare un bestseller: I volenterosi carnefici di Hitler. Tanto acceso è il dibattito da causare un vero e proprio shock collettivo. Goldhagen affermava, contrariamente alla visione fino ad allora dominante, che lo sterminio degli ebrei non fosse dovuto a un manipolo di nazisti, nello specifico le SS, ma fosse invece il punto di arrivo di un processo lungo secoli, che risaliva fino alla posizione di Lutero sugli ebrei, per arrivare a una mattanza portata avanti non solo – né principalmente – nei campi di sterminio, ma nelle strade, attraverso i pogrom. Si trattava, affermava Goldhagen, non di uno sterminio nazista, ma di uno sterminio tedesco.
Il caso aperto da I volenterosi carnefici di Hitler apre una finestra – o, meglio, uno squarcio – sullo shock che il fenomeno del genocidio apre nelle società che ne permettono lo sviluppo, durante, ma soprattutto dopo che questo si è consumato.
Una simile fortuna meriterebbe, forse, un altro testo fondamentale del campo, Il secolo dei genocidi di Bernard Bruneteau. L’opera dello studioso francese, in maniera per certi versi analoga a quella di Goldhagen, mira a investigare il genocidio a partire dalle sue radici culturali, sociali e politiche. Scrive Bruneteau:
È possibile così risalire al passato del terrore genocidario, ovvero all”imperialismo’ e alla ‘guerra totale’. Infatti, nell’epoca imperialista, in cui il nuovo pensiero razzista giustifica un sanguinoso espansionismo coloniale, sono inaugurati i cosiddetti ‘massacri amministrativi’; inoltre, la Prima guerra mondiale – in cui si trovano riuniti insieme abbrutimento del nemico, violenza estrema e morte di massa – sfocia nella brutalizzazione delle società europee. Questi sono gli elementi che gettano le basi culturali, sociali e politiche della successiva e rapida negazione dei diritti umani.[1]
Il genocidio, dunque, arriva prima, molto prima delle camere a gas. Prima anche delle marce della morte inaugurate dal governo kemalista nei confronti del popolo armeno. Bruneteau fa, però, un passo ulteriore. Se la pratica della violenza era stata, in fondo, un elemento caratterizzante della modernità, lo era stato non a partire dal pensiero di un autore maledetto come Gobineau, teorico per eccellenza del razzismo scientifico, ma, pur con differente peso, da quello di alcune delle menti più brillanti della nostra storia intellettuale: Darwin, Spencer, Galton, Gumplowitz e altri[2]. Ne potrebbe (e dovrebbe?) conseguire uno shock collettivo, stavolta, non pubblico, diffuso, come quello di Goldhagen, ma potenzialmente ancora più disarmante: il genocidio, fondamentalmente, è inscritto nel meglio che la nostra civiltà ha da offrire. Il genocida, insomma, siamo noi.
Le complessità scientifiche
Sebbene ne possiamo rilevare l’assoluta importanza, il genocidio resta un fenomeno elusivo. La nostra conoscenza di esso può avanzare solo quando si è ormai consumato, anche se tale conoscenza dovrebbe essere funzionale proprio al riconoscimento dei suoi precursori, così da poter intervenire in tempo, in futuro[3].
Possiamo, però, intanto identificare alcuni elementi: innanzitutto, perché si possa parlare di genocidio, la violenza dev’essere non solo diffusa, ma anche sistematica e intenzionale[4]. Deve essere presente, insomma, uno sforzo organizzativo finalizzato allo sterminio. Non è un caso, in tale ottica, come spesso ad altre modalità di sterminio se ne affianchi anche una “disperata”, da impiegare quando ormai il regime sta crollando o comunque non sussistono metodi più veloci e sofisticati: le marce della morte, proprie, ad esempio, del genocidio armeno e di quello degli ebrei. Si tratta di una fase in cui la volontà assoluta di sterminio emerge nella sua forma più chiara, perché prevale anche sulla semplice considerazione che si è ormai sconfitti.
Ciò comporta, al di là del tentativo di classificare il genocidio come fenomeno generale, anche il problema fondamentale di associare ad esso degli specifici casi. Per poter investigare tali casi, gli studiosi devono dare vita a uno sforzo titanico di ricostruzione, specie laddove i documenti siano ormai stati distrutti per coprire le tracce dei carnefici.
Per ognuno di questi casi esiste ovviamente un dibattito approfondito. Bruneteau, ad esempio, non considera genocidio lo sterminio perpetrato ai danni degli indiani d’America[5], mentre nel corso “Genocide”, offerto dalla Open University of Israel di qualche anno fa, questo caso era presente. Cosa dovremmo poi direi dei kulaki, uccisi per ragioni di classe sociale? E se invece dello sterminio, il governo avesse scelto di portare via i figli delle vittime, come avvenuto in Canada?
Se a questo aggiungiamo l’aperta ostilità, se non la ferocia, mostrata da diversi governi, quando accusati di violenze (come accade, ad esempio, con il governo turco, giapponese o israeliano), appare chiaro come la questione del genocidio sia particolarmente complessa da affrontare.
Le origini travagliate del concetto giuridico
Non va però dimenticato come quello di “genocidio” sia un concetto la cui storia merita di essere riportata:
Nel 1944 Wiston Churchill, riferendosi agli orrori del nazismo, parlava di ‘un crimine senza nome’. Raphael Lemkin – un ebreo americano di origine polacca, professore di diritto internazionale – gli rispose lo stesso anno, coniando la parola ‘genocidio’ a partire dal termine greco génos (razza, stirpe) e dal suffisso latino -cidium (derivato da caedere, uccidere). In particolare, egli inserì questa parola in un libro dal titolo Axis Rule in Occupied Europe che elencava tutte le misure pianificate dai nazisti per annientare l’identità nazionale, religiosa ed etnica di alcuni popoli, in primo luogo ebrei e polacchi[6]
Lemkin si sarebbe poi sforzato enormemente perché il termine fosse riconosciuto come un crimine dal diritto penale internazionale. Ciò sarebbe accaduto più tardi, nel 1948, grazie alla Convenzione contro il genocidio. Si trattava, però, di una figura già parzialmente compromessa: in una precedente risoluzione ONU, infatti, il genocidio includeva anche lo sterminio di nemici politici. Il blocco sovietico non gradiva tale connotazione, che sarebbe infatti sparita dalla convenzione[7].
Non sfuggirà qui come, nel passaggio del genocidio da concetto scientifico a termine giuridico, le forme che esso può assumere si siano cristallizzate su di modalità di sterminio proprie dei nemici pubblici dell’epoca, e non certo delle grandi potenze. Così come gli Stati Uniti erano usciti indenni dall’aver dato vita all’era atomica, sacrificando alle proprie mire imperialiste centinaia di migliaia di giapponesi, ora le violenze dell’Unione Sovietica trovavano nel diritto internazionale uno scudo, o perlomeno non l’equità che sarebbe stato legittimo pretendere.
Guardare o intervenire?
Che si guardi al genocidio con l’ottica degli studiosi sociali o attraverso quella della politica e del diritto internazionale, sembra chiaro che uno dei principali interrogativi resti quello se e quando intervenire[8].
Un esempio in tal senso è particolarmente indicativo. Si tratta del caso del genocidio del Ruanda. Vale la pena ricordarlo per esteso:
Quando l’amministrazione Clinton, negli Stati Uniti, fece pressione insieme alla Gran Bretagna per impedire che il Consiglio di sicurezza dell’ONU usasse il termine ‘genocidio’ in relazione ai massacri che erano iniziati nell’aprile 1994 in Ruanda – come pretendevano, invece, organizzazioni umanitarie come Human Rights Watch e Oxfam – il risultato fu che la richiesta di rinforzi del canadese Romeo Dallaire, comandante delle forze di peacekeeping delle Nazioni Unite, venne ripetutamente elusa, e che, anzi, la stragrande maggioranza dei caschi blu presenti nel paese africano venisse richiamata. Soltanto il 10 giugno, quando si parlava ormai di mezzo milione di tutsi assassinati, il portavoce del Dipartimento di Stato, Christine Shelly, asseriva di poter ritenere che ‘atti di genocidio’ fossero stati commessi in Ruanda, rifiutandosi però di rispondere al corrispondente della Reuters che aveva domandato quanti ‘atti di genocidio’ fossero necessari a costituire un genocidio vero e proprio.[9]
Al di là dell’inevitabile ribrezzo per la posizione statunitense e britannica, un punto sembra qui di particolare interesse. Non è raro che la terminologia politologica e giuridica si intrecci con il gergo politico. Accade per esempio al termine “terrorismo”, riciclato ovunque e da chiunque per i propri interessi. In questo caso, però, l’uso politico del termine solleva una questione morale più sofisticata, ma non meno impellente: parlare di genocidio per caso in cui la natura genocidaria del fenomeno non è chiara e comprovata può comunque salvare vite. Preservare la purezza intellettuale del concetto può sopravanzare il bisogno di proteggere esseri umani da uno sterminio in corso? Cosa accade se il termine è utilizzato per manipolare l’opinione internazionale?
Un esempio ci è offerto dell’intervento internazionale in Libia. Questo è avvenuto anche a fronte del timore che Gheddafi potesse commettere uno sterminio, un rischio la cui effettiva realtà non è mai stata del tutto chiarita.
La compassione di poi
Oltre a questo dilemma, la scelta di stare a guardare sembra sollevarne un altro. Come per il senno, anche la compassione dispone può essere “compassione di poi”, ed è la capacità di accorarsi, come governi e come popoli, solo per la tragedia compiuta. Lo sterminio degli ebrei non può più essere impedito, e dunque ci si sente tutti un po’ sollevati all’idea che l’infinita mole di libri, film, serie televisive, documentari sulla questione non ci tocchino come altro che meri osservatori.
Quando invece si parla del Sudan, dello Yemen, di Gaza, allora la questione è tutto sommato diversa. Come il povero lettore di Sbatti il mostro in prima pagina, lo spettatore odierno non vuole che gli si “rompano i coglioni”, facendolo sentire responsabile. Tanto le celebrazioni quanto la negazione, in quel ciclo che Valentina Pisanty chiama l’abuso di memoria, sono funzionali soprattutto ad amarci e ad amare, soprattutto, la nostra voce quando diciamo “mai più”.
Il genocidio nostro contemporaneo
La realtà, più ambigua e dunque terribile, è che il genocidio ci porta a confrontarci con il rapporto tra l’uomo e la violenza. Non è un caso che proprio durante la Prima guerra mondiale la morte di milioni di uomini sia stata fondamentalmente banalizzata, in un consenso capace di dissacrare la vita umana[10]. Non è un caso che proprio in questa fase storica sia emersa, al contempo, anche la voluttà del sangue, il “piacere di dare la morte”[11].
Nelle origini storiche del genocidio ha dunque luogo il predominio dell’istinto[12]. A questo, però, si affianca anche il disgraziato crollo della morale, al quale la scusante di aver semplicemente obbedito agli ordini non può porre rimedio[13]. È così che possiamo dire, all’uomo genocida, “mon semblable, mon frère”: la violenza non è relegata nell’esotico conturbante di Conrad o Somerset-Maugham, e quando lo è, vi è anche portata dai tedofori della civiltà, colonizzatori. Gli stessi che, decenni dopo, avrebbero dato vita all’inferno della guerra mondiale. E che, in alcune, buie fasi della sua storia, si sono trovati a giocare volentieri ai selvaggi:
La brutalità della conquista militare è già stata descritta molto bene: deriva innanzi tutto dai sistemi di guerra adottati dagli europei, che tendono spesso allo sterminio dei belligeranti avversari. Per esempio, al momento della pacificazione dell’Algeria nel 1840, Bugeaud rinchiude in alcune grotte gli arabi insorti e li stermina soffocandoli con il fumo. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, a ciò si aggiunge una potenza di fuoco mai raggiunta fino ad allora, con la comparsa del fucile a ripetizione, della mitragliatrice e della pallottola dum-dum, proibita nelle guerre tra Stati ‘civili’, ma prescritta invece nella caccia grossa e nelle guerre coloniali. Durante la battaglia di Omdourman nel 1898, 10.800 guerrieri sudanesi vengono uccisi a distanza con questo tipo di armi, senza riuscire nemmeno ad avere sotto tiro gli inglesi, che infatti perdono solo 49 soldati. Winston Churchill, in questi anni corrispondente di guerra per ‘The Morning Post’, ricorda l’episodio con emozione: ‘Quel tipo di guerra provocava brividi eccitanti. Non era come la Grande guerra. Nessuno si aspettava di essere ucciso… La stragrande maggioranza di coloro che parteciparono a quelle piccole guerre inglesi, in quell’epoca leggera e ormai finita, vedeva soltanto l’aspetto sportivo di uno splendido gioco.[14]
Il genocidio dunque è nostro contemporaneo, e lo è tanto più oggi, in particolare di fronte all’ormai conclamato genocidio dei palestinesi a opera di Israele. La riflessione sul genocidio, come già indicato, deve essere orientata alla prevenzione di futuri atti di sterminio. Se tale sterminio è adesso il “genocidio più documentato della storia”, ciò dovrebbe dire qualcosa sulle nostre responsabilità.
Foto: “Auschwitz” (Marcin Czerniawski/Unsplash, licenza Unsplash), url: https://unsplash.com/it/foto/foto-in-scala-di-grigi-del-ponte-di-legno-m9Re9iUq08s
La questione del gencidio
[1] Bruneteau, Alle radici del comportamento genocidario contemporaneo, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[2] Bruneteau, Alle radici del comportamento genocidario contemporaneo, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[3] Flores, Introduzione all’edizione italiana, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[4] Flores, Introduzione all’edizione italiana, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[5] Bruneteau, Introduzione, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[6] Bruneteau, Introduzione, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[7] Flores, Introduzione all’edizione italiana, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[8] Flores, Introduzione all’edizione italiana, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[9] Flores, Introduzione all’edizione italiana, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[10] Bruneteau, Alle radici del comportamento genocidario contemporaneo, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[11] Bruneteau, Alle radici del comportamento genocidario contemporaneo, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[12] Bruneteau, Alle radici del comportamento genocidario contemporaneo, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.
[13] Come sottolinea proprio Goldhagen (Goldhagen, Eliminazionismo, non genocidio, in Goldhagen, Peggio della guerra, pp. 13-14), la scelta della violenza non può essere né scusata moralmente come frutto di elementi esterni che inibiscono il libero arbitrio, né come frutto di un istinto irrefrenabile. Lo stesso principio, tra l’altro, era stato affermato a Norimberga ed era divenuto un caposaldo del diritto penale internazionale.
[14] Bruneteau, Alle radici del comportamento genocidario contemporaneo, in Bruneteau, Il secolo dei genocidi.









